Preiti santo quasi. Dai compagni ai cittadini “che sbagliano”

di Lucio Fero
Pubblicato il 29 Aprile 2013 17:39 | Ultimo aggiornamento: 29 Aprile 2013 17:59

Luigi Preiti (foto Ansa)

ROMA – Il Sommo Tribunale del Popolo, Audience e Istituzioni, riunito in seduta d’urgenza e plenaria, ha già ampiamente concesso a Luigi Preiti le attenuanti generiche e sociali e le scusanti di status e condizione.

Preiti, quello che ha sparato ai Carabinieri davanti al palazzo del governo è stato riconosciuto ufficialmente, ad esempio dal presidente della Camera Boldrini, e ad umor di popolo più o meno tutto, e a sottotesto non scritto e neanche letto ma ispirati da ogni telegiornale, come “disperato”. Stato socio culturale quello di “disperato” che nulla ha a che fare con la condizione psichica.

Viene riconosciuta allo sparatore la capacità di intendere e di volere, insomma nessuno gli dà del matto. Disperato, non matto. Lo dimostra e lo attesta il fatto che voleva “sparare ai politici”. Dichiarazione che all’udito e alla vista del Tribunale lo redime dalla condizione di insano di mente. Ma voler “sparare ai politici” non lo relega come accadeva in altri tempi nella categoria del terrorista assassino.

Tutt’altro: se voleva sparare ai politici è disperato e non terrorista. Sparare ai politici da disperato viene sentenziato essere tutt’altra cosa che sparare loro da terrorista assassino. E il nostro Preiti non ha neanche bisogno della infermità mentale per accedere alle indulgenze del nostro Tribunale.  Bene, il Sommo Tribunale del Popolo, Audience e Istituzioni si sbaglia, mente e fa danno. Ogni anello della catena del suo ragionare e sentire è un grano del rosario sgranato dalle troppe beghine di una pavida ipocrisia.

Che non sia matto non c’è dubbio alcuno. Lo attesta il fatto che abbia provato a farsi passare per matto, quel dire “sento le voci, mi chiama mamma…”. Ci ha provato e poi ha smesso subito. Quel mentire o non dirla tutta sulla pistola: se è disperato da disoccupazione e affini lo era da quattro anni fa quando dichiara di aver comprato la pistola sul mercato clandestino? Se invece se l’è procurata più di recente, dove di grazia un disperato normale si procura un’arma dal numero di matricola abrasa? Quell’indulgere, talvolta, da lui stesso ammesso con troppa prontezza, con la cocaina. Quel troppo ma sistematico giocar e tentar di sfangarla con il biliardo e il video poker. Quel patetico ma puntuale “Non riuscivo a dare da mangiare alla mia bambina”. Non, non è matto, al massimo ci fa.

E veniamo al “disperato”. Tutti coloro che vedano andare in frantumi un matrimonio anzi due, che vedono l’azienda personale arrancare, che non vincono a biliardo e al gioco elettronico, che cadono in depressione hanno dunque diritto a fregiarsi del titolo “disperato” e quindi a mettere in conto ogni capitolo del libro della propria vita al…? Al governo e ai politici, ecco a chi! “Io avevo perso il lavoro e loro mangiavano e bevevano”: questa frase assolve, emenda, giustifica? Per Il Sommo Tribunale la risposta è sì, questa frase è la “grande attenuante”. Invece è, dovrebbe essere, una pesante aggravante. Perché è una menzogna oscena quella che cantilena: “Io sto nei guai e loro mangiano”.

Oggi una pubblica opinione che si crede giustiziera ma in realtà è solo feroce come solo gli umani e nessuna fiera sa essere feroce, rivolge questa frase verso i politici. E’ la stessa frase rivolta nei secoli verso le streghe, gli ebrei, i diversi di pelle, i barbari che stanno al di là del fiume, insomma quelli da sterminare. Sterminare perché gli dei paghi del sacrificio tornino finalmente a volgere il loro favore verso chi ha versato il sangue empio. La facciamo pesante? Mica tanto. Dove sta scritto, su quale diritto naturale o patto sociale è fondata la pretesa che ti va male un investimento o una vita lo Stato, la Politica ti debba risarcire? Quale abisso di semplificata, orgogliosa, strafottente ignoranza può sostenere che se perdi il posto di lavoro, se la fabbrica chiude, se l’azienda o la bottega non vanno è diretta, immediata colpa della politica e dei politici?

Eppure è così che sentono ed è così che si sentono tanti, molti, troppi cittadini italiani. Dagli afrori più che dagli umori della pubblica opinione vien fuori inconfondibile olezzo di santificazione o quasi per quello che “voleva sparare ai politici”. Un sentimento cui manca solo il suo slogan, il suo striscione: Preiti, santo quasi. Quasi perché ha finito per sparare ai Carabinieri, ragazzo maldestro. Avesse colpito un politico…E questo l’ho letto in ogni blog e in ogni sito, nei commenti di chi li frequenta, compreso il nostro. E allora ho pensato: sarà la schiuma dell’onda sociale, quella su cui si raccoglie e fermenta ogni rifiuto e spurgo. Sarà la spuma dei peggiori che cavalca l’onda. Poi l’avesse colpito un politico l’ho sentito con appena appena una minima venatura ironica che non nascondeva il rimpianto reale in una cena borghese progressista, in un bar popolare e apolitico, in uno scambiarsi parole tra bottegai berlusconiani e di destra.

E questa della “disperazione” di cui bisogna tener conto l’ho sentita a proposito di uno che voleva ammazzare un politico ed è quasi riuscito ad ammazzare un Carabiniere (gli è riuscito solo di spezzargli la spina dorsale e la vita) dalla bocca di alti prelati, presidenti delle Camere, fior di politici. E allora ho capito che una volta c’erano, ci sono stati i “compagni che sbagliavano”. Cioè quelli che volevano abbattere il sistema, quelli dello “Stato si abbatte e non si cambia”, quelli dell’assalto armato allo Stato. E c’erano i loro “compagni”, cioè tutta o quasi una generazione di giovani e talvolta meno giovani che non seppe e non volle capire e che fino all’ultimo momento possibile continuò a chiamarli, volerli, sognarli come “compagni”, anche se “compagni che sbagliano” perché sparano e uccidono. Tutt’oggi, a parlar di quei “compagni” che sbagliavano eccome si fa una qualche fatica a non riconoscere una qualche maledetta nobiltà a quegli ideali, a quella ideologia. Si fa una qualche fatica a non pronunciare: era roba tanto sbagliata quanto nobile. Falso: un elevato tasso di errore, di sbaglio etico, logico e storico cancella ogni nobiltà.

Ora, oggi il problema non c’è più. Ora che siamo ai cittadini che sbagliano” non c’è neanche il dubbio, il velo di una maledetta nobiltà d’intenti alla base del delitto sociale. Ora c’è il massimo dell’ignobiltà santificata. Ignobile il rifiuto di ogni responsabilità nella propria vita. Ignobile lo scaricare sull’altro l’insoddisfazione per ogni proprio bisogno che non diventa diritto. Ignobile sparare in piazza e chiedere e ottenere indulgenza. Ignobile andare in giro a coltivare  spargere odio per “il politico” come categoria razziale. Ignobile dare un posto in prima fila nei talk-show e nei blog all’odio, anzi darglielo quel posto si può e si deve ma è ignobile chiamare quell’odio con nomi falsi e truccati.

Non è indignazione e disperazione, è odio. Ignobile allevare e dare diritto di cittadinanza a sedicenti cittadini che di Preiti fanno un santo quasi e che razzolano nello avesse colpito un politico. Anzi, ignobile è un termine aulico: i cittadini che inneggiano, parteggiano, indulgono, ammiccano ai “cittadini che sbagliano” sono la schifezza dei cittadini. Sì, lo scarico, lo spurgo della società. E uno spurgo, uno scarico non è mai diventato né mai potrà diventare una fontana di acqua potabile solo perché è intasato dalla troppa acqua nera che vi confluisce e ristagna.