--

Lettera da Francoforte e Btp al 6%: l’impossibilità di restare europei

di Lucio Fero
Pubblicato il 29 Settembre 2011 15:05 | Ultimo aggiornamento: 29 Settembre 2011 18:05

ROMA – Lettera da Francoforte, Btp decennali venduti al tasso del 5,86 per cento: l’impossibilità o quasi per noi italiani di essere e restare economicamente europei. I buoni poliennali del Tesoro con scadenza marzo 2022 il mercato, i risparmiatori, gli investitori li hanno comprati all’ultima asta, quella del 29 settembre 2011. Ma li hanno comprati chiedendo in cambio un tasso di interesse di quasi il sei per cento. Si tratta di una piccola parte del debito pubblico italiano, per ora. Perché l’Italia resti finanziariamente europea occorre che un tasso del sei per cento non sia ripetuto, non diventi la costante e la regola. Altrimenti alla lunga l’Italia, che pure oggi è “solvibile”, cioè può pagare, non ce la farà più a ripagare il debito. Debito spalmato su una durata media di sette anni, quindi con tassi medi di gran lunga inferiori al sei per cento. Ma ad ogni asta la distanza tra gli interessi sostenibili e quelli non sostenibili si accorcia. Il sei per cento ci spinge, ci porta fuori d’Europa. Per ora è una spintarella, alla lunga diventa espulsione.

Espulsione che potrebbe, dovrebbe essere fermata dal rispetto delle regole e sanzioni automatiche che l’Europa si è data appena ieri: i paesi con debito pubblico sopra il 60 per cento del Pil (l’Italia è al 120 per cento) dal 2014/2015 devono rientrare di una quota parte della differenza. Per l’Italia significherebbe manovre di rientro pari a circa 40 miliardi all’anno. Politicamente e socialmente insostenibili. Quindi o il mercato si convince che l’Italia merita tassi di interesse più bassi, oppure si “sballa”. E per convincere i mercati occorre davvero zero deficit annuale a fine 2013 e Pil in crescita almeno dello 1,5/2 per cento (oggi è sotto l’un per cento). Tutte e due sono condizioni obbligatorie, nessuna delle due è da sola sufficiente anche se entrambe sono necessarie.

Questi i conti, queste le cifre, questi i patti sottoscritti, gli impegni presi. Altrimenti si “sballa”. Ma politicamente, socialmente l’Italia può farcela? Leggiamo la lettera da Francoforte, ciò che il 5 agosto la Banca centrale europea ha chiesto al nostro governo, a Silvio Berlusconi in persona. Oggi lo ha chiesto a Berlusconi, domani la richiesta resta valida per qualunque altro governo e premier, di destra o di sinistra che sia. Si chiede “concorrenza nei servizi pubblici, soprattutto quelli locali da sottoporre a privatizzazioni su larga scala”. Il governo di Berlusconi, la destra di governo, non ha mai aggredito nemmeno di striscio la mano pubblica sui servizi pubblici, soprattutto locali. La Lega, partito cardine del governo, non ne vuol sentir parlare. Di questa mano e con questa mano l’intero sistema della politica si alimenta. Contro concorrenza e privatizzazione dei servizi pubblici sono i sindacati. Contro è il partito di Vendola, quello dotato di miglior trend elettorale a sinistra. Contro è anche di fatto il Pd. Un referendum ha decretato a stragrande maggioranza che il servizio pubblico idrico non si sfiora con al concorrenza e con la mano privata. Chi in Italia su questo punto risponderà sì alla lettera da Francoforte?

La lettera da Francoforte chiede “concorrenza nei servizi professionali e nelle professioni”. Governo e Parlamento, quelli in carica, mai hanno toccato lo status e le protezioni che ogni categoria di professionisti si è conquistata. La destra italiana non ama le liberalizzazioni delle professioni, anzi è costituita è innervata, anche elettoralmente, dal favore della categorie professionali. Tutti quelli che dispongono di un “Ordine”, avvocati, farmacisti, giornalisti…in Parlamento bloccano di fatto ogni ipotesi di concorrenza. Chi un Ordine non ce l’ha chiede di averlo e il Parlamento è pronto a darlo. Sindacati e sinistra sono storicamente distratti rispetto alla questione, non la considerano prioritaria e comunque la considerano pericolosa elettoralmente. Quando i governi di sinistra ci hanno provato a liberalizzare, la società organizzata degli Ordini, delle professioni e dei mestieri ha messo in atto riuscita reazione di rigetto. Chi in Italia su questo punto risponde sì alla lettera da Francoforte?

La lettera da Francoforte chiedeva e chiede di realizzare l’azzeramento del deficit soprattutto e “principalmente” con tagli di spesa. La manovra del governo è per due terzi tasse sicure e per un terzo tagli di spesa probabili. Contro i tagli di spesa sono anche mobilitate le opposizioni, l’informazione, la pubblica opinione. Chiedeva di mettere “sotto controllo” le Regioni e di eliminare le Province. Le Regioni sono in rivolta, anche quelle governate dalla destra, le Province sono ancora là e rispunteranno, dopo essere tra anni “abolite”, in numero maggiore, cambieranno solo nome.

La lettera da Francoforte chiedeva stop alle pensioni di anzianità e età pensionabile per le donne pari a quella degli uomini. Bossi ha risposto con il dito medio, la Camusso pronunciando a muso duro: “Con le pensioni non si cassa”. Dalla Lega alla Cgil, passando per milioni di persone convinte che si vogliono “tagliare le pensioni” l’Italia difende un sistema previdenziale dove si lavora 35 anni e si sta in pensione per venti. Alla lunga nessuno lo potrà pagare, questo sistema paga le pensioni ai cinquantenni di oggi e le abolisce per i trentenni oggi al lavoro.

La lettera di Francoforte chiedeva e chiede che il licenziato abbia assicurazione sociale e reinserimento al lavoro là dove il lavoro si crea. L’Italia tutta resta aggrappata alla Cassa Integrazione. La lettera di Francoforte chiedeva e chiede diminuzione dei pubblici dipendenti. Il governo che c’è i pubblici dipendenti li provoca e insulta con Brunetta ma ne lascia intatto il numero, lo alimenta con la garanzia ai precari che saranno assunti. Diminuzione del numero dei dipendenti pubblici è bestemmia per la Cisl e anatema per la sinistra…

La lettera da Francoforte e i i Btp decennali al 5,86 per cento di interessi da pagare: l’impossibilità di restare europei. A meno che l’Italia non decida e scelga di cambiare i suoi connotati. Ma quale Italia?