Iva, un lamento di classe e Camusso sbaglia squadra

di Lucio Fero
Pubblicato il 11 Ottobre 2012 16:40 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2012 16:40

ROMA – Molto lamento in giro sull’aumento da luglio 2013 di un punto delle due principali aliquote Iva, rispettivamente dal 10 all’undici per cento e dal 21 al 22. Lamento elegante, sostenuto dall’argomento che così si frenano ancora i consumi e, se si frenano i consumi, si scoraggia la produzione e la produzione scoraggiata taglieggia l’occupazione e l’occupazione tagliata soffoca la ripresa. Lamento elegante, fatto con classe perché fatto in nome di tutte queste cose importanti e sacrosante, lamento portato e mosso nell’interesse generale. Lamento e pianto soprattutto di un gruppo sociale, i lavoratori autonomi, ma fatti con eleganza, classe. Eppur lamento e pianto di classe perché sotto e dietro le lacrime e la grande preoccupazione per l’Iva che cresce c’è la voglia matta e tenace di un gruppo sociale di mantenere storto anzi stortissimo il legno delle tasse e l’albero del fisco italiano.

Piangere e lamentare il giorno che l’Iva cresce di un punto e l’Irpef cala di un punto testimonia di una scelta precisa e di un preciso interesse, entrambi di classe. L’Irpef è la tassa che paga soprattutto il lavoro dipendente. E il lavoro dipendente, quelli a stipendio e pensione, privati o pubblici che siano, paga circa i tre quarti di tutte le tasse in Italia. Il resto e neanche tutto il resto viene in quota parte dal lavoro autonomo. Ovvio dirà qualcuno: i lavoratori dipendenti sono circa venti milioni più i milioni di pensionati…Mentre gli autonomi in Italia sono…il doppio o il triplo di quanti sono in Germania, Francia, Gran Bretagna e resto d’Europa. Svariati milioni di lavoratori e redditi autonomi che non contribuiscono in maniera proporzionale alla loro grandezza numerica alla quota parte di monte tasse pagate. E, guarda caso, la tassa per eccellenza che riguarda il lavoro autonomo è l’Iva.

Quindi non solo non è vero che alzi l’Iva e abbassi l’Irpef e ci vai pari. Un punto di Iva è chiedere 4/5 miliardi in più di tasse, un punto di Irpef in meno sulle prime due aliquote è meno tasse per circa 9 miliardi. Nove non è uguale a cinque. In più e quel che più conta abbassare l’Irpef e alzare l’Iva significa quel che da tempo viene indicata come la cura, di equità e giustizia prima ancora che di gettito, al fisco italiano malato. Malato di che? Morbosamente malato del far pagare troppo ai salari, agli stipendi, alle pensioni, al profitto aziendale e poco alle altre forme di produzione del reddito. Spostare il carico fiscale “dalle persone alle cose”, cioè dalla busta paga ai consumi è operazione di perequazione e giustizia fiscale tanto necessaria quanto mai realizzata, sempre rinviata e ora appena accennata. E si lamentano pure.

Certo, sarebbe stato meglio abbassare l’Irpef, magari ancora di più, e non alzare l’Iva. Ma ci volevano fondi che nessuno ha e nessuno è in grado di indicare dove trovare, a meno che non si voglia ritornare a praticare il finanziamento a debito, con il piccolo particolare che stavolta occorrerebbe trovare chi li presta i soldi. Ma, dovendo scegliere tra Irpef ed Iva, chi fa parte, chi vive di lavoro dipendente non ha dubbi: giù l’Irpef è la cosa più utile per lui. E, guarda caso, anche la più equa visto quanto è storto il fisco italiano nelle sue radici di gettito. Ci si aspetterebbe la pensasse così anche chi il lavoro dipendente lo rappresenta per lavoro e vocazione, insomma il sindacato. E invece no, in questa partita Susanna Camusso deve aver sbagliato spogliatoio ed è scesa in campo con la maglia dell’altra squadra.

Il leader della Cgil condanna come “manovra recessiva” quella che abbassa le tasse sul lavoro dipendente di circa nove miliardi. E’ il punto più alto e coerente di una parabola che fa della Camusso il peggior segretario della Cgil da quando la Cgil esiste. Unica bussola della sua azione il no al governo, comunque e a prescindere. Unica nota e unico tasto di un dito lì sopra incantato e anche rattrappito il non a qualunque cosa faccia qualunque governo, soprattutto questo governo. Camusso, una sorta di super Polverini, tutta grinta e soprattutto chiacchiere e distintivo. Nessuna linea riformista e neanche antagonista. Nessuna battaglia sul salario che non sia la maggior resistenza possibile su ogni contratto di categoria. Nessuna strategia industriale che non sia la richiesta di “politica industriale” cioè soldi pubblici. Nessuna capacità culturale di affrontare e volgere a vantaggio del lavoro salariato la questione della produttività. Unico faro, unico sogno, unica meta: permettere a chi ha 58 anni di andare in pensione anche domani come succedeva fino a ieri. Di fronte a tanto luminoso e “di sinistra” obiettivo che vuoi che sia un calo dell’Irpef?

A fianco di Susanna Camusso c’è ovviamente Nichi Vendola che definisce “scorticato vivo” il paese dove cala l’Irpef e sale l’Iva. Ragionando con patologia e con i sospetti tipici della sinistra, Vendola sta facendo “blocco storico” con i commercianti e le aziende della distribuzione e con i professionisti e i loro studi e parcelle? Ovviamente no ma anche Vendola, come la Camusso, il calo dell’Irpef neanche lo vede. Non solo perché è un piccolo calo ma perché come spiega lo stesso Vendola l’enormità che impedisce di vedere altro è “l’attacco al cuore del Welfare, dello Stato sociale”. Dal che si deduce che per Vendola e probabilmente anche per la Camusso e purtroppo anche per Stefano Fassina e un bel pezzone di Pd il “cuore dello Stato sociale” sono le aziende, i fornitori e le forniture di materiali e attrezzature alla Sanità pubblica cui sono stati tagliati niente meno che 600 milioni. “Cuore del welfare” che batte anche nella spesa delle Regioni e delle Province e dei Comuni, tagliati anche quelli. Come ognuno sa e vede infatti i governi locali e la sanità sono ovunque in Italia uno specchiato esempio di sano ed efficiente utilizzo delle risorse, la realizzazione, perfetta no ma quasi, del servizio pubblico, anzi dello Stato sociale.

Se questo è il cuore per cui batte il cuore dei Vendola e delle Camusso, allora non è che hanno sbagliato spogliatoio e indossato per sbaglio la maglia dell’altra squadra. E’ che giocano in un’altra squadra, una terza squadra. C’è quella del lavoro autonomo tradizionalmente e comprensibilmente di destra in politica. C’è quella del lavoro dipendente che vive di salario e stipendio e c’è quella di chiunque campa di spesa pubblica e solo di spesa pubblica: Camusso e Vendola e molta, tanta sinistra, giocano in questa di squadra. A Massimo D’Alema fu chiesto a suo tempo di dire “qualcosa di sinistra”, ora una sorta di coazione a ripetere fa sì che la stessa domanda venga posta a Matteo Renzi. Nessuno o quasi che domandi ai Vendola e Camusso: ma mandare la gente in pensione a 58 anni, garantire la garza e la siringa venduta a sovra costo, innaffiare le Regioni di soldi è questa “la sinistra”?