Lucio Fero

Vienna, Praga…Europa di mezzo vota contro immigrati. Che non ci sono

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Vienna, Praga…Europa di mezzo vota contro immigrati. Che non ci sono

ROMA – Vienna, Praga…Europa di mezzo vota contro immigrati. Immigrati che però non ci sono nei paesi, nelle città, nei villaggi, dentro i confini. Dopo l’Austria il voto nella Repubblica ceca che ha prodotto niente meno che un cinquanta per cento abbondante a favore di partiti anti stranieri, anti immigrazione, anti tutto che non sia assolutamente ceco. Cinquanta per cento cui si arriva con facilità se si somma il circa trenta raggiunto da Azione Cittadini Scontenti (un nome, un programma) del miliardario (quattro i mld) Andrej Babis cui il popolo si è affidato con il dieci per cento abbondante raccolto da due partiti di estrema destra.

Cinquanta e passa per cento di voti chiaramente e fermamente concessi per tener fuori lo straniero. Gli immigrati in primo luogo. Ma in tutta la Repubblica Ceca gli immigrati sono lo 0,23 per cento della popolazione. Gli immigrati, anche quelli con la pelle bianca, nel paese che vota contro di loro…non ci sono!

E pochissimi in percentuale alla popolazione sono gli immigrati in Austria. Eppure in Austria si raccolgono voti a palate contro gli immigrati. E immigrati è arduo trovarli nell’Ungheria di Orban. Eppure contro gli immigrati e gli stranieri si vincono elezioni in Ungheria e installano regimi che lo stesso Orban definisce non senza un qualche ribaldo cinismo “democrazia illiberale”. E immigrati con il lanternino li trovi in Slovacchia e in Polonia. Eppure in entrambi i paesi la destra anti stranieri va che è un piacere tra la gente che la vota convinta.

Allora non è vero, o almeno non è per nulla automatico che la spinta al nazionalismo, alla cultura del sangue e della terra, alla voglia di confini e identità chiuse, alla destra politica e sociale nasca dal riversarsi di stranieri in paesi che faticano ad accoglierli. La reazione di rigetto avviene anche in assenza del fattore che dovrebbe causare la reazione.

E i paesi dell’Europa di mezzo che votano in massa anti immigrati e stranieri anche se di immigrati e stranieri in casa non ne hanno nemmeno è che siano percorsi da una drammatica crisi economica che avvelena la convivenza ed esaspera i comportamenti sociali ed elettorali. Sono paesi, tutti, che conoscono tassi di incremento dell’economia maggiori di paesi dell’Europa occidentale. Non altrettanto ricchi certo di Italia o Francia o Spagna perché partivano da molto dietro e ci vorranno, se basteranno, decenni. Ma camminano a passo svelto, spesso più svelto dell’altra Europa.

E allora? Allora saltano, in Europa di mezzo saltano le deboli giunture che tenevano ferma la politologia rassicurante. Non basta che non ci sia l’immigrato e neanche basta che non ci siano condizione di pauperismo. Nell’Europa di mezzo non c’è né l’uno né l’altro eppure tutta l’Europa di mezzo sta conoscendo quella che con efficacia Federico Fubini battezza sul Corriere della Sera come “regressione democratica”.

Dal Mar Baltico all’Adriatico la regressione democratica verso il nazionalismo ostile all’immigrato quanto all’Europa unita quanto ad ogni forma di globalità si stende come una nuova cortina, una nuvola ininterrotta di volontà popolare. Nei land di quella che fu la Germania Est comunista, nella Polonia che fu comunista, nazionalista e iper cattolica e che oggi di questa triade ha abbandonato solo il comunismo e invece ha accentuato le altre due caratteristiche. Nei paesi baltici, in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca la democrazia che felicemente doveva succedere al comunismo sovietico non piace. Anzi trova nelle urne delle elezioni sempre più detrattori.

Non è direttamente la crisi economica, non è direttamente la presenza sulle terre dell’Europa di mezzo di immigrati, allora cosa? Fubini avanza l’ipotesi, suggestiva, di una regressione democratica da regressione demografica. In estrema sintesi i paesi dell’Europa di mezzo hanno perso dall’ultimo decennio del secolo scorso ad oggi circa 10 milioni di abitanti. Milioni di abitanti emigrati là dove la paga e il lavoro sono migliori, nell’Europa occidentale. E gli abitanti rimasti, scrive Fubini “gli anziani e i meno ambiziosi”, sono l’elettorato ideale per una narrazione anti stranieri e anti democrazie, insomma la regressione democratica.

Ipotesi suggestiva e forse non priva di fondamento. Ma la fuga demografica dall’Europa di mezzo (Germania est inclusa?) appare più come una concausa che come il motore primo di ciò che accade. C’è in questi paesi, in queste società con tutta evidenza qualcosa che i settanta anni di comunismo sovietico hanno insieme allevato e represso. Qualcosa che affonda le radici ancora più dietro, nei secoli in cui la linea di differenza tra Europa occidentale ed Europa orientale non era geografica ma culturale e civile. Qualcosa che esalta e non contiene, qualcosa che fa votare più di uno su due contro gli stranieri, anche quando gli stranieri non ci sono.

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