Viva i minatori, viva il Sulcis. Ma non a 200mila l’anno per minatore

di Lucio Fero
Pubblicato il 29 agosto 2012 15:47 | Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2012 15:47

ROMA – C’è molta poesia oggi sui giornali e in tv per i minatori: i reportage sulle “donne con il casco anche loro laggiù”, i commenti sul “perché hanno ragione quegli operai coraggiosi”, l’epopea dello “esplosivo nascosto contro il rischio di un blitz”. Piace alla stampa e alla gente la figura del minatore perché fa insieme romantico e rude, fa fatica operaia e bel tempo che fu, fa “madeleine” di quando eravamo tutti più giovani e per un mondo migliore, fa sentir solidali, fratelli con questi poveri cristi che si massacrano di lavoro centinaia di metro sotto terra, là dove è buio e si respira poco e male. Molta poesia e anche gratis: fossero stati portuali che bloccavano una stazione ferroviaria o un’autostrada ci saremmo sentiti tutti meno gentili e commossi. E si fossero portati l’esplosivo su un cavalcavia o in un cantiere livello terra, saremmo stati tutti molto meno poetici nel narrare, leggere, solidarizzare.

Molta poesia e pochissima prosa, anzi chi la fa la prosa è un “infame” senza cuore. Eccola la prosa: il progetto di far diventare quella miniera oggi di carbone domani un serbatoio sotterraneo di anidride carbonica costa 250milioni all’anno per otto anni, due miliardi di euro in tutto. Divisa la spesa pro capite, fanno 200mila euro l’anno per ogni minatore del Sulcis. Gente che con onestissimo e durissimo lavoro ne guadagna molti meno. E allora si abbia il coraggio di dire a questa gente che il lavoro lo avranno, ma un altro lavoro. Oppure il cinismo di garantire a queste persone che saranno assistite a carico della collettività. Si trovi a chi ha diritto di sopravvivere degnamente altro lavoro o li si metta in carico alla collettività, non sarebbero i primi, non saranno gli ultimi. Ma raccontare la poesia di una miniera di carbone nero che diventa la bianca cattedrale della nuova energia ed ecologia e tutti vivono felici e contenti guadagnandoci tutti è un po’ come intonare le canzoni delle “madrine del fronte” a sostegno dei fanti in trincea. Un verso, un’ode: poi per loro la guerra e per noi un rinfresco. Non servono gli evviva ai minatori e al Sulcis che invece si sprecano. Servono e nessuno ne parla pochi, maledetti e subito soldi veri e qualche parola di verità che nessuno pronuncia.

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