Berlusconi e Fini, come il serpente e la mangusta, tratteranno alla morte sul potere che dia sostanza al patto di governo

di Marco Benedetto
Pubblicato il 5 Settembre 2010 23:44 | Ultimo aggiornamento: 7 Settembre 2010 15:27

Berlusconi & Fini, scene da un matrimonio

Sono proprio curioso di vedere come andrà a finire. Sarà una lunga agonia, dalla quale Fini è destinato a uscire comunque bene e Berlusconi comunque peggio.

Il Pd, che nell’insieme, a parte le stramberie di Rosi Bindi, è stato prudentemente cauto sul tema della rissa in famiglia Pdl, dovrebbe comunque avere abbandonato sogni di improbabili ribaltoni e c’è da augurarsi che tanto il partito quanto i suoi fiancheggiatori si concentrino ora sui problemi concreti su cui grigliare Berlusconi, anche se c’è da scommettere che faranno di tutto per alienare moderati e ceti medi.

Fini ha detto una cosa chiara: non vuole la crisi di Governo, non vuole nuove elezioni, non vuole men che mai governi tecnici o basati su altre maggioranze.

Ha capito, ma lo sapeva fin dall’inizio, che i suoi elettori non avrebbero mai digerito alleanze diverse da quella con Berlusconi. Con la sinistra? Ma non scherziamo. Fini questo lo ha sempre saputo ma ha abilmente sfruttato le incontinenze antiberlusconiane degli immancabili sognatori per fare leva sulla fobie e le ossessioni di Berlusconi, cuocendolo nel suo terrore, andando a vedere il suo bluff sulle elezioni anticipate e facendogli fare alla fine la figura della tigre di carta.

Ma non si è arreso. Si è appoggiato sull’orgoglio ferito di molti militanti missini che avevano vissuto male la fusione con Forza Italia, che a molti era parsa, fin dall’inizio, come una unione contro natura. Nello stesso discorso di Fini a Mirabello ci sono elementi di socialismo degni della tradizione culturale fascista e anche repubblichina che male legano con lo spirito industrialista e padronale che era nei cromosomi di Forza Italia.

Fini a Mirabello non si è arreso, si è seduto e ha detto: ora facciamo un patto. E gli accordi, si sa, si fanno in due, e una parte prende e l’altra dà.

Fini ha giocato bene la partita; ha recuperato almeno una parte del suo gregge, abbastanza per uno show di forza ad uso dei giornali e delle tv. Non si può sapere se i presenti al raduno emiliano esaurissero tutte le forze su cui Fini e i suoi possono contare o fossero come la punta di un iceberg. Se il gioco di  Fini reggerà fino in fondo, lo sapremo solo tra un paio d’anni. Poi ha messo i paletti, ha fatto una lista di lamentele in parte al centro delle tensioni politiche dell’estate in parte abbastanza lagnose e vacue, quasi come quando due vecchi coniugi litigano.

Fini ha anche detto a Berlusconi: non ti voglio mandare in galera, sono pronto a aiutarti, ma non come vuoi tu.

Fissati i paletti, ora si è seduto e aspetta. E qui confesso che vorrei essere una cimice, nascosta tra le carte delle scrivanie dei due rivali – amanti perché vorrei davvero sentire e vedere i loro incontri, le seduzioni di Berlusconi, le fughe di Fini dai tentativi di abbraccio da boa constrictor dell’altro, le pretese di Fini.