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Parlando a due giornali in difesa di Fini, Napolitano ha giocato in favore della spinta eversiva di Berlusconi

di Marco Benedetto
Pubblicato il 14 Agosto 2010 16:32 | Ultimo aggiornamento: 7 Settembre 2010 17:43

Napolitano e Fini

Il doppio attacco del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al capo del Governo, Silvio Berlusconi lascia un po’ perplessi.

Napolitano parte da una preoccupazione sacrosanta che è l’imbarbarimento della vita politica italiana, e questo è sacrosanto; mette un punto fermo al chiacchiericcio sulle elezioni anticipate, e questo ci voleva; ma interviene anche in difesa di un uomo politico che, se ricopre una carica istituzionale, non è per designazione divina o plebiscitaria ma per un accordo politico col capo del suoi partito che lui ora contesta e contesta da politico e non da presidente della Camera.

Alzare la voce contro Berlusconi in difesa di Fini, terza carica dello Stato, è sbagliato da parte del presidente della Repubblica: avrebbe dovuto farlo quando la seconda carica, il presidente del Senato Renato Schifani, cominciò ad agitare la clava del ricorso anticipato alle urne senza averne alcun titolo ma solo su mandato del suo capo politico, sempre lui, Berlusconi.

Avrebbe dovuto farlo quando Fini contribuì ad abbassare il livello della politica attaccando Berlusconi in piena assemblea di partito e esprimendo delle opinioni, giuste e sacrosante senza dubbio, ma improprie in bocca sua per la carica, su leggi che stavano a cuore al suo capo.

Ci è piaciuto sentire parlare Fini con toni e accenti che sembravano quelli non di un opportunista ma di un sincero convertito, ci ha entusiasmato la minaccia – promessa di Fini di mettere a frutto la propria carica per influire su un miglioramento di certe brutte leggi, allora non possiamo pretendere l’immunità per Fini quando la risposta politica dell’avversario si fa dura e anche violenta.

Sarebbe a questo punto facile dare la colpa di tutto a Berlusconi, alla sua mancanza di stile, al cattivo gusto della sua tv. Se le osservazioni sullo stile e la tv sono essenzialmente elitarie e un po’ classiste, non c’è dubbio invece che Berlusconi abbia contribuito parecchio a rendere più greve l’atmosfera. Ma non si può dire che sia solo e tutta colpa sua.

Facciamo un passo indietro di vent’anni. Certo fa spazientire questo voler sempre andare indietro nel tempo, ma se siete lettori di gialli allora converrete che spesso nel passato c’è la chiave per capire il mistero presente.

Finita la guerra fredda, caduti il comunismo e il muro di Berlino, alcuni paesi come l’Italia si sono liberati da pastoie di mezzo secolo ma sono venuti contemporaneamente a mancare il riferimento del paese guida a est e l’interesse dell’altro paese guida a ovest. Ci siamo trovati come uno che deve riprendere a camminare, e veloce, subito dopo che gli hanno tolto gesso a gambe e braccia. Ce ne sono successe di tutti i colori.

Il ventennio che sta chiudendosi all’insegna di Berlusconi si aprì con una mega retata di politici, imprenditori, manager, che passò alla storia come “mani pulite”. Lasciò il segno ma non quello voluto.

Da noi un gruppo di Pm milanesi che aveva in Antonio Di Pietro un portabandiera e un portavoce arrivò ad intimare in diretta tv al parlamento di non approvare una legge, peraltro schifosamente ad personam ancorché prima della discesa in campo della Persona.

In un paese meno scombinato e sconvolto sarebbero intervenuti i carabinieri. Da Milano ci promisero che avrebbero estirpato la mala pianta della corruzione, con la stessa di Robespierre e la stessa delusione, solo una fine diversa, perché uno ha perfezionato e sistemizzato la demagogia diventando un capo della sinistra, gli altri godono una serena pensione o, tranne pochi, hanno cambiato mestiere.

La corruzione è rimasta e è arrivato Berlusconi. I tanti che acclamarono con entusiasmo all’onda pulitrice e moralizzatrice di mani pulite, dovrebbero rifletterci sopra, specie quelli che, da giornalisti, diedero particolare enfasi alla vicenda.

Dalle promesse mancate di mani pulite alle promesse mai realizzate di Berlusconi. Berlusconi entrò in politica per una sola ragione: vedeva in pericolo il suo sistema televisivo, allora e anche un po’ ora nella illegalità, non poteva più contare sull’appoggio di psi e anche dc, ormai spazzati via, doveva difendere le sue creature.

Qualunque mezzo era lecito: fece uscire i fascisti dalle fogne in cui li aveva relegati il defunto arco costituzionale, promise di tutto a tutti sapendo di non potere fare nulla. Quante volte ha detto che avrebbe ridottole tasse, quante volte lo ha fatto? Mai, anzi si è goduto il tesoretto messogli a disposizione dalla ferocia del comunista Vincenzo Visco e non ha mollato un euro.

E quella che tutti gli italiani, anche i più poveri, avrebbero ricevuto un trattamento sanitario da clinica privata?

Basterebbe un blob delle bugie sparate senza ritegno per farci una efficace campagna elettorale. Invece lo attaccano sulle ragazze e lo rendono anche simpatico.

Questo abbandono dei temi di politica e amministrazione della cosa pubblica per la scorciatoia del moralismo ha reso gli ultimi anni di lotta politica sempre più aspra, velenosa, violenta senza ritegno.

Invece non è cambiato nulla, tranne che una progressiva disaffezione di tutti, ripeto tutti gli elettori, che vanno a votare sempre meno numerosi.

Non succede solo in Italia e le cause sono tante. Ma se la lotta politica condotta in nome dell’anti berlusconismo fosse una scelta che paga, la sinistra dovrebbe ora avere almeno tre quarti non dei voti espressi, ma dei voti di tutti gli italiani.

In questa degenerazione progressiva del confronto politico, c’era un riferimento di equilibrio, il presidente della Repubblica. Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e ora Giorgio Napolitano avevano ridato all’istituzione quel carisma che Francesco Cossiga aveva provato a fare a pezzi. Ciascuno dei tre aveva e ha senza dubbio fatto politica, ma sempre nell’ambito dei binari tracciati dalla Costituzione che stabilisce limiti precisi alle prese di posizione pubbliche del capo dello Stato.

Parlare agli italiani attraverso i giornali e intervenire pubblicamente in difesa di un politico sono cose che finora non si erano viste, né le giustificano le continue affermazioni eversive di Berlusconi. Se il Presidente trova che le parole e i comportamenti di Berlusconi comportino rischi per l’Italia e per la democrazia, ha uno strumento, il messaggio alle Camere. Tutto il resto è rendere più facile il gioco dell’eversione.