Manovra, Governo del cambiamento in peggio: torna Iri, trucchi di bilancio..

di Fabio Colasanti
Pubblicato il 23 dicembre 2018 6:50 | Ultimo aggiornamento: 22 dicembre 2018 20:19
Manovra, Governo del cambiamento in peggio: torna Iri, trucchi di bilancio..Nella foto: Di Maio e Cnte

Manovra, Governo del cambiamento in peggio: torna Iri, trucchi di bilancio..Nella foto: Di Maio e Cnte si stringono la mano soddisfatti m il peggio è dietro l’angolo

Questa manovra è sbagliata per tanti motivi che altri hanno ben spiegato. Vorrei qui commentare, scrive Fabio Colasanti in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business, un fatto a carattere più generale: questo governo si autodefinisce il “governo del cambiamento”, e tale sembra essere considerato dai suoi sostenitori, quando in realtà altro non fa che ripetere gli errori e le pratiche condannabili dei suoi predecessori. Per molti versi da addirittura l’impressione di voler ritornare agli errori e pratiche di quei governi forse troppo frettolosamente liquidati con l’etichetta negativa di governi della prima repubblica.

Gli esempi di questa tendenza sono tanti, a cominciare dall’abuso del ricorso al voto di fiducia appena ricordato. Ne citerò i più eclatanti partendo dalle conseguenze dell’essere un difficile governo di coalizione sul disavanzo della pubblica amministrazione. Ci sono tanti studi che mostrano come i governi di coalizione tendano a scaricare sui disavanzi le loro difficoltà interne. Quando siamo passati all’Unione monetaria, i due Paesi che avevano il rapporto debito pubblico/PIL più alto erano l’Italia e il Belgio, caratterizzati entrambi da un alto numero di governi di coalizione. È evidente come buona parte dei problemi di questo governo, compreso il ritardo nel presentare il “maxi-emendamento”, sia dovuta alla necessità di ripartire tra i due partiti i tagli ai programmi imposti dalla realtà economica.

Ma questo governo sta anche facendo ricorso a tutte le scorciatoie utilizzate nel passato. Nelle intenzioni dei padri fondatori, l’articolo 81 della Costituzione doveva assicurare una gestione ortodossa delle finanze pubbliche, imponendo l’individuazione di coperture adeguate per ogni nuova spesa. Poi, ai tempi della prima repubblica, era diventato pratica corrente il decidere nuove spese permanenti che sarebbero entrate in vigore nel corso dell’anno. Le coperture venivano individuate per coprire la spesa della porzione di anno di applicazione della misura e tanti auguri ai ministri del Tesoro in carica negli anni a venire. In un caso si arrivò perfino a votare una riforma delle pensioni che ne aumentava fortemente il costo con la sua entrata in vigore dal mese di ottobre.

Oggi stiamo rivedendo tutto questo. Il reddito di cittadinanza entrerà in vigore nel corso del 2019, si dice ad aprile, ma per che cosa ? Per le domande ? Quando inizierà la nuova spesa ? Per la “quota 100” si parla di “finestre” che equivalgono a scaglionare nel corso dell’anno la spesa effettiva. Le annunciate nuove assunzioni in tante amministrazioni pubbliche sembra debbano essere rinviate al novembre 2019 per ridurne l’impatto sui conti del 2019.

Ma tutti questi accorgimenti tecnici migliorano i conti solo nel 2019. Nel 2020 e negli anni a seguire tutte le misure menzionate avranno il loro costo pieno. A livello europeo, per contrastare la tendenza di tutti i governi a sottostimare il domani si è deciso di esaminare i bilanci di ogni paese per un triennio. Ma anche questa logica decisione è stata di fatto aggirata dai nostri governi. Dal 2011, questi hanno sempre chiesto al Parlamento di adottare, di far diventare leggi, degli aumenti di entrate per il secondo e terzo anno: le cosiddette “clausole di salvaguardia”. Spesso si è trattato di aumenti di accise e di IVA. Ogni volta che questo è stato fatto si è sperato che il ministro del Tesoro e il governo in carica in quegli anni trovassero altri tagli di spesa o altri aumenti di tasse che permettessero di annullare queste decisioni legislative passate. L’orizzonte temporale di ogni governo è brevissimo. Il governo giallo-verde ha, non senza ragione, criticato il fatto di dover trovare per il 2019 una decina di miliardi per poter annullare gli aumenti dell’IVA votati dal Parlamento nel passato. Lo ha giustamente considerato un’eredità avvelenata lasciata dai governi Renzi/Gentiloni.

Ma adesso vediamo che il governo chiede al Parlamento di votare aumenti supplementari dell’IVA nel 2020 e 2021 per una quarantina di miliardi. Pensiamo ai problemi che avrà il ministro del Tesoro Tria (se sarà ancora in carico nell’autunno 2019) a trovare le cifre necessarie per chiudere il bilancio del 2020; bilancio che secondo gli annunci del governo dovrebbe prevedere una riduzione di tre punti decimali del rapporto tra disavanzo e PIL (seguita da un’altra riduzione simile nel 2021). La manovra attuale è di poco più di trenta miliardi. Una manovra simile nel 2020 servirebbe quasi unicamente a trovare le risorse per disinnescare gli aumenti dell’IVA e permettere la riduzione del disavanzo. Non ci sarebbe quasi nessuno spazio per far fronte a nuove esigenze. Si capisce come molti scrivano che questo governo non pensi di essere più in carica nella seconda metà del 2019 quando sarà necessario confrontarsi con questo problema.

Uno degli slogan di questo governo è il rigetto della riforma “Fornero”. Uno dei punti più dolorosi di questa riforma era stato la sospensione temporanea dell’adeguamento delle pensioni all’aumento del costo della vita (ricordiamo tutti il momento di emozione della signora Elsa Fornero durante la conferenza stampa con Mario Monti). Ma adesso, dovendo trovare fondi per evitare la procedura di infrazione, è stata decisa proprio una riduzione dell’adeguamento delle pensioni all’aumento del costo della vita (con percentuali variabili a seconda del loro livello, ma anche la legge Fornero aveva escluso le pensioni più basse dalla sospensione dell’indicizzazione).

Ma il cambiamento si è rivelato un ritorno ad un passato che sembrava superato per sempre anche in tanti altri campi. Questo governo ha esteso lo “spoils system” (la pratica americana di avere nomine politiche in tutte le posizioni apicali della pubblica amministrazione in senso lato e quindi di sostituire i dirigenti quando cambia il governo) in una maniera che finora non si era mai vista e che è arrivata a colpire anche le autorità indipendenti. Nel passato quello che il governo attuale sta facendo era chiamato “lottizzazione”, termine che non aveva una valenza molto positiva.

Dalla nomina di questo governo, sono stati sostituiti moltissimi dirigenti, spesso mettendoli in condizioni di dare le dimissioni visto il clima ostile che si è creato (l’ultimo caso è quello del capo di gabinetto del ministro Tria, vittima del fuoco amico). Sono stati sostituiti scienziati di chiara fama e sono stati sciolti gli organi consultivi di tante organizzazioni. Nessun governo passato aveva avuto il coraggio di agire con tanta spregiudicatezza in aree tecniche o scientifiche.

Ma questo governo è andato ancora più là. Non riconosce uno dei cardini della democrazia: la necessità di istituzioni a loro difesa. La cosa è stata ricordata al Parlamento recentemente da Emma Bonino in un accorato discorso. Il governo attuale prende in giro le istituzioni e le autorità indipendenti che si esprimono nei campi che la legge prevede. Matteo Salvini ha detto che il governatore della Banca d’Italia potrà parlare solo il giorno in cui si presenterà alle elezioni e sarà eletto!

Questo governo non è stato contento del fatto dell’aver trovato un presidente della Consob competente e indipendente e, per di più, in una posizione amministrativa che garantiva la sua indipendenza. Al tempo stesso, ha dovuto riconoscere di non avere alcun argomento legale o strumento giuridico che permettesse la sua sostituzione. Ha quindi chiesto ai presidenti delle commissioni parlamentari attive nei campi di azione della Consob (evidentemente nominati dal governo) di invitarlo a dimettersi per “sensibilità istituzionale”. Mario Nava, da persona seria, ha scritto che “La Consob è indipendente, ma non può essere isolata” e ha preferito lasciare l’incarico. Questo è successo oltre tre mesi fa e un successore ancora non è stato nominato (questo è il governo che ha fatto della protezione dei piccoli risparmiatori uno dei suoi obiettivi !).

Ma approfittando delle nomine amiche operate, questo governo sta ritornando allo statalismo del passato e sta addirittura ricreando qualcosa che assomiglia molto all’IRI. Secondo vari organi di stampa, il consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti avrebbe appena deciso di creare una holding industriale nella quale far confluire le sue principali partecipazioni: Saipem, Ansaldo Energia, Terna, Snam, Italgas, Fincantieri. Ricorda qualcosa ?

L’ingresso di Ferrovie dello Stato (controllata al 100 per cento dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) nel capitale dell’Alitalia e il rinnovo del prestito ponte da 900 milioni stanno dimostrando che si persevera negli gli errori del passato a proposito di questa disgraziata compagnia aerea. Mediobanca ha stimato in oltre sette miliardi di euro il costo dell’Alitalia per i contribuenti italiani dal populistico intervento di Silvio Berlusconi del 2008 a difesa della sua italianità al 2016. Questo governo sembra voler continuare a gettare soldi dei contribuenti in un pozzo senza fondo come hanno fatto i suoi predecessori.

Ma la stampa parla anche di discussioni in corso sulla possibilità di ottenere un miglioramento cosmetico del nostro debito pubblico trasferendo alla Cassa Depositi e Prestiti altre partecipazioni statali detenute dallo Stato in cambio di vari miliardi. L’idea sarebbe di sfruttare il fatto che oggi la Cassa Depositi e Prestiti non fa parte della pubblica amministrazione, il settore alla base delle stime del disavanzo e debito pubblico. Una vendita di queste partecipazioni dal ministero del Tesoro alla Cassa Depositi e Prestiti potrebbe quindi essere considerata come una vendita ad un soggetto privato e produrre una forte entrata una tantum in conto capitale che ridurrebbe di qualcosina la consistenza del nostro debito pubblico. Nel passato sono state ventilati molti altri escamotage contabili di questo tipo (per esempio la vendita di immobili pubblici e il loro riaffitto dai nuovi proprietari). Anche in questo caso, se confermato, non ci sarebbe nulla di nuovo, si continuerebbe sulle strade sbagliate del passato.

Ma il gioco levantino con la Cassa Depositi e Prestiti rischia di essere contro produttivo. Le definizioni statistiche sono applicate per corrispondere alla realtà sottostante. Oggi l’82,77 per cento delle azioni della Cassa Depositi e Prestiti è detenuto dal ministero del Tesoro. È giustificato considerare che la CDP sia fuori dal perimetro della pubblica amministrazione ? Eurostat si è già posto il problema varie volte. E poi, qualunque cosa decida Eurostat, cosa penseranno gli analisti finanziari ? Quando valutano il nostro debito pubblico e i rischi che presenta partono certo dalle cifre ufficiali, ma poi tengono conto di tante altre informazioni. Il miliardo e mezzo di debito dell’ATAC di Roma non fa parte del nostro debito pubblico perché l’ATAC è una società privata, ma c’è qualcuno che possa pensare che se questa società andasse fallita non ci sarebbero conseguenze per i contribuenti italiani ?

La realtà economica impone mille vincoli. Troppi durante le campagne elettorali li dimenticano (e i nostri media e la maggioranza dei commentatori non fanno molto per ricordarli). Ma alla fine i nodi arrivano sempre al pettine.