Alla quinta che voti…arriva un Hitler. Grecia, se la salvi addio crescita

di Lucio Fero
Pubblicato il 16 Maggio 2012 13:13 | Ultimo aggiornamento: 16 Maggio 2012 13:13

ROMA – Un amico mi ha chiesto e soprattutto chiedeva a se stesso: ma che rivotano a fare, tanto non è che cambiano idea in un mese. Già gli elettorati difficilmente cambiano idea in un mese, casomai rinforzano l’idea e la volontà che avevano espresso un mese prima. Infatti al voto di maggio la Grecia ha mandato in minoranza i partiti che avevano firmato e volevano far applicare e rispettare il patto con Europa e Fmi e ha eletto un Parlamento che non è in grado di fare un governo e neanche di appoggiarne uno “tecnico”. Al voto di giugno sarà il bis, un bis rinforzato: diventerà il primo partito votato quello che vuole annullare il patto con L’Europa ma, nonostante i seggi conquistati e nonostante sia un partito di sinistra, molto di sinistra, non potrà fare un governo se non alleandosi con tutti quelli che in Grecia sono contro l’Europa, destra compresa.

E allora che si fa, si vota a ripetizione? Che succede se non è “buona” né la prima elezione, “buona” nel senso che riesce a produrre una maggioranza e un governo? Succede che alla quinta e alla sesta arriva…un Hitler. No, non sobbalzate, nessuno risorge dalla tomba e nulla si ripete come una fotocopia. Sì, certo in Grecia e ora nel Parlamento greco c’è Alba Dorata, il partito nazista che nega l’Olocausto, è contro le banche “tanto sono degli ebrei” e un piccolo Terzo Reich sotto il partenone lo farebbe volentieri. Alba Dorata, il sette per cento dei greci ha votato questa roba…Ma in Grecia non ci sarà, non tornerà nazismo, neanche alla quinta, sesta elezione non “buona”.

Il nazismo no, ma un Hitler sì. Si rivota a giugno e vincono alla grande quelli che dicono all’Europa: non potete buttarci fuori, ci rimettete troppo anche voi, quindi continuate a darci i miliardi che ci servono per pagare pensioni e stipendi e smettetela di chiederci di smettere di fare debiti. Una mossa di poker politico di cui la sinistra greca è convinta: gli europei cederanno, rinunceranno alle regole del trattato e sganceranno comunque i soldi. Soldi che la Grecia finisce a luglio. Non può chiederli ai mercati, a quelli che prestano soldi: il tasso di interesse teorico su un titolo greco è del 30 per cento, vuol dire che nessuno lo compra, 30 per cento è più o meno la possibilità di vincita di una giocata su una partita di calcio. La Grecia, i vincitori del voto di giugno quei soldi, soldi per pagare, per campare a fine mese, per comprare benzina e alimenti, li devono chiedere all’Europa. Europa che la sinistra vittoriosa è sicura di ricattare, pardon convincere, sarà il francese Hollande a far da sponda.

E se i vincitori del voto di giugno si sbagliano, se sbagliano la “mossa”? Se l’Europa non si piega a pagare nonostante la Grecia denunci gli impegni sottoscritti, la Grecia esce dall’euro. Detta così…Uscire dall’euro vuol dire che ogni greco il giorno dopo ha in tasca una banconota che vale la metà di quel che valeva prima, ci compra la metà di quel che ci comprava prima. Certo, le banche tedesche e francesi ci rimettono un centinaio di miliardi e tremano. Però le banche greche falliscono, chiudono e ogni greco diventa povero come in Europa non si vedeva da prima della seconda guerra mondiale. A questo punto l’elettorato greco che ha votato a sinistra, molto a sinistra, sbanda. Nella sinistra perde fiducia o meglio perde sia fiducia che rabbia, imbarca panico e panico. Quindi oscilla tra destra e sinistra, tra piazza e urna elettorale e alla fine si trova un Hitler o un Mussolini o un “Colonnello”. Lo schema è collaudato e comprovato nella storia.

Allora per impedire questo l’Europa, gli altri europei pagheranno ogni prezzo, allora ha ragione la sinistra greca che ci punta, scommette e bluffa? No, perché lo “schema Weimar e poi un Hitler” sta per andare in scena ad Atene. Non a Berlino, Parigi, Madrid o Roma. Ad Atene, Grecia dove dispiacerà vedere il default della democrazia, la sua sospensione. Dispiacerà, ma l’Europa se ne farà una drammatica ragione. Perché il costo di salvare ancora e ancora la Grecia, questo finora ben pochi l’hanno calcolato, potrebbe far piegare le ginocchia alla democrazia appunto a Madrid, Roma, Parigi, Berlino. E, se questa è la scelta, addio Grecia, con molti rimpianti e senza esitazione.

Per salvare ancora e ancora la Grecia bisogna che l’Europa alzi ancora e ancora il “muro” Salva-Stati dai loro stessi debiti. Oggi alto circa 500 miliardi effettivi, bisognerebbe renderlo più alto di almeno mille. Mille miliardi che qualcuno deve garantire e in parte anche materialmente mettere a disposizione. Ma se si alza il “muro”, finisce il cemento. Fuor di metafora se mille miliardi tra cash e “leva” vanno a garantire i debiti che non si pagano, non restano miliardi e forse nemmeno milioni in Europa per la “crescita”. Quella crescita, cioè quel poco o quel tanto di spesa pubblica che tutti ormai vogliono fare altrimenti gli elettorati prima e poi la “gente” di ogni angolo d’Europa non ci sta e si ribella. Nella zona periferica dell’euro, Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia e Italia si sono riversati negli anni 13mila miliardi di prestiti che vanno rinnovati altrimenti la “zona” soffoca. Di questi 13mila, ben 3.500 sono di investitori privati che si stanno ritirando, che non intendono rinnovare. L’Europa, la Bce, chi volete deve trovare questi 3.500 miliardi, quelli da investire nella “crescita”, i mille per alzare il “miro” Salva debiti di Stato. Troppo, fuori portata. Ecco perché il calcolo della sinistra greca è sbagliato, è una mossa di poker politico senza avere davanti a sé una vera “posta” da giocare. Una mossa che porta la Grecia fuori dall’euro e dalla democrazia. Esageriamo? Il 20 di aprile Blitz titolava: “Hollande il segnale, euro a rischio”. Non era preveggenza, era calcolo delle probabilità, possibilità, plausibilità. E lo stesso calcolo oggi dice che la Grecia si amputerà e sarà amputata dal resto d’Europa e che l’Europa non salverà Atene per salvare se stessa. Un calcolo che ci sembra corretto tanto quanto speriamo inesatto.