Tasse sulla solidarietà! E anche Mentana scivolò sul pop-dem

di Lucio Fero
Pubblicato il 27 Agosto 2014 16:24 | Ultimo aggiornamento: 27 Agosto 2014 16:28
Tasse sulla solidarietà! E anche Mentana scivolò sul pop-dem

Enrico Mentana durante il tg de La7 (foto da video)

ROMA – Al liceo si leggeva e imparava (ora molto meno) che perfino Omero talvolta dormiva…Una metafora metastorica per asserire che anche i migliori possono avere talvolta una cattiva performance. Succedeva ad Omero nei suoi poemi, figurarsi se non può succedere ad Enrico Mentana nei suoi tg. Con tutto il rispetto per il direttore e la testata del La7, è proprio successo. L’altra sera alle 20 e 25 o giù di lì. Enrico Mentana, con tanto di appello a Renzi, ai ministri, “ai ministri emiliani”, si è indignato davvero. Non fingeva, non recitava, era in buona e ottima fede. Ma senza volerlo, peggio senza rendersene conto, scivolava sul pop-dem che non è un genere musicale ma l’abbreviazione del duo populismo-demagogia.

Niente meno? Già, niente meno. Mentana e il Tg La7 si dicono al pubblico della sera indignati e furibondi perché lo Stato “incassa” sui soldi che i cittadini hanno versato come sottoscrizione in solidarietà ai terremotati dell’Emilia. La7 e il Corriere della Sera lanciarono una sottoscrizione, lettori e telespettatori hanno versato circa tre milioni di euro, con quei soldi ci si è fatta una splendida scuola, anzi qualcosa di più, uno splendido complesso polivalente di istruzione. Però, e qui cala l’indignazione furibonda, su quei tre milioni lo Stato vuole sia pagata l’Iva, il dieci per cento: trecentomila euro.

Trecentomila euro dalla gente che sottoscrive alla gente terremotata, perché lo Stato esattore si mette in mezzo ed esige osceno pedaggio del 10 per cento? Che fa lo Stato, specula sulla solidarietà di alcuni e in fondo anche sulle disgrazie di altri? Come si fa ad esigere tassa sull’offerta a fin di bene e di utilità sociale? Così Mentana argomenta e documenta, denuncia e interroga. E uno lo sente e non può che sentirsi d’accordo con lui.

Poi però uno sente anche il servizio giornalistico dello stesso tg sull’accaduto. Dice il Tg7, mica altri, che ovunque si paga l’Iva anche sulle donazioni per solidarietà, ovunque in Europa. Da noi è il 10% a fronte del 22 aliquota massima, altrove è del 5 per cento nei casi appunto di fondi di solidarietà. E allora è, sarebbe d’obbligo, scomodare la curiosità. Senza alzarsi dal divano ma almeno cambiando posizione al cervello. La tassa la chiedono tutti, la tassa sulla solidarietà, tutti gli Stati. Sono tutti infami? Può darsi, è una delle due possibili risposte.

Oppure ce ne può essere un’altra di ragione. La tassa è l’Iva. E la tassa non è sui tre milioni raccolti. La tassa è sui tre milioni trasformati in appalti, cantieri, forniture. Chiederne l’abolizione vuol dire chiedere che fornitori, aziende e artigiani che hanno lavorato e lavorano alla magnifica scuola siano loro esentati dall’Iva. L’Iva infatti, i famosi trecentomila euro, sono loro che devono girarli allo Stato, al fisco. Come tassazione, scontata, sul valore aggiunto. Se quella tassa non c’è, fornitori, aziende e artigiani si prendono loro i trecentomila che ora si prende lo Stato. I trecentomila resterebbero “nelle tasche” dei terremotati solo nel caso che, in assenza di Iva, fornitori, aziende a artigiani fornissero, lavoro prestazioni e materiali pari effettivamente a tre milioni di euro e non, come presumibilmente hanno fatto, pari a due milioni e settecentomila circa più Iva.

Ma l’ottimo Mentana, abituato come ogni bravo italiano a considerare l’Iva come un sovrapprezzo che poi chissà davvero se l’idraulico a cui l’hai pagata la paga davvero allo Stato, nel chiedere, invocare, esigere l’abolizione della tassa sulla solidarietà ha di fatto chiesto un’esenzione fiscale a vantaggio non dei sottoscrittori o dei terremotati ma dei fornitori, aziende, professionisti e artigiani che hanno lavorato e lavoreranno alla scuola. Sì, va bene: arrivarci non è proprio due più due fa quattro. Bisogna fare due più due, meno uno e diviso due e fa uno e mezzo. In fondo sono due passi, ma due passi nel mondo del complesso, là dove giornali e tg si avventurano con timore e ripulsa. Comprensibile, regolare e con appena qualche contro indicazione: a star troppo sul semplice si scivola sul pop-dem. Ma chi vuoi che se ne accorga e poi chi se ne frega: il pop-dem è vivo, vivissimo, abita dentro di noi e fa audience, consenso e pure opinione.