M5s, il Movimento 5 stelle al bivio del futuro: Parlamento o Parlalotto?

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 1 Ottobre 2020 11:23 | Ultimo aggiornamento: 2 Ottobre 2020 11:12
M5s, il Movimento 5 stelle al bivio del futuro: Parlamento o Parlalotto? Nella foto Beppe Grillo

M5s, il Movimento 5 stelle al bivio del futuro: Parlamento o Parlalotto?

M5s, il Movimento 5 stelle al bivio del futuro: Parlamento o Parlalotto?

Proprio all’indomani della loro vittoria più emblematica e “identitaria”, conquistata nel referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, i Cinquestelle hanno dovuto incassare l’anatema di Beppe Grillo. Che rischia di suonare come una smentita o una scomunica.

Credo nella democrazia diretta, non nel Parlamento”, ha sentenziato il fondatore e garante del Movimento. E per completare l’opera, incurante di essere in collegamento con il presidente dell’Europarlamento David Sassoli, ha aggiunto che “gli eletti sarebbe meglio estrarli a sorte”.

La prateria della democrazia diretta

Ora, a parte il fatto che questo vorrebbe dire espropriare i cittadini del potere di scegliere ed eleggere i propri rappresentanti per affidarlo al caso, la sortita di Grillo mette i suoi seguaci davanti a un bivio. Dentro o fuori. Dentro il Parlamento. Che è la casa della democrazia rappresentativa. Oppure fuori nella prateria della democrazia diretta.

Nel sistema o contro il sistema. Con la provocatoria disinvoltura che gli viene dalla lunga frequentazione dei cabaret e dei palcoscenici, l’ex comico pretende così di risolvere la questione con un colpo di scure. Ignorando o rimuovendo il dibattito in corso da tempo fra gli studiosi di scienze politiche. Sull’opportunità di far evolvere la democrazia rappresentativa in una “democrazia deliberativa”. Come l’ha definita per primo il sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas, in cui i cittadini possano partecipare e decidere di più attraverso l’uso degli strumenti digitali.

Si può e si deve discutere naturalmente sull’opportunità di questa trasformazione, proprio per avvicinare rappresentanti e rappresentati, per ridurre il distacco fra il popolo e la cosiddetta casta.

Ma attribuire a un’estrazione a sorte l’elezione dei parlamentari non garantisce affatto questo risultato ed equivale anzi a trasformarla in una lotteria. Tant’è che proprio in seguito all’esito del referendum Il Fatto Quotidiano, un giornale certamente non ostile al M5S, ha pubblicato un appello di dieci autorevoli costituzionalisti del Sì e del No. Promuovendo una petizione per una nuova legge elettorale che abolisca le liste bloccate e quindi i “nominati” dai vertici dei partiti.

M5s fra Parlamento e Parlalotto

A ben vedere, dunque, il primo bivio di fronte a cui si trovano oggi i Cinquestelle è quello storico. Fra riformisti ed estremisti o rivoluzionari che dir si voglia. Fra chi punta, appunto, a riformare il Parlamento per farlo funzionare meglio. E chi vorrebbe sostituirlo con una specie di Parlalotto.

Nessuno dimentica, del resto, che prima di entrarvi i pentastellati si proponevano di “aprirlo come una scatoletta di tonno”. E oggi non soltanto sono (ancora) il gruppo di maggioranza relativa. Ma occupano posizioni di rilievo istituzionale come la presidenza della Camera o quella della Commissione Antimafia. Insieme con tante altre Commissioni di Montecitorio e di palazzo Madama.

Per non parlare delle cariche di governo, dalla presidenza del Consiglio al ministero degli Esteri, dalla Giustizia allo Sviluppo economico e all’Istruzione, dall’Ambiente allo Sport.

C’è un altro bivio, però, nel futuro prossimo dei Cinquestelle. Ed è quello fra il campo progressista e il campo conservatore. Al loro esordio, i seguaci di Grillo vantavano la propria “diversità”. E ostentavano la propria trasversalità.

Né di destra né di sinistra

“Non siamo né di destra né di sinistra”, predicavano allora. E non a caso, guidati dallo stesso premier, sono andati al governo prima con la Lega di Matteo Salvini e poi con il centrosinistra.

Ma sono stati i risultati di queste ultime regionali a far esplodere definitivamente le contraddizioni dei pentastellati. Alimentando il caos al loro interno.

Ormai è chiaro che nel Movimento esistono almeno tre anime. Quella per così dire più governativa che fa capo al ministro Luigi Di Maio. Quella più istituzionale rappresentata da Roberto Fico. E quella più radicale incarnata da Alessandro Di Battista.

Vedremo che cosa accadrà agli Stati Generali. Tende a prevalere, tuttavia, la consapevolezza di appartenere al campo progressista, come ha dichiarato recentemente il ministro Patuanelli, insieme con la volontà di costituire un’alleanza strategica con il Partito democratico come auspica apertamente lo stesso Di Maio.

Fanno bene perciò i governatori Emiliano in Puglia e Giani in Toscana ad aprire le porte delle giunte ai rappresentanti dei Cinquestelle che sono stati determinanti per la loro elezione.

Crisi di identità del M5s

Se non si vuole parlare di una “crisi d’identità”, allora bisogna fare i conti con la realtà. È vero, come dice il presidente Fico, che tutto ciò era inevitabile con l’ingresso del Movimento nell’area di governo. Ma la saggezza popolare ammonisce che “chi semina vento raccoglie tempesta”. E i “grillini”, di vento, ne hanno seminato parecchio prima di entrare nel Palazzo.  

In alternativa alla lotteria parlamentare invocata come un’ordalia da Grillo, nella prospettiva di un “nuovo bipolarismo” il M5S deve decidere una volta per tutte se stare di qua o di là, con il centrosinistra o con il centrodestra.

Dal rapporto con l’Europa alla politica estera, dall’impegno sull’ambiente ai temi della giustizia sociale, il “bagno istituzionale” ha indubbiamente giovato ai Cinquestelle, avvicinandoli ai “dem” più di quanto loro stessi potessero pensare.

“Il Pd mi ha sorpreso”, ha ammesso qualche tempo fa il loro ex capo politico. In effetti, bisogna riconoscere che in questa seconda stagione al governo i “grillini” si comportano in modo più composto e responsabile: “E quindi uscimmo a riveder le stelle…”, si potrebbe dire citando l’ultimo verso dell’Inferno di dantesca memoria.  

Evidentemente, l’integrazione reciproca fra competenza ed esperienza, da una parte, e intransigenza e rigore dall’altra, può fare bene a entrambi gli alleati. E forse, nell’ottica di una competizione democratica, perfino agli avversari. Ma soprattutto deve fare bene alla politica italiana, in funzione dell’alternanza e del ricambio alla guida del Paese.

(da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 30 settembre 2020)