Lavoro italiano non fa ricchezza, ma la Camusso se ne frega

di Lucio Fero
Pubblicato il 22 Ottobre 2012 15:57 | Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre 2012 15:57

ROMA – Lavoro italiano non fa ricchezza, non come il lavoro degli altri almeno. Perché questo accada ognun crede di saperlo, che questo accada quasi tutti trovano conveniente ignoralo o almeno sconveniente metterlo in piazza e in tavola.  La crudezza dei numeri spiega anche se non giustifica la riservatezza al riguardo del ceto dirigente: imprenditori, sindacalisti, partiti politici…

Fatto cento l’input iniziale di una produzione di beni, merci o servizi, il “più” che il lavoro e l’impresa ci mettono e incorporano in termini di valore al prodotto finale sul mercato è in Italia in media pari a 40. Alla fine vale e contiene in Italia 140 di valore, 40 di “valore aggiunto”. In Spagna dove certo non son rose e fiori il valore aggiunto medio è 54, il 30% più che in Italia. In Francia il valore aggiunto medio è 57, il 40% più che in Italia. In Germania è 60, il cinquanta per cento più che in Italia. In Norvegia è 80, il doppio che in Italia.

Perché questo accade? Responsabilità di un sistema di imprese troppo piccole e familiari per investire in tecnologia? Responsabilità di un sistema del credito che non finanzia l’innovazione? Responsabilità di energia troppo cara e sistema dei trasporti non efficiente? Responsabilità di sindacati che leggono produttività e capiscono sfruttamento? Responsabilità di una deresponsabilizzazione collettiva e di troppo denaro pubblico in giro? Responsabilità di troppe e troppo annodate filiere corporative che soffocano merito e valore reale? Tutto questo insieme? Sta di fatto che accade e che quindi il lavoro italiano produca, faccia meno ricchezza dei suoi vicini europei, per non parlare del fuori d’Europa.

Sarebbe dunque questo e non altro il problema dei problemi, il come fare in modo, almeno aiutare il lavoro italiano a “fare” ricchezza come gli altri. Anche per poi distribuirla quella ricchezza, magari più al lavoro che al capitale di quanto non sia avvenuto negli ultimi decenni. Sarebbe dunque questo il problema numero uno, la chiave: migliorare la produttività.

Ma il problema numero uno alla Cgil di Susanna Camusso non interessa, neanche un po’. Al governo di Monti e Passera che ha stanziato 1,6 miliardi di meno tasse per incentivare accordi tra aziende e sindacati sulla produttività, la Camusso ha replicato secca: con quei soldi assumeteci precari. A far cosa, a produrre cosa e se producano o consumino ricchezza quelle ipotetiche assunzioni di precari alla Camusso non interessa. Assumete e non chiedete a far cosa e se è investimento o perdita. Atteggiamento comprensibile nella non lucidissima ansia e disperazione di un precario, atteggiamento populista e incosciente nel leader del più numeroso sindacato italiano.