Maltempo killer, alluvioni e frane. Dove ritirarsi è la miglior difesa

di Lucio Fero
Pubblicato il 13 novembre 2012 16:58 | Ultimo aggiornamento: 13 novembre 2012 16:58

ROMA – Ogni cronaca del maltempo italiano ha come protagonisti in tv il sindaco o il cittadino delle zone colpite che invoca e lamenta la mancata “messa in sicurezza” del suo territorio, cittadina, frazione. E ciascuno degli attori protagonisti della sciagura, talvolta tragedia, è in ottima fede convinto che la colpa sia sempre della “mancata prevenzione”, dei fondi non arrivati o non sufficienti. In ottima fede i protagonisti, gli abitanti delle zone colpite e gli spettatori, cioè tutti quelli che guardano in tv o leggono sui giornali o qualcosa ne sanno perché qualcuno glielo racconta. Tutti convinti che si può ovunque e sempre appunto prevenire e mettere in sicurezza. E invece no, invece ci sono pezzi d’Italia in cui è troppo tardi. Pezzi d’Italia da cui bisogna solo andarsene, abbandonarli dopo averli cementificati a dispetto di una natura più forte di ogni prevenzione e messa in sicurezza possibili.

Nessun governante o politico o anche ambientalista ha il coraggio di dirlo chiaro e tondo. Coraggio che invece trova Mario Tozzi, uno che non sempre quel che dice è vangelo, uno che talvolta indulge alla sacerdotale liturgia del culto della intoccabile “Gaia”, cioè madre terra con la maiuscola e minuscola, però uno che sa di cosa parla. E che così su La Stampa racconta, anzi enumera quel che accade. Una frana ogni 45 minuti, otto persone al mese morte per frane e alluvioni. Il 50% del territorio a rischio idrogeologico e in in 50 anni 15 mila “eventi gravi”. Seimila seicento Comuni ad alto rischio, tutti quelli della Calabria, Molise, Basilicata, Umbria e Val d’Aosta e il 99% di Marche, Lazio, Toscana e Liguria. Centomila persone che vivono in zone a rischio solo a Genova.

E ancora: ogni anno 500 kmq di territorio ricoperti di cemento e asfalto, perfetto scivolo per le acque. Non c’è, non esiste un modo per “costruire meglio” là dove non si deve costruire, non si può “mettere in sicurezza” una intera catena montuosa, l’Appennino. Bisogna smettere di costruire, anzi bisogna cominciare a ritirarsi dai luoghi cementificati che nulla e nessuno potrà difendere. Altrimenti sarà la norma il fatto che la pioggia in arrivo sia annunciata dalla Protezione Civile e non dal Servizio Meteo. Sarà, anzi è già la norma. E, anche al netto del grande cambiamento climatico di cui Tozzi è certo, altri meno, è un fatto che l’illusione presuntuosa di costruire dove ci pare e ci fa comodo e poi impedire comunque e sempre a fiumi, torrenti, montagne semplicemente di esistere è la madre di tutti i morti e di tutti i danni. Anzi, non di tutti, solo di quelli che l’uomo “cementizio” prima e “condonato” poi si è andato a cercare, prima o poi regolarmente, “naturalmente” trovandoli.