Merkel: lezione storia dimenticata. Si dice noi primi e finisce in guerra

di Lucio Fero
Pubblicato il 25 gennaio 2018 10:43 | Ultimo aggiornamento: 25 gennaio 2018 10:43
Merkel e la lezione di storia dimenticata

Merkel: lezione storia dimenticata. Si dice noi primi e finisce in guerra

ROMA – Merkel: lezione della storia dimenticata. Quale lezione? Quella che portò l’Europa e il mondo a trenta anni filati di guerre, stermini, devastazioni, genocidi, dittature…Gli anni tra il 1914 e il 1945. Oggi, dice Angela Merkel, quella lezione sembra dimenticata.

Dimenticata da chi? Se non proprio da noi tutti, di certo dimenticata da moltissimi di noi. La lezione era semplice e chiara: si comincia a dire noi primi, si finisce in guerre. Lezione ovvia: se si stabilisce debba esserci un popolo “primo” per forza di cosa gli altri popoli dovranno essere “secondi” o “terzi” o ancora più giù in graduatoria.

In economia, benessere, commercio, potenza, tecnologia, reddito, armi…Se un popolo fa sua la bandiera e l’ideologia dell’essere “primo”, altri proveranno a fare altrettanto perché nessuno accetta di essere geneticamente(?) secondo, inferiore, gregario. Molti popoli e Stati ingaggeranno gara e battaglia per vedere e farla vedere chi è davvero “primo”.

E saranno guerre commerciali, dazi, rivalse, mercati e frontiere che si fanno reciprocamente sospettosi. E saranno guerre diplomatiche. E saranno guerre combattute per procura, da alleati su altri campi che non siano quelli nazionali. E saranno guerre di ultimatum e reciproche minacce e di sistemi d’arma. E alla fine saranno guerre. Sì, guerre. Perché nazionalismo e protezionismo uniti alla mistica del sangue e della terra generano guerre.

Dalle guerre pensiamo di essere immuni e dalle guerre invulnerabili. Effetto dei 70 anni di pace in Occidente. Pace garantita e difesa da tutto quello che adesso stiamo allegramente picconando e schifando: L’europa unita, la globalizzazione del commercio e dei mercati, la democrazia parlamentare…quella che con disprezzo molti chiamano “la politica”. Pace garantita e difesa dalla messa se non al bando di certo in un canto remoto di nazionalismo, protezionismo, fanatismo religioso, pensiero magico, razzismo…

Ora, qui e oggi, il protezionismo è la bandiera e la fede del presidente degli Stati Uniti.

Oggi, qui e ora, il nazionalismo è nel cuore delle campagne elettorali europee ed è pieno di forze politiche e sociali che lo mandano, il nazionalismo, a far prolifica coppia con il rancore sociale. Oggi, qui e ora, lo chiamiamo populismo perché un nuovo nome occorreva e chiamarlo come un secolo fa era angosciante e disperante e avvilente. Ma se i nomi cambiano e di molto, il fenomeno storico e sociale muta nelle forme ma non nell’essenziale.

Oggi, qui e ora, la stessa democrazia sembra stanca e sembra aver stancato i suoi beneficiari. Ad una iniqua allocazione delle risorse economiche  (ma almeno in Occidente non tale da indurre povertà e miseria di massa) il cosiddetto ceto medio e soprattutto i ceti popolari rispondono dicendo, anzi rivendicando che la democrazia sono dispostissimi a vendersela in cambio di qualche protezione di Stato in più.

E’ l’ultimo ingrediente che mancava, il consenso popolare all’anti parlamentarismo, al nazionalismo, al protezionismo, alla retorica del sangue e della terra, alla bandiera dei “noi primi”. Parola d’ordine che viene anche spesso e volentieri declinata con un “prima a noi”. E così il protezionismo diventa da nazionale anche regionale, comunale, casalingo, di lobby, categoria, sindacato, gruppo, famiglia, clan.

Lezione della storia dimenticata dunque dai presidenti eletti a furor di popoli e dai popoli furenti. A un secolo di distanza stiamo ripercorrendo gli stessi passi di un secolo fa dice Angela Merkel cancelliera tedesca. La più parte del popolo furente farà orecchie da mercante. Un po’ perché non capisce, molto perché non vuole né capire né sapere. Ultimamente è pieno di popolo che si sente esentato da questa fatica del capire e sapere e che dichiara questa della conoscenza una intollerabile pretesa della casta da cui ci si è liberati.

In un mondo dove i macellai di Isis in nome di un dio che vogliono crudele oltre ogni limite ammazzano gli infedeli di Save The Children che salvano e curano bambini…

In un’Italia dove, a salutare il giorno della Memoria dell’Olocausto degli ebrei, vicino Pordenone c’è chi organizza concerto neonazista a cantare il “vento purificatore della Soluzione Finale (e nessuno li ferma)…In un’Italia dove c’è chi ad Arezzo si ingegna e a Milano si attiva per sporcare o danneggiare quanto sappia di ebreo…

In un mondo e in un tempo in cui il “noi primi” e il “prima a noi” cancella e soverchia la lezione della storia che ci portò alla pace, la Merkel lo dice chiaro e tondo quel che stiamo facendo.

Ma chi se ne frega della Merkel, della storia e che palle le lezioni! Così, se ne avrà notizia e sentore, buona parte della pubblica opinione italiana. Poi lezioni dalla tedesca…Un partito che va alla grande, molto alla grande, non importa dire quale ecco cosa sta preparando alla Germania, ecco il trattamento che quel partito, una volta al governo, riserverà a tutte le Merkel di crucconia.

L’Italia governata dal partito che va alla grande abolirà il pareggio di bilancio nella sua Costituzione e quindi anche nella sua politica economica. E abolirà l’obbligo di rientrare di quote di debito pubblico nei prossimi decenni. L’Italia guidata dal partito che va alla grande farà quindi deficit e debito, c’è scritto nel programma del partito che va alla grande. E fin qui, ognuno è libero di andare in rovina pensando di far fortuna.

Ma il bello viene dopo: l’Italia governata dal partito che va alla grande vorrà anche gli Eurobond, cioè titoli finanziari con cui l’Italia si indebita e pagano…i tedeschi! Anche questo nel suo piccolo è un “noi primi”, anzi un “prima a noi”. Ah, il partito in questione che va alla grande non è quello di Berlusconi.

 

 

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