Lucio Fero

Streaming Renzi-Grillo: il nulla elegante e il niente arrogante

Streaming Renzi-Grillo: il nulla elegante e il niente arrogante

Streaming Renzi-Grillo: il nulla elegante e il niente arrogante

ROMA – L’ascolto e visione dei 9/10 minuti di…Già, di cosa? Cosa abbiamo davvero visto e sentito? Cos’era quella roba tra Matteo Renzi e Beppe Grillo? Cosa sia stato molti giurano di saperlo. Sono sicuri di saperlo, di conoscere e capire, così , per istinto. E poi che mai ci sarà da sapere in una cosa tanto ovvia: due rivali politici si affrontano, fanno a cornate, l’informazione stupisce, il pubblico tifa. Che mai ci sarà da capire se è tutto così ovvio, semplice e naturale? La domanda cosa sia stato, che roba era quella tra Renzi e Grillo ai più suona come oziosa, noiosa e faticosa. Sì, faticosa: come i compiti in classe, i compiti a casa, i libri da leggere. Insomma una domanda “pallosa” rispetto al vitalismo concreto di quel mandarsi a “vaffa” in streaming.

I molti, i più,  almeno una ragione ce l’hanno: quella domanda su cosa sia stata la roba vista e sentita tra quei due è pericoloso farsela. Perché se te la fai davvero la domanda, se davvero ascolti e guardi quei 9/10 minuti, la risposta è una sola. Quella roba è stato un niente, un nulla, un misero e miserabile niente. Niente, null’altro che niente nel luogo dove si dovrebbe, si deve, provare a formare un governo e un’opposizione. Governo e opposizione della e nella cosa pubblica, della cosa collettiva, della cosa ti tutti noi. Niente, null’altro che niente nei 9/10 minuti di streaming. E nulla, niente altro che nulla tra i rappresentanti, i leader del 50/ 60 per cento dell’elettorato. Niente, nulla. Il Grande Niente, riempito a seconda dei gusti dal vuoto col fiocco o dal vuoto con gas.

Un niente che dovrebbe, deve indurre chi davvero ascolta e guarda, se ancora ha organi sensoriali collegati a mente e coscienza, alla mestizia, allo scoramento, alla paura. Mestizia e scoramento se si guarda all’immediato futuro del paese. Paura se si guarda all’immediato futuro di se stessi e dei propri cari. Invece i mesti, gli scorati e i timorosi alla vista e all’ascolto dei 9/10 minuti di streaming sono i meno, i pochi. I più sono i tifosi, gli schierati, i baldanzosi, i plaudenti. Davvero un segno, un segno, dicevano gli antichi: quando gli dei ti vogliono perdere per inequivocabile presagio ti fanno vedere e sentire cose che non esistono.

Ad esempio cose che non esistono, non ci sono state nei 9/10 minuti di streaming: non c’è stata politica, non c’è stata serietà, non c’è stato interesse per la cosa pubblica, non c’è stata riforma e neanche rivoluzione e a neanche amministrazione e neanche competenza e neanche eleganza e neanche rivolta…Niente, nulla: solo vuoto, vuoto recitato. Recitato da attori che hanno dimenticato di essere tali e confondono se stessi in carne e ossa con la parte in commedia e viceversa. Dicono i più riflessivi il giorno dopo: colpa e conseguenza dello streaming. Si accendr la lucetta rossa della telecamere e non esce la presunta e mitica “verità trasparente”. Esce invece la recita ad uso e consumo, misura e gusto degli spettatori. In streaming i politici danno il falso di sé e non il vero di se stessi.

Sì, certo, colpa e conseguenza dello streaming, ma il sospetto, ormai fondato, è che sia già e definitivamente una questione antropologica. Antropologica, nel senso di tipi umani che si son fatti e formati così e non altrimenti. Come cultura, usi e costumi. Antropologica, non nel senso fin qui spesso usato secondo cui “antropologicamente” un pezzo d’Italia non può convivere con altro pezzo d’Italia e qualcuno è “antropologicamente” diverso e migliore da qualcun altro. No, questione antropologica perché siamo noi come popolo e come gente ad essere più o meno tutti evoluti così: molta ignoranza e altrettanta presunzione, nessuna competenza ma molta presenza, tanti diritti e nessun dovere…Strazianti, prepotenti ed evanescenti, ripieni, imbottiti e imburrati di nulla, di un urticante nulla. Solo un popolo così, gente così può non provare vertigine di fronte a quei 9/10 minuti di streaming.

Nove, dieci minuti occupati all’esatto 15% per cento dal nulla elegante di Matteo Renzi: quel compiacente e ruffianesco “Compravo i biglietti per i tuoi spettacoli”, quell’incapacità di rammentarsi  che era arrivata in fretta l’ora di chiamare i commessi pregandoli di accompagnare gentilmente alla porta l’ospite scientemente venuto a fare la pipì in salotto. Occupati quei minuti all’85 per cento dal niente arrogante di Beppe Grillo: quella cantata “gioia” nell’esibire il suo schifo per qualunque cosa l’altro da sé possa dire e pensare e financo esistere è misura minima e stemma squallido di una qualità intellettuale ed umana.

Eppur quei 9/10 minuti di pessimo Grande Niente ci inquietano poco, quasi nulla. Perché siamo assuefatti: Enrico Letta è appena stato il nulla sotto l’abito buono. Mario Monti, un niente per 14 mesi dei suoi 16 di governo. Silvio Berlusconi, il Nulla a colori e in Hd. Siamo abituati, e anche affezionati. Abituati e affezionati al nulla, al niente vestito, travestito da grande evento e grande riforma. Riforma vera vuol dire cambiare la forma di una cosa, con qualcosa e qualcuno che si sposta, avanza o arretra, va su o giù. Supremo orrore questo spostamento per l’abitudine e l’affezione nazionale.

Finti grandi eventi, finti eventi e qui qualcuno un giorno perdoni e non calcoli a fondo l’irresponsabilità civile, il danno inferto da una informazione-comunicazione pettegola, misera, miope, inconsapevole e pur sempre tronfia e tonitruante. E finte riforme come piace ad un paese impigrito e incattivito. Un paese sotto sotto soddisfatto all’idea che Matteo Renzi era “l’ultima spiaggia” e che, grazie alle ultime azzardate e spericolate e discutibili mosse e scelte di Renzi, l’ultima spiaggia si è fatta più stretta, una “spiaggetta”. Un paese quasi ansioso di vedersi esentato, non fosse altro causa sfiducia e disperazione, dalla fatica di non affogare. Un paese in fondo entusiasta e rassicurato dall’essere Grillo null’altro che un bullo che da una vita si tiene a dieta stretta da ogni competenza e responsabilità. Beppe: uno di noi, canta la Curva Italia rasserenata all’idea che nessuno le voglia imporre una tessera del cittadino. Un paese acido e bestione, enormemente scaltro nella sua demenza.

 

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