Vu cumpra’ bona trasmissione? I dieci euro di Michele Santoro

di Lucio Fero
Pubblicato il 11 Ottobre 2011 16:33 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2011 17:03

Michele Santoro (Lapresse)

ROMA – Purtroppo era tutto chiaro già quella sera, la sera in cui Michele Santoro salì sul palco della Fiom indossando una tutina da metalmeccanico nuova di zecca. Era chiaro, chiarissimo che ci voleva un gran senso di se stesso per non sentirsi in imbarazzo reincarnandosi in operaio da palcoscenico. Gran senso di se stesso per vestire e travestire d’orgoglio quel che un comune mortale avrebbe indossato con imbarazzo. Fu ancora più chiaro quando Michele Santoro disse: “Non fondo partiti, ma se il paese ha bisogno di me io sono pronto”.

Affetto per la comune passata gioventù, consuetudine con lo show, stima per il professionista, riconoscimento del successo e un po’ di “amor di patria democratica” fecero massa e velo: era tutto chiaro ma vedere e sentire non era il caso, meglio fingere distrazione. Tanto più che Santoro non vuole e non ha mai voluto fare né l’operaio, né il dirigente sindacale e neanche il parlamentare, anche se per un po’ lo è stato, e men che mai il leader o il premier. No, Santoro è più preciso e determinato: lui vuol essere la televisione, anzi la Rai, anzi il “servizio pubblico”.

“Io sono il servizio pubblico” asserisce e proclama nel suo appello-colletta. Servizio pubblico che Santoro chiede sia finanziato da una sorta di canone social-civile, appunto i dieci euro che chiede ai sostenitori/tele spettatori. Ci vuole un gran senso di se stesso per non sentirsi in imbarazzo e invece sentirsi in orgoglio decretando questa questua.

Perché Santoro appunto la decreta, sulla base dell’equazione: io sono il servizio pubblico e tu, se sei cittadino degno di questo nome, mostralo, dimostralo con i dieci euro. Dieci euro che Santoro non chiede per se stesso, ma per la sua missione. Ci spiega che aderire alla questua è dovere civile, bollino sulla patente civica. La tecnica della questua viene da lontano, ha tenere origini: la colletta per il ciclostile, la sottoscrizione per il giornale militante… Ma se una creaturina giornalistica o politica che chiede sostegno fa tenerezza, un adulto anziano giornalistico e politico che batte cassa fa altro effetto. Quello di chi intona e tampina: Vu cumpra’ bona trasmissione? Dieci euro.

E la pubblicità, i milioni di pubblicità che correvano e spintonavano per arredare ogni puntata delle trasmissioni di Santoro? I milioni ragione ultima e indiscutibile del suo diritto rivendicato ad essere indiscusso e indiscutibile signore del suo spazio televisivo? Insomma il mercato che gli dava ragione? Vero, ma se il mercato ti dava ragione perché oggi dieci euro contro il mercato? Se la forza dirompente della tua professionalità unita in indissolubile matrimonio con il santo potere della verità da te detenuta e portata agli umani fa di te l’unico e vero “servizio pubblico”, allora perché non attendere sereno gli immancabili successi che sicuramente verranno dalle prossime apparizioni sulla piattaforma Sky ed altrove? Perché farsi banditore di una colletta popolar-patetica? Non per far soldi, non per far stipendio ma per fare unione mistica tra il sacerdote celebrante e i fedeli che lasciano obolo.

Disse a suo tempo Nanni Moretti frase famosa da un palco in Piazza Navona: “Con questi non vinceremo mai”. Si rivolgeva, non senza ragione, ai politici, al ceto politico della sinistra italiana. Parafrasando Moretti, di fronte a Santoro e ai suoi dieci euro si può dire: con questi non diventeremo mai adulti. Gli adulti infatti conoscono l’imbarazzo e il pudore, la misura e la congruità. Una “bona trasmissione” la fanno, in prima, seconda serata o anche sul web o in registrata. E non sentono il bisogno di recitare come preventivo training autogeno la stato di necessità del “vu’ cumprà”.