Bce, Frattini: “Non diamo indicazioni per vicepresidenza”

di Marco Benedetto
Pubblicato il 11 Febbraio 2010 22:53 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 17:08

«Il Governo italiano non dà indicazioni» sul candidato alla nomina a vicepresidente della Bce. Queste sono le parole chiare e definitive dette in pubblico dal ministro degli Esteri Franco Frattini e riportate dalle agenzie di stampa. «Valuteremo nelle prossime ore ma non faremo il totonomine nè per la presidenza nè per la vicepresidenza»: se ci fosse una riedizione di “Quelli della notte”,  potrebbero coprire il ruolo di catalano con Frattini.

Se parlava a nome del Governo italiano, il ministro Frattini ha confermato quello che tutti gà sapevano da tempo: 1. l’Italia è ormai un paese marginale, conta quasi zero, nessuno ci prende sul serio; 2. la nomina del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi a capo della Bce (Banca centrale europea) di cui gli italiani favoleggiano da tempo è solo un altro esempio di sogni ad occhi aperti; 3. il Governo ne è consapevole e vuole evitare che si ripetano altre recenti brutte figure. Corollario: Frattini è il ministro che meglio di tutti incarna la debolezza e la inconsistenza dell’Italia sul piano internazionale.

L’Italia è sempre stata europeista solo a parole. Sono passati quasi quarant’anni da quando, giovane cronista, raccolsi il lamento di Carlo Scarascia Mugnozza, commissario Cee, vice presidente della Comunità: si occupava di agricoltura e si sentiva abbandonato nelle brume delle Fiandre come l’ultima guarnigione romana sotto l’assalto dei franchi. A Roma dei problemi dell’agricoltura non importava nulla a nessuno. Scarascia Mugnozza fu quindi facile profeta nel prevedere gravi conseguenze di quel disinteresse per l’agricoltura italiana, che oggi noi paghiamo con gli interessi.

Altro esempio. Ancora c’è chi ricorda, in Europa, l’abbandono della posizione di numero uno della Comunità da parte di Franco Malfatti, per correre in Italia a fare il ministro; né è stato più brillante Romano Prodi, salutando tutti, a un anno dalla fine del mandato, per venire in Italia a fare il primo ministro.

Con Prodi però siamo già nella seconda repubblica e il colpo di grazia alla nostra immagine lo ha dato da par suo Silvio Berlusconi. Un imprenditore della capacità di Berlusconi, che si è rivelato uno dei più, se non il più, geniali, creativi e capaci del dopo guerra mondiale, avrebbe potuto riscattare l’immagine che gli altri paesi europei si sono fatta di noi, patria di Michelangelo e Leonardo secoli fa, ma nell’immediato patria di quelle masse di immigranti che stavano all’Europa ricca dell’epooca come i romeni oggi stanno a noi.

Se avete dubbi guardate i film di cinquant’anni fa. In “Vite vendute”, il trasporto della nitroglicerina su camion è affidato da due autisti italiani. In “Rififi”, gli italiani sono al livello più basso della malavita in Francia, destinati a soccombere agli algerini, incapaci di tacere con le donne finendo per perdere tutti. Non c’è dubbio che nel mondo già ci vedessero come dei maccaroni pasticcioni, magliari e mafiosi, al massimo compaesani di quel Machiavelli  il cui nome perfino Topolino arrivò ad usare come sininimo di furbastreria furfantesca.

Purtroppo con Berlusconi siamo precipitati: le corna, lo sfregio alla Merkel, l’abbronzato Obama sono altrettanti chiodi sulla bara della nostra credibilità internazionale. Non è che Berlusconi, quando gli serve, non sappia stare a tavola: lo dimostrano i rapporti con Putin, Erdogan, Gheddafi, che però sono tutti dalla parte sbagliata. Qualcosa di buono ha fatto con Sarkozy, ma il prezzo è stato legarci mani e piedi a una tecnologia nucleare superata e presto obsoleta. Sarkozy, peraltro, considera Berlusconi e tutti noi gente buffa, anche divertente, con cui però nemmeno sogna di pensare quando deve parlare di cose serie in Europa. Per quello c’è la Merkel.

L’apoteosi è stato il pasticcio iraniano, dove siamo riusciti a farci tirare le orecchie dagli americani, perché molte e grosse aziende italiane trafficano con il diavolo persiano e a farci minacciare di morte dagli iraniani per l’esagerata acquiescenza alle tesi israeliane e americane sull’Iran.

Sempre così: una cosa detta o fatta senza pensarci, in modo totalmente irresponsabile cui poi è necessario rimediare con un’oscillazione esagerata in senso opposto. E concessioni pari all’oltraggio recato.

Facile poi lamentarsi che nessuno ci piglia sul serio.

Per non parlare poi delle furbate internazionali con terroristi, pirati, insorti, assassini. L’Italia ha pagato tutti, come hanno fatto i tedeschi ma come non hanno fatto gli americani e i francesi. Però l’Italia ha preteso di non avere pagato mai riscatti, con il risultato di essere sbugiardata da un capo pirata e di mettere nei guai i francesi quando ci sono subentrati in un’area dell’Afghanistan dove avevamo smazzettato lautamente il talebano, dimenticando poi di dire a quei poveri legionari che gli sarebbe convenuto fare lo stesso.

Come fanno poi a prenderci sul serio?

E il cerchio si chiude sulle nomine in ambito europeo dove, se con Draghi finisce come ormai sembra dovere finire, siamo alla terza musata del povero Berlusconi.

Prima di Draghi, c’è stato l’episodio di Massimo D’Alema, che solo i giornali italiani, sempre boccaloni e nazionalisti, davano come imminente ministro degli Esteri europeo e già lo chiamavano Mr.Pecs: e qui va detto che D’Alema, sul piano europeo, è stato molto più bravo di Berlusconi, perchè quando si è voluto togliere di torno Prodi, da lui fatto sloggiare da Palazzo Chigi, per mandarlo a distanza di sicurezza a Bruxelles, be’ lui si è mosso bene e ci è riuscito.

E prima del tonfo su D’Alema, per Berlusconi c’è l’umiliazione forse ancora più grave, quella della mancata nomina di Mario Mauro a presidente del parlamento europeo. Berlusconi la dava per scontata, l’annunciava ad ogni occasione, con ragionamenti che in azienda hanno una logica, in politica no. Anche in questo caso, gli italiani, Berlusconi in testa, avevano semplicemente dimenticato di chiedere ai francesi e ai tedeschi, nelle persone di Sarkozy e Merkel, cosa ne pensassero loro.