Lucio Fero

Più lavoro, più soldi in giro. Invariato il numero increduli, in crescita quelli a cui dispiace

Più lavoro, più soldi in giro. Invariato il numero increduli, in crescita quelli a cui dispiace

Più lavoro, più soldi in giro. Invariato il numero increduli, in crescita quelli a cui dispiace

ROMA – Più lavoro, più soldi in giro. Ultima in ordine di tempo è arrivata Confindustria con i suoi calcoli e le sue stime. Ma prima era stato l’Istat ed era stata Banca d’Italia ed era stata la Commissione Europea ed era stato perfino Moody’s. Erano, sono stati tutti in questa fine d’estate 2.017 a vedere, calcolare, attestare che in Italia ci sono più posti di lavoro e girano più soldi.

Più posti di lavoro rispetto agli anni più duri della crisi, più lavoro rispetto dunque al 2012/2013 e anche rispetto al 2014. I calcoli, i numeri dicono circa un milione di posti di lavoro in più. Non ancora tutti quelli che c’erano prima della crisi, non ancora tutti i posti di lavoro andati perduti ma circa un milione in più di quando la crisi era nera. E’ così e punto.

E più soldi in giro, questo vuol dire la stima Confindustria (e prima di Confindustria di tutti gli altri) di un Pil 2017 che si avvia ad essere pari a più 1,5 per cento rispetto all’anno scorso. Poco o tanto che sia, l’incremento di un punto e mezzo, non si vedeva così ampio da anni e un punto e mezzo in più sono miliardi in più in giro. Pochi o tanti che siano, comunque in più. E’ così e punto.

Ma nonostante più lavoro e più soldi resta invariato nel paese il numero degli increduli. Di quelli che non ci credono neanche all’evidenza. Di quelli che dicono: sarà, ma a me non è arrivato nulla. Di quelli che negano, smentiscono. Per abitudine, istinto, convinzione.

Il miglioramento della condizione economica di un  paese e di una società con parte rilevante se non maggioritaria della stessa società che non percepisce o addirittura rifiuta e respinge ciò che è nei numeri e nei fatti è grandissima e drammatica questione politica. La costante sociale ed elettorale per cui ad espansione reddito e consumi corrispondeva espansione del consenso non funziona più. Una delle “leggi” di funzionamento della democrazia non scatta più, scatta a vuoto. Enorme, drammatica questione.

Più piccola, al confronto, la questione della crescita di coloro cui dispiace ci sia qualche lavoro e soldo in più. Dispiace loro per mestiere, vocazione, carattere, umore, professione. E’, nel migliore dei casi, uno stato d’animo permanente: deve andare male e anche peggio, se va un po’ meno male è una sofferenza, un dispetto. Nel peggiore dei casi invece il dispiacersi se va almeno un po’ meglio è la condizione naturale di chi ci campa sul fatto che va male.

A grandi linee quelli che coscientemente si rammaricano di qualche lavoro e soldo in più sono i mestieranti e i ruminanti del fiele. In crescita di numero, ma sempre pochi rispetto agli increduli. Quelli cui dispiace hanno voce grossa ma piccola storia. Appartiene invece alla storia, quella vera e grande, il fenomeno della incredulità di massa anche rispetto all’evidente. Una sorta di legge di gravità della democrazia non produce più il suo effetto: libertà più diritti, incrementati e sostenuti da più consumi più redditi non fanno consenso. E quindi la democrazia resta sospesa, incerta, perfino vagolante. Cosa vuole davvero la volontà popolare se libertà, diritti, maggior reddito e consumi non fanno consenso?

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