Lucio Fero

Salvini Putin e vaccini punta i voti M5S. Di Maio cerca quelli di Berlusconi

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Salvini Putin e vaccini punta i voti M5S. Di Maio cerca quelli di Berlusconi

ROMA – Salvini Putin e vaccini punta sfrenato i voti M5S. Di Maio cerca, è in caccia programmata e attenta dei voti di Berlusconi. Sono strategie di campagna elettorale entrambe abbastanza evidenti. Cui corrisponde una logica, entrambi i movimenti hanno un senso.

Salvini con la sua Lega va al voto del 4 marzo in alleanza con Berlusconi, Meloni e la “quarta gamba” centrista del Destra-Centro-Centro-Destra. Se Salvini e la sua Lega arrivano secondi e distanziati non poco da Forza Italia, anche in caso di vittoria della coalizione le carte di governo le darà Berlusconi. E Salvini e la Lega potranno mugugnare molto e contare poco. Ecco perché Salvini ha bisogno di qualunque voto, ad ogni costo, con ogni mezzo, da raccogliere ovunque.

E l’ovunque è l’area dell’anti tutto. Un’area presidiata quasi naturalmente da M5S. Per fare raccolto o almeno incursione in quell’area Salvini si fa iper estremista (non gli riesce difficile). Proclama che “Putin è un grande” onde far da richiamo (ecco, sono qui) ai non pochi anti tutto cui piace chi incarna il calcio nel sedere alle deboli e smidollate democrazie. Riprende la balla bugiarda e falsa e pericolosa dell’obbligo dei vaccini come regalo alle multinazionali del farmaco, sventola davanti all’elettorato l’overdose letale dell’abolizione della legge Fornero in quattro mesi (anche Forza Italia e Berlusconi hanno dovuto spiegare che la legge Fornero tutta non si può abolire, quello che non si può e non si deve è riabbassare l’età della pensione).

Salvini si sfrena e già non era in tempi normali che si tenesse molto. Si sfrena per non restare indietro in percentuale a Berlusconi. Si comporta, pur avendo discrete possibilità di andare al governo con la sua Lega, come il capo di un partito che resterà sempre e comunque opposizione e anti sistema. Si sfrena per calcolo e strategia, e anche perché gli viene naturale. Salvini è senz’altro il più monocorde degli ideal tipi umani della nostra politica, ha una sola nota e tonalità: il disprezzo per qualunque cosa non sia se stesso e la sua causa, disprezzo che si estende alla necessità-opportunità di conoscere, distinguere, valutare. E’ stato Salvini stesso e non altri a vedersi incarnato in una ruspa. E le ruspe tutto rimuovono e tutto raccolgono, proprio tutto. Ed è raro le ruspe siano chiamate a raccogliere fiori.

Al contrario, proprio tutto al contrario Di Maio se vuole vincerle davvero le elezioni deve innalzare la percentuale M5S al di sopra del suo circa 28 per cento. E per farlo ha bisogno di voti di tutt’altra natura dei no vax, pro Putin e simili. Ha bisogno di voti di normale destra conservatrice, ha bisogno oltre che dei voti della gente arrabbiata (questi ce li ha) dei voti di gente preoccupata.

Quindi la strategia elettorale di Di Maio è attenta, accorta, mirata. Via questa storia pazza del far fuori l’euro (la gente che in Italia ha un’impresa lo sa che sarebbe una rovina economica). E seri tentativi di portare in lista Rettori di Università a fugare l’idea che M5S mette mano alla pistola quando sente parlare di scienza e cultura. Sì alla promessa mirata di cancellare l’Irap, cioè la tassa che le imprese non possono vedere. E niente balle spaziali sulla decapitazione delle aliquote Irpef.

La balla che Di Maio vende in campagna elettorale è quella che da decenni affascina e consola più i ceti moderati e preoccupati che quelli arrabbiati. La balla è quella dell’abbassare il debito pubblico di 40 punti percentuali in 10 anni. E fin qui altro che balla, sarebbe ottimo programma. Ma la balla è il farlo senza tagliate un euro di spesa pubblica, anzi aumentando la spesa pubblica di svariate decine di miliardi l’anni tra reddito di cittadinanza e ammorbidimento della Fornero-pensioni.

La balla di abbassare il debito senza inflazione tanta e alta che fa male, senza ripudio del debito che fa rovina e senza governare deficit e spesa è balla grossa ma in fondo è quella che l’elettorato si fa raccontare e ascolta volentieri dai tempi della Prima Repubblica. L’ha raccontata il pentapartito, il Psi, la Dc, e poi Forza Italia e poi il Pd, perfino Bertinotti la raccontava, la racconta perfino la Meloni. Insomma è una balla tranquilla che rassicura e non eccita quella scelta da Di Maio.

Al lato di questa evidente attenzione ad un elettorato diciamo così pragmatico-informato, Di Maio allinea la ricerca di candidati e l’appoggio di una sorta di sinistra sociale o meglio di una società che si sente sinistra più sinistra della sinistra politica. Il risultato è che la strategia grillina in questa fase della campagna elettorale tende a suscitare una doppia domanda, un doppio dubbio in due diversissime aree dell’elettorato.

Votare Liberi e Uguali di Grasso-Boldrini o votare M5S? Questa è la domanda che Di Maio vuole si pongano decine di migliaia di elettori diciamo, si fa per dire, a sinistra-

Ma molto più importante per Di Maio è suscitare l’altra di domanda: votare Berlusconi per stare sul sicuro e votare Di Maio che tanto non si rischia? E questa domanda, questo dubbio, se Di Maio riesce a indurlo, riguarda non decine ma centinaia di migliaia di elettori.

Berlusconi l’ha capito, eccome se l’ha capito. E Berlusconi che fa mentre Salvini tenta lo scippo dei voti M5S e Di Maio prova a far raccolto nel campo di Berlusconi? Berlusconi, ma non lo dice, non può dirlo altrimenti l’effetto svanisce, può provarsi a prendere qualche voto che fu di Renzi. Se infatti il Pd non ce la a tenere a bada l’anti sistema, chi altri può tenerlo a bada l’anti sistema se non Berlusconi?

 

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