Recluse fino a sentenza d’Appello. Intercettazioni sul treno del Gulag

di Lucio Fero
Pubblicato il 28 Settembre 2011 15:33 | Ultimo aggiornamento: 28 Settembre 2011 15:33

ROMA – Fino alla sentenza di Appello, recluse fino alla sentenza di Appello: così il governo vuole le intercettazioni, così sta scritto nella legge che il governo vuol far approvare dalla Camera con un voto di fiducia entro la prima metà di ottobre. Recluse e senza contatti con l’esterno, con la pubblica opinione, con i cittadini, con gli elettori. Recluse per anni perché “fino alla sentenza di Appello” vuol dire recluse per anni. Neanche dopo un processo, una sentenza, una condanna di primo grado le intercettazioni potranno prendere “un’ora d’aria”: così vuole il governo e la sua legge.

Intercettazioni messe sul treno che porta al gulag dove si perdono e scompaiono. Messe sul treno del gulag all’ingrosso, tutte e tutte quante, solo per essere intercettazioni. Quindi meritevoli di deportazione di massa nel campo del silenzio. E’ un’operazione violenta e bugiarda. Violenta perché indiscriminata. Bugiarda perché basata su una menzogna politica. La menzogna è quella di voler impedire l’inciviltà del leggere sui giornali conversazioni private che nulla hanno a che vedere con le indagini, i reati, i processi e il diritto civile della gente a sapere ciò che è sacrosanto che sappia. Se questa davvero fosse l’intenzione del governo e di quelli che gridano contro la “barbarie” del tutto pubblicato, allora governo e maggioranza avrebbero approvato ciò che invece bocciano ed escludono.

Bocciano ed escludono perché non sanno che farsene la “udienza filtro”. Un’udienza, un momento giudiziario nel quale il magistrato e gli avvocati, intercettazioni alla mano, decidono cosa riguarda le indagini, i reati, i processi e cosa invece è fuori da questo ambito e dall’interesse, il diritto pubblico a sapere e conoscere. Se un Filippo Penati al telefono consiglia ad un possibile testimone la condotta da tenere di fronte alle domande degli inquirenti, questo riguarda le indagini, i presunti reati, il possibile processo, la gente, i cittadini, gli elettori, il pubblico interesse. Se un Filippo Penati tradisce la moglie o ne viene tradito, tifa per l’Inter o per il Milan, gioca o non gioca al video poker, questo non riguarda le indagini, i processi, la gente e il pubblico interesse. Se un Silvio Berlusconi al telefono dice che “le ragazze sono abbondantemente foraggiate”, questo riguarda le indagini, le accuse, il possibile processo, la gente, gli elettori e il diritto-dovere a sapere e conoscere. Se un Silvio Berlusconi dice al telefono: “Erano undici ma me ne sono fatte otto”, questo non riguarda altro che Silvio Berlusconi stesso. Se questo vogliono sapere, i giornalisti e la pubblica opinione se lo cerchino altrove e non nelle intercettazioni. Potrà essere una misura della credibilità dell’uomo che pronuncia questa frase, ma questa frase non può essere fornita dalla magistratura e non può essere pubblicata come verbale di intercettazione.

L’udienza filtro serviva a questo: a dividere ciò che è parte dell’indagine, del reato e del processo, ciò che è civile e opportuno che la gente sappia, dalla “barbarie” della pubblicazione “a strascico” delle intercettazioni. Ma l’udienza filtro al governo non basta, non sa che farsene. Perché non la “barbarie” lo inquieta e turba, ma quel che non tollera è l’opinione pubblica informata. Fino a sentenza di Appello: se questa fosse già la legge neanche il Cardinal Bagnasco avrebbe potuto dire una parola. Se questa sarà la legge, i governanti saranno protetti dalla pubblica opinione “fino a sentenza di Appello”. Un golpe che spodesta i diritti fingendo di proteggere la dignità del paese. L’unica legge dignitosa e civile è quella che non pone limiti alle intercettazioni come strumento di indagine e mette limiti alla pubblicazione delle parti di registrazione telefonica che non riguardano le indagini e la gente. Con una legge così civile e dignitosa i giornali dovrebbero cambiare qualche pessima abitudine e i governanti dovrebbero rispondere all’opinione pubblica di ciò che fanno. Ma una legge così non basta a Berlusconi, al governo e alla maggioranza: meglio mettere le intercettazioni dentro per gli anni fino alla sentenza di Appello. Rinchiuderle e buttare la chiave.