Lucio Fero

Scuola-lavoro, una volta era una cosa di sinistra

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Scuola-lavoro, una volta era una cosa di sinistra

ROMA – Scuola-lavoro, alternanza scuola-lavoro, la scuola che si contaminava con il lavoro e viceversa erano cose di sinistra. Di vera e assoluta sinistra. Sinistra che combatté lunga battaglia politica e sindacale per quelle ormai dimenticate “150 ore”. Le ore di permesso retribuito da concedere ai lavoratori perché studiassero, producessero cultura. Sinistra politica, sindacale, sociale che faceva del rapporto, del mischiarsi tra un’aula scolastica è un luogo di lavoro non solo un’occasione di sviluppo economico ma perfino una conquista etica.

Ora che l’alternanza, la mescolanza scuola-lavoro è legge (male e burocraticamente applicata ma legge) migliaia di giovani studenti sfilano in strada contro. E fin qui nulla di strano. E’ nel loro diritto protestare e rivendicare la loro natura altra e aliena dagli operai. Vanno in piazza mascherati da operai per segnalare che loro non sono e non vogliono essere tali. Ci sta. Loro opinione e obiettivo.

Quel che ci sta parecchio meno è che queste migliaia di studenti che l’alternanza scuola-lavoro la schifano sfilino in piazza agitando bandiere rosse e arrogandosi la qualifica di sinistra, anzi vera sinistra. Con tutta probabilità non sanno nulla delle 150 ore e neanche della tradizione sia socialdemocratica che socialista e comunista che tutte hanno indicato nella contaminazione cultura-produzione un valore sia economico che morale. Ma l’ignoranza, anche se totale, non è un alibi. Magari un colossale propellente sì, ma alibi l’ignoranza no.

L’ignoranza non vale, non dovrebbe valere come alibi per un palese reato politico: il millantato credito. Questi studenti sono quelli, pari pari, che qualche generazione fa avrebbero manifestato per Nizza e Savoia italiane e che decenni dopo amarono farsi definire e paninari e che…Sono stati definiti da un sindacalista offeso del loro mascherarsi da operai come piccolo borghesi snob-chic. Non proprio, borghesia anche piccola non si sa più dove sia e non c’è snobismo. Sono veri, genuini e sono popolo questi ragazzi cui fa schifo l’alternanza scuola-lavoro. E chiamano sfruttamento la loro ripugnanza per il lavoro manuale e la loro ostilità ad acquisire competenze e non “crediti”.

Sono veri, sono genuini e sono popolo. Ma non sono sinistra, né per dritto né per rovescio. Eppure vanno in giro con la bandiera rossa. Magari, se votano, votano Sinistra Italiana o Mdp. Di certo rinfacciano, rimproverano il Pd di non essere più di sinistra. Proclamano sinistra vera e niente meno che pura una coriacea e agguerrita barricata che fermi e rigetti indietro ogni cosa…di sinistra.

E’ il problema per così dire ontologico del Pd, dei Ds, del Pds e di qualunque cosa politica ci abbia provato dopo lo scioglimento del Pci. Il problema è semplice e irresolubile: la sinistra politica (qualunque sia la sigla o il gruppo dirigente) si vuole, si propone, aspira ad essere riformista. Riformismo radicale oppure esitante. Temperato o smodato. Socialdemocratico o social liberale o anche socialista. Ma riformismo, cioè modifica degli assetti attuali per ottenere maggior produzione di ricchezza e quindi migliore e più giusta allocazione della ricchezza prodotta.

Ma i ceti sociali di riferimento, l’elettorato, gran parte dell’elettorato delle forze politiche di sinistra (le guidi Bersani o Renzi o D’Alema o Bertinotti o Vendola o Veltroni o chi vi pare non cambia) riformista non è, anzi. I ceti sociali di riferimento, gran parte dell’elettorato che vota a sinistra o che di votare a sinistra si dichiara “deluso” è tante cose. Anarchico, rivoluzionario, conservatore, reazionario. Una sola proprio no: riformista.

Ecco quindi la contraddizione che non consente al Pd e a quel che c’era prima del Pd. Il Pci teneva a freno al contraddizione con le maglie del sol dell’avvenire. Dopo il Pci non ci sono state più maglie di contenimento. E così accade (è solo un episodio, un esempio) che giovani studenti vadano in piazza a schifare un valore e obiettivo della sinistra politica e culturale e lo facciano sventolando bandiere rosse. Quanto mai improbabili e decisamente fuori luogo nelle loro mani e per i loro obiettivi, ma chi ha il coraggio per ricordarsene?

Post Scriptum. Ma perché mascherarsi sempre e comunque quando si va in piazza? Stavolta da operai, altre volte in altro modo. E perché questi cortei sempre accompagnati, anzi innervati da musica (spesso i maledetti bonghi) e sempre sceneggiati con passi di danza più o meno corale e collettiva? Maligno sospetto: ci si va come  si va a una festa. E quindi ci si domanda: che mi metto? Stavolta il dress code era la tuta da operaio.

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