Post Polverini, sobrietà e competenza: via 51 cda, 2 milioni risparmiati

di Marcello Degni
Pubblicato il 29 settembre 2012 10:47 | Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2012 10:47

In una situazione liquida, come direbbe Bauman, o di “guerra di movimento”, secondo il lessico gramsciano, come è quella attuale, possono verificarsi fratture impensabili in una condizione normale. E’ quello che è accaduto nella Regione Lazio e che, forse, si estenderà ad altre regioni (Lombardia, Calabria, Campania).

La Polverini sembrava una corazzata inespugnabile nel breve periodo, anche se cominciava a mostrare un certo affanno. Era ascesa sulle macerie del centrosinistra che, oltre allo scandalo finale, aveva dato prova mediocre della sua capacità di governo. Insediatasi con i propri uomini nei posti chiave della regione (bilancio e sanità), sembrava apprestarsi alla scossa giacobina, con approccio dirigista. Poche parole, poca concertazione. Uno stile ruvido, quasi sgarbato, che aveva creato una certa attesa, rispetto alla prassi inconcludente delle precedenti legislature, fatte di annunci roboanti seguiti da magre realizzazioni.

Alcuni atti e comportamenti iniziali, come la riorganizzazione, più compatta ed efficiente, degli uffici della presidenza o la presenza diretta al tavolo del piano di rientro sanitario, avevano declinato in chiave positiva, in una fascia consistente della pubblica opinione, le peculiarità del personaggio, mix di popolarità mediatica (Ballarò), piglio tosto e linguaggio diretto (con uso abbondante del dialetto romanesco e difficoltà nella coniugazione dei congiuntivi).

La miscela era ben impostata. Mancavano però due essenziali ingredienti: competenza e sobrietà. Questa carenza ha portato prima all’inerzia, poi alla caduta. Non è escluso che ci sia in questa uscita di scena anche una certa dose di calcolo. Evitare un bilancio finale fallimentare e ricollocarsi nella disgregazione del centrodestra, in forme nuove, capitalizzando l’uscita contro la politica corrotta (“questi li mando a casa io”).

La competenza è venuta meno fin dalle prime settimane, anche per il mancato coinvolgimento, dopo i primi approcci, dei consiglieri che avevano contribuito alla affermazione della sua immagine nella campagna elettorale (Velardi). Per la chiusura a riccio rispetto alle competenze diffuse nella regione, che pure avrebbero potuto essere attivate senza rinunciare alla tolda di comando. Per il rifiuto di trattare temi complessi come la sanità con un profilo istituzionale, necessariamente bipartisan e multilivello, condividendone difficoltà e eventuali successi.

La presunzione di autosufficienza, che il potere spesso trasmette, ha prevalso. L’uso della prima persona, dell’io, debordante in questa fase di crisi dei corpi intermedi, è stato applicato con velleità a temi giganteschi di cui non si conoscevano neppure i contorni come l’assetto del sistema sanitario (chiudo i piccoli ospedali, dimezzo il disavanzo, abbasso le tasse); i rifiuti (chiudo Malagrotta); i trasporti (riunifico il Cotral, separato per aumentare le poltrone dal centrosinistra, senza considerare “che è gestito come un carretto per portare il vino dei Castelli”) e così via.

Sulla carenza di sobrietà c’è poco da aggiungere a quello che è emerso (e che continuerà ad emergere) in queste settimane. Se non che gli ultimi eventi esprimono in modo plastico prassi e comportamenti dei palazzi regionali. Dopo il primo Fantozzi, girato nel bruttissimo palazzone della giunta, nuovi spunti potranno essere assunti dalle prodezze della Pisana, la “Villa Arzilla” del consiglio regionale.

Se si passa dal clamore che ha conquistato le prime pagine dei quotidiani per molti giorni consecutivi ad una analisi di struttura si nota con evidenza che la carenza dei prerequisiti necessari alla possibilità di esercitare oggi in Italia una azione politica (sobrietà e competenza) è un fenomeno largamente comune ai vari schieramenti. Le delibere di incremento abnorme dei finanziamenti ai gruppi, come la spartizione delle commissioni (19, più del doppio della Lombardia, più della Camera e del Senato), condivise nell’ufficio di presidenza e non obiettate dal comitato di controllo contabile, presieduto da un esponente del PD, hanno proiettato una grave ipoteca sulla opposizione regionale.

L’ansia da bottino (locuzione che a suo tempo fece imbestialire Marrazzo), finalizzata (speriamo) al finanziamento di documentate iniziative politiche sul territorio è stata integrata da un sostanziale appoggio alle politiche della giunta di centrodestra (un appoggio ovviamente non esplicito, ma sostanziale in particolare sulla sanità in opposizione alla politica del tavolo del piano di rientro). E dalla assenza di proposta politica, se si escludono i tentativi, in zona Cesarini, di predisporre un disegno di legge regionale per sopprimere società ed enti (anche se, in un recente convegno sul tema, organizzato dall’UDC, un autorevole esponente del PD è intervenuto a sostanziale sostegno dello status quo). Proposte sporadiche sono state fatte su qualche tema rilevante (il federalismo fiscale, la questione di Roma capitale, la organizzazione della riscossione delle entrate), ma si è trattato di spinte isolate, scarsamente condivise.

“Un sedere, una poltrona”, “Le marchette fanno bene perché oliano il sistema”, “Ai vertici delle società regionali dobbiamo mettere persone incapaci così fanno quello che diciamo noi”, “La notizia dello scandalo Fiorito già era passata dalle prime alle seconde pagine e, se non fosse stata posta la questione delle dimissioni a questo punto la cosa sarebbe stata già dimenticata e si sarebbe andati tranquillamente avanti (facendo ovviamente molte riforme)”, “Sbrighiamoci ad approvare il piano di rientro così Padoa Schioppa ci molla i soldi (e tutto continuerà come prima)”. Queste frasi riportate letteralmente (ascoltate direttamente da chi scrive) sono state dette in momenti diversi, ma hanno un denominatore comune. Esprimono il comune sentire di una classe politica di risulta che, nel migliore di casi, non è capace di uscire dalla logica del finanziamento a pioggia per mantenere il consenso sul territorio. Nel peggiore esprime i Fiorito (o i Lusi o i Penati, che speriamo non abbiano epigoni laziali).

Questa classe dirigente è integrata nel Lazio da una struttura amministrativa i cui limiti peggiorano di molto il quadro perché non c’è compensazione, ma somma di qualità negative. Si possono individuare ragioni strutturali alla base di questa diversità negativa: il corto circuito rappresentato dalla compresenza del livello romano e nazionale per la classe politica e la prevalenza del personale degli enti pubblici nella costruzione iniziale della struttura amministrativa.

Bisogna ripartire dalla sobrietà e dalla competenza. Dopo quello che è accaduto il primo requisito è essenziale (se ne è accorta anche la conferenza delle regioni, cieca e connivente fino a ieri). E’ il punto più importante e vanno compiuti atti di discontinuità fortissimi, per provare ad evitare i forconi per ora ancora metaforici. L’unico benefit dei politici regionali per i prossimi 10 anni deve essere l’abbonamento alla intera rete dell’Atac e del Cotral. Se non si ha la capacità di scendere su questo terreno, non ha senso andare oltre. E’ evidente che un’azione di questo tipo richiede un radicale rinnovamento del personale politico e dei suoi criteri di selezione (se il Porcellum, voluto peraltro da tutti, da Rifondazione a Storace, è insostenibile, lo sono anche le preferenze, strumento di consolidamento dei vari ras locali). Non so come questo potrà essere conciliato con lo scioglimento del Consiglio regionale e la impossibilità di modificare il sistema elettorale (accadde anche con Marrazzo la stessa cosa).

Le competenze ci sono, basta cercarle. Rapidamente possono essere rapidamente trasformate in un ottimo programma di governo. Gli argomenti sono stati tutti declinati. Quello che va assestato è il taglio, che non può essere “benaltrista”.

Sulla sanità in primo luogo. Da settembre 2011 (ormai è un anno) il tavolo del piano di rientro ha giudicato inadempiente la Regione e non ha erogato più risorse (2 riunioni con esito negativo). Il disavanzo è ancora sopra il miliardo annuo. Il fisco rapace vede il Lazio con la più alta pressione fiscale regionale. Alla addizionale IRPEF e aliquota IRAP ai massimi livelli, che tolgono ai cittadini e alle imprese della regione 800 milioni annui si aggiungono i ticket sui farmaci. E i nodi strutturali restano irrisolti (produttività delle strutture, accordi con gli ospedali classificati, policlinici universitari). L’accreditamento batte il passo e la struttura regionale nella sanità è inesistente.

Il tempo dei pasti gratis è ormai definitivamente tramontato, i piccoli ospedali vanno chiusi perché costosi e pericolosi per la salute dei cittadini, i fondi integrativi del personale sono stati strutturati in modo distorto, la politica del personale nelle strutture pubbliche è caratterizzata da eccessiva rigidità (anche a causa dell’azione sindacale), la produttività degli ospedali pubblici è in molti casi assolutamente insufficiente. Argomenti ineludibili. Solo se saranno declinati in modo forte (senza dire che il Governo vuole strangolare il sistema o che il riparto dei fondi è sperequato) sarà possibile parlare di diritto alla salute e di health promotion con credibilità, senza apparire come chi vuole gettare la palla in tribuna.

Lo stesso sulle aziende ed enti, dove quasi nulla è stato fatto. Ancora permangono attive 51 strutture che costano 2 milioni di euro solo per le 300 poltrone dei Cda e che se, radicalmente ridotte, potrebbero dare un risparmio di 200 milioni di euro, pari a 10 volte la riduzione dei costi della politica. Si deve chiudere tutto, rapidamente, non parlare genericamente di maggiore efficienza.

Un forte processo di riorganizzazione della macchina amministrativa, per renderla più efficace, secondo quanto scritto in altra sede. Una particolare attenzione al Consiglio regionale, completamente destrutturato, da ripensare e modernizzare. Riprendere l’analisi progettuale, per decidere le direttrici dello sviluppo. Ristrutturare il trasporto pubblico, senza temere eventuali apporti dal mercato.

Il Lazio avrebbe i fondamentali adatti per esprimere livelli di eccellenza. Realizza invece, in molti campi, primati negativi: il più alto disavanzo sanitario di Italia, la più alta pressione fiscale regionale e locale, la più bassa raccolta differenziata, uno scadente sistema di trasporto. Se deve continuare ad esistere (e non sono sicuro di questo), questa situazione deve essere rovesciata.

 

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