Novembre europeo: Grecia in secca, banche sotto diga, Italia a catena

di Lucio Fero
Pubblicato il 11 Ottobre 2011 14:19 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2011 14:19

ROMA – Novembre europeo: la Grecia trainata in secca, cioè non fatta affondare ma fermata, inibita nella sua navigazione impazzita. Fuor di metafora: la Grecia non pagherà l’intero ammontare dei suoi debiti e i suoi creditori se ne faranno un’amara ragione. Ci rimetteranno miliardi ma è il minore dei mali. Sarà default pilotato e limitato: meglio questo che l’incombere di un default esplosivo. Portare in secca la Grecia e scaricare a mare parte della zavorra del suo debito, farlo diventare credito consensualmente inesigibile alzerà un’onda, un’onda di miliardi perduti. Perduti dalle banche europee. Quindi, insieme alla Grecia in secca, sarà alzata una diga per tenere le banche con la testa fuori dall’acqua. Una diga alta da 148 a 226 miliardi di euro. Miliardi che andranno a “ricapitalizzare” le banche perché non vadano in crisi di patrimonio e liquidità. Miliardi che saranno garantiti dagli Stati e dai governi, primi fra tutti quello tedesco e francese.

La Merkel dopo lunghi tentennamenti si è convinta che è il prezzo minore da pagare, anche per la Germania. L’alternativa sarebbe una “catena di fallimenti bancari” che ai tedeschi costerebbe ancora di più. Quella “catena di fallimenti bancari” evocata come rischio concreto dal presidente americano Obama. Washington ha premuto e preme su Berlino e Parigi perché l’Europa arrivi al G20 del 3 novembre con in tasca il piano che prevede, e paga, la messa in secca della Grecia e la diga per le banche. E per gli altri, tutti gli altri, prima tra tutti l’Italia, una “catena” che tiene ancorati al molo. Berlino e Parigi pagheranno gran parte del conto ma contestualmente vogliono che gli altri paesi europei accettino controlli e sanzioni nelle politiche di spesa e bilancio nazionali. Non pagheranno per beneficenza ma per istinto di sopravvivenza, ma Berlino e Parigi vogliono dettare le regole appunto perché pagano. Il 22/23 di ottobre la Merkel e Sarkozy porteranno al vertice europeo questo piano accompagnato da un secco prendere o lasciare. Chi “lascia”, lascia il porto e va da solo nell’alto e tempestoso mare della crisi finanziaria.

L’Italia, il governo italiano lamenta di non essere stato chiamato a dire la sua e il ministro degli Esteri afferma di “non capire” di cosa la Merkel e Sarkozy abbiano parlato e concordato. Frattini si spinge a dire che i due “hanno perso tempo”. Non è il solo Frattini a lamentarsi in Italia, perfino Romano Prodi diffida del “direttorio” franco-tedesco. Ma cosa avrebbe potuto dire, quale contributo avrebbe potuto portare l’Italia al piano del novembre europeo sollecitato da Obama e impostato, e pagato, da Francia e Germania? L’Italia in cui la quasi totalità del partito di maggioranza relativa, insomma il Pdl, smania per un paio di condoni, edilizio e fiscale. Condoni che l’Europa neanche conteggia come risanamento finanziario considerandoli perdite di gettito fiscale a medio termine. L’Italia in cui la stragrande maggioranza dei ministri contesta e cerca di eludere il taglio di sette miliardi di spesa ministeriale su cui il governo, il loro governo, si è impegnato davanti all’Europa e alla Bce. L’Italia suscettibile che dimentica di essere andata ad agosto con il cappello in mano dalla Bce chiedendo e ottenendo acquisti di titoli di Stato italiani per decine di miliardi. L’Italia letteralmente con “le pezze al sedere” in termini di debito pubblico che, a partire dal governo in carica, si rifiuta di cominciare a smontare. Il novembre europeo, se funziona, lo pagano tedeschi e francesi in massima parte. E sono loro che si assumono la responsabilità della messa in secca della Grecia, del default pilotato, della diga per le banche. Non chiamano gli italiani a decidere…una volta un politico americano disse: se chiamo l’ Europa al telefono chi risponde? Ecco, se chiamano l’Italia al telefono chi risponde? Umberto Bossi che vuole un governatore di Bankitalia “nato a Milano”? Fabrizio Cicchitto che definisce Savonarola penitente chiunque non voglia un condono? Alemanno, Formigoni e Scajola che vogliono cancellare i tagli alla spesa? Scilipoti che aveva previsto il condono e tiene in piedi il governo? Tremonti il ministro competente che ha contro tutto il suo partito? Potrebbero provare con Berlusconi, ma spesso il telefono del premier dà occupato perché sta parlando con Ghedini, Paniz o Lavitola. Domani potrebbero chiamare Nichi Vendola che giura che la Bce è il problema, anzi il “cattivo”. Ecco perchè non ci chiamano.