Marò, bisognava incriminarli in Italia per non rimandarli in India

di Lucio Fero
Pubblicato il 19 febbraio 2014 13:30 | Ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2014 13:50

Marò, bisognava incriminarli in Italia per non rimandarli in IndiaROMA – Rispetto allo standard medio dei comportamenti pubblici e privati in Italia, i due marò di fatto reclusi in India sono dei marziani, degli alieni. Si comportano, loro le loro famiglie, i loro amici e il gruppo sociale di loro riferimento, niente meno che con compostezza e serietà. E che per rintracciare serietà e compostezza oggi in Italia occorra praticamente non uscire dal perimetro della disciplina militare è constatazione che non consola ma angoscia.

Al posto di Latorre e Girone ogni altro italiano, individuo, famiglia o gruppo, avrebbe invocato e gridato. Al “massacro di Stato”, allo “inciucio internazionale”, alla “strage di diritti acquisiti”, al “golpe istituzionale”, alla “Costituzione violata”, alla “oppressione giudiziaria delle giustizia”, alla “complicità della Casta”, allo “strazio dei diritti naturali”, al “patto tradito dallo Stato”, alla “fame materiale e morale delle famiglie”. E lo avrebbe gridato in piazza, davanti a Montecitorio e Palazzo Chigi, a “Piazza Pulita”, o a “Servizio Pubblico” o a “La Gabbia” o magari a “Le Iene”. Figurarsi cosa avrebbe fatto chiunque altro cui sia stato detto: ok, in quella specie di prigione indiana non ci torni più, resti a casa. E poi, pochi giorni dopo sia stato detto: no, ci siamo sbagliati, dovete tornare nelle mani e nella cattività degli indiani.

E invece i due marò da due anni due, insieme alle famiglie, agli amici e al gruppo sociale di riferimento, sono composti e seri. Da non crederci. Seri e composti, qui, oggi, in Italia? Eppure è vero. Quel che è molto meno vero è la cantilena molto di moda nelle ultime settimane sui marò appunto. Suona così: oggi tutti uniti, se qualcuno ha sbagliato ne parleremo dopo, dopo che i marò saranno tornati in Italia. La cantilena suona e risuona soprattutto tra i politici e apparentemente è intessuta di buon senso. Apparentemente, perché i marò non tornano proprio perché qualcuno, più d’uno, ha sbagliato. E non una volta sola in questa storia noi italiani abbiamo sbagliato di brutto.

Il primo clamoroso errore furono la decisione e l’ordine di far rientrare la nava con a bordò i marò nelle acque territoriali e quindi in un porto indiano. L’incidente con l’imbarcazione dei pescatori indiani uccisi da colpi di arma da fuoco era accaduto e fuori dalle acque indiane, la nave italiana non era né tenuta per legge né obbligata da forza a invertire la rotta e tornare nel porto indiano. Porto nel quale poi la polizia indiana preleverà i marò per condurli in stato di detenzione.

Chi, perché e come prese quella decisione e diede quell’ordine? A distanza di due anni una vergognosa macchina giudiziaria e politica indiana non produce neanche un capo di imputazione a carico dei marò italiani. Con questi due soldati ed esseri umani gli indiani ci giocano a palla la loro campagna elettorale. Però a distanza degli stessi due anni in Italia non è dato sapere chi perché e come decise di far tornare la nave e consegnare i marò.

Il capitano della nave, da solo? Il capitano d’accordo con l’armatore? Entrambi o uno solo dei due al fine di non compromettere i rapporti commerciali privati con l’India? Oppure un’autorità amministrativa o politica italiana, qualcuno al ministero degli Esteri? Qualcuno alla Marina Militare? Chi? Perché? Come? Due anni e non si sa. E se c’era allora una legge che favorì allora confusione e scaricabarile e oggi offre pezze di appoggio a “ponziopilatismi”, beh questa legge c’è ancora. Dopo due anni nessuno l’ha cancellata e quindi due fucilieri di marina imbarcati su nave mercantile italiana in funzione antipirateria da chi dipendono, da chi governa la nave, dal padrone della nave o dalle Forze Armate e dallo Stato? Chi decide per oro e su di loro?  Non si sa, dipende. Ancora, come due anni fa l’unica garanzia e che dio la mandi buona.

Del primo errore almeno qualcuno ha in questi due anni parlato. Del secondo errore altrettanto grave non parla quasi nessuno. Il secondo errore è stato non incriminare i due marò qui in Italia. Incriminare di che? Qualcuno a quei pescatori indiani ha sparato. In due anni altri possibili sparatori non son venuti fuori per la probabile ragione che altri sparatori non ci sono. E’ possibile, anzi plausibile, che a sparare siano stati i marò italiani. Certo che non abbiano sparato per colpire e uccidere. Certo, certissimo. Ma molto probabile che  a far fuco siano stati loro a seguito di una mal valutata percezione di pericolo. Probabile che abbiano sparato per avvertire e dissuadere e che abbiano ucciso senza assolutamente volere.

Qualcosa che in Italia grosso modo chiamiamo omicidio colposo. Quando si è giustamente percepito che l’India ci giocava con la pelle e la vita dei marò, quando si è capito che ci giocavano a palla le loro campagne elettorali e se ne fregavano del diritto e della giustizia, quando si è pensato di non rimandarli più in India dopo che erano venuti in Italia in una sorta di “licenza del detenuto”, allora bisognava appoggiare e sostanziare il rifiuto a riconsegnarli con l’incriminazione qui in Italia.

Giuridicamente, diplomaticamente e anche umanamente sarebbe stata una posizione forte: li giudichiamo e processiamo noi  italiani per quel che realmente hanno fatto, accertando quel che hanno fatto e non voi indiani che ne state facendo pretesto e vittime. Ma non l’abbiamo fatta quella incriminazione. Non a caso: qualcuno in Italia sa davvero a due anni di distanza, ha davvero voluto sapere come è andata quel giorno a bordo di quella nave italiana al largo dell’India? No, non abbiamo voluto sapere e di qui il secondo errore.

Che in fondo è della stessa famiglia del primo. Entrambi gli errori sono figli dell’irresponsabilità pavida e del realismo miserabile. Rimandiamo la nave indietro, tutto si aggiusta, ci parlo io, ‘sti indiani li conosco…Incriminarli qui, sei scemo? Intestarsi una grana enorme con l’opinione pubblica che si mette contro? Irresponsabilità pavida e realismo miserabile, equamente diffuse nella politica e nell’informazione (web compreso), hanno prodotto il bell’affare di due anni di galera di fatto per i marò. Galera, due anni e più e ancora a crescere che è pena superiore a quella qualora fossero stati processati e riconosciuti colpevoli di una sorta di omicidio colposo.

E in più rottura diplomatica con l’India, forse ritorsioni commerciali ed economiche reciproche. E in più dover subire la prepotenza spocchiosa delle autorità e Stato di New Dehli. Proprio un bell’affare, complimentoni. Mamma irresponsabilità pavida e papà realismo miserabile hanno già messo in cantiere il terzo errore.