La legge dell’editoria voleva espropriare i giornali, portò una pioggia di miliardi

di Marco Benedetto
Pubblicato il 30 gennaio 2018 12:10 | Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2018 12:32
La legge dell'editoria voleva espropriare i giornali, portò una pioggia di miliardi

La legge dell’editoria voleva espropriare i giornali, portò una pioggia di miliardi

ROMA – La legge dell’editoria voleva espropriare i giornali, portò una pioggia di miliardi. Quarto articolo di una serie di 4.

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La legge dell’editoria fu promossa dal sindacato dei giornalisti e dalla democrazia cristiana. Ma Luciano Ceschia, segretario della Fnsi, non aveva una grande visione, faceva il suo mestiere di sindacalista ma non so quanto fosse consapevole della gravità della situazione, come invece dimostrò di esserlo il suo successore, Sergio Borsi.

Grande ispiratore politico della legge era Carlo Donat Cattin, capo corrente della sinistra Dc, nel tempo ministro del Lavoro e della Salute, Di estrazione Cisl, Donat Cattin odiava visceralmente la Fiat. Preferiì far acquisire la Innocenti dall’ex pilota sudamericano Alessandro De Tomaso, piuttosto che dagli Agnelli. La fine è su Wikipedia.

Tra i simboli della Fiat c’era la Stampa. Il sogno di Donat Cattin era di sottrarre la Stampa alla Fiat e nell’attesa dell’esproprio togliere alla Stampa un bel po’ di pubblicità per dirottarla sulla Gazzetta del Popolo. La Gazzetta era il giornale del cuore di Donat Cattin, ci lavorava il suo figlio prediletto, Claudio, padre spirituale di una generazione, negli anni ’70 e ’80 qualcosa a metà fra direttore ombra e commissario politico. Oggi è una delle colonne di Bruno Vespa.

La Stampa decollò dopo la guerra per merito di Giulio De Benedetti. Gli operai della Fiat la chiamavano la busiarda, la bugiarda, ma la compravano. Ho un flash di memoria: domenica mattina verso mezzogiorno, Barriera Milano, periferia operaia di Torino. Signore in vestito grigio, cravatta argento, tratti meridionali, pacchetto di dolci e Stampa sotto il braccio.

De Benedetti conosceva perfettamente il grande disegno sociale di Vittorio Valletta, colui che fece grande la Fiat nel dopoguerra. Diceva Giovanni Agnelli: se non ci fosse stato Valletta a accumulare, che cosa redistribuiremmo oggi? Diceva Umberto Agnelli: Valletta ebbe il coraggio di fare gli investimenti che portarono la Fiat da 60 mila auto anno prodotte a un milione e 200 mila.

Come poi anche l’avvocato Agnelli con i direttori che seguirono, Valletta coprì sempre il suo direttore contro i gauleiter della Fiat che avrebbero voluto una Stampa totalmente asservita. Per questo il giornale prosperò mentre la Gazzetta, piegata alla Democrazia Cristiana, declinava anno dopo anno. Nel frattempo l’Unità chiudeva. Parlare della Fiat ai torinesi è come rinfacciare a uno che ha la moglie ricca. Anche Repubblica ci cadde. Impostò la sua edizione di Torino su questo taglio e le vendite tornarono presto al livello pre edizione. Ma le notizie De Benedetti le dava tutte. Nessuno ha mai potuto accertare se le telefonate che sembrava ricevesse da Valletta, dagli Agnelli o anche dalla ineguagliabile “tota” Maria Ribiolo, subentrata a Pestelli come capo pr Fiat, fossero vere. Lui rispondeva implacabile e feroce. La notizia andava data e basta, C’era sempre qualche redattore nel suo ufficio, che ascoltava, rapito e in piedi. Così il mito cresceva.

Donat Cattin, per raccontarla tutta, schierò la Gazzetta sulle posizioni di Eugenio Cefis, giurato nemico degli Agnelli, e della allora sua Montedison. La Gazzetta ora è chiusa, la Stampa arranca ma vende ancora 117 mila copie, a scendere.

Partendo da questo pesante handicap del sindacato ostile e di un capo corrente del primo partito ancor più ostile, Giovannini in 5 anni di lobby senza quartiere ribaltò la situazione. Fu eletto presidente della Fieg, la Federazione editori giornali, nel 1976. Era l’anno in cui nacque Repubblica. Repubblica sarebbe stata quello che è stata comunque. Ma in quei primi difficili anni, i miliardi di lire, non ricordo se 3, 5 o 6 dei contributi statali prodotti dalla legge di Giovannini, fecero un gran bene.

Senza quella legge non ci sarebbero i giornali locali dell’ex Gruppo Espresso. Carlo Caracciolo, altro genio di grande visione e spregiudicatezza e coraggio, per il quale mi onoro di avere lavorato, rilevò il Terreno dal fallimento e dalla chiusura, con Giorgio Mondadori diede vita ai tre giornali del Veneto (Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, Nuova Venezia), prese la Nuova Sardegna a 20 mila copie facendola arrivare a oltre 60 mila, radicandola tanto che anor oggi, in crisi e declino, vende ancora il 50% più di allora. Non ci sarebbe più la Gazzetta di Mantova né sarebbero nate quelle di Reggio, Modena, Ferrara. Fu la Mondadori di Formenton e Ottone a salvarla e lanciarle, anche grazie al lavoro sul campo degli impareggiabili Luigi Riccadona e Lorenzo Bertoli, per me sempre il più bravo di tutti, mi domando quando lo prepensioneranno.

Per sviluppare i giornali locali Caracciolo ebbe un colpo di fortuna in Mario Lenzi. Lenzi era del 1929, di poco più giovane di Caracciolo (1925). A 32 anni era diventato vice direttore di Paese Sera, cosa non semplice perché nella stampa comunista non c’erano state epurazioni e il ricambio generazionale poteva avvenire solo per meriti estremi. Io lo adoravo ancor prima di conoscerlo. Lenzi scrisse un Manuale del giornalista che mandai a memoria ai miei esordi e a cui debbo la mia sopravvivenza nell’ambiente ostile del Cittadino di Genova. Lenzi non era nemmeno battezzato ma in fatto di carità cristiana dava molti punti alla maggior parte dei cristiani professi e cresimati. Aveva però un carattere difficile. Forse perché era toscano di Livorno, dove entrò nel mito della Resistenza per avere catturato, da solo, appena diciassettenne, un sottomarino tedesco. Quando il suo destino incrociò quello di Caracciolo, era stato deportato all’Ora di Palermo. Caracciolo lo scoprì per caso. Voleva un direttore per il Tirreno, cercava uno di Livorno. Guardò l’annuario dei giornalisti. Chiese ad Amerigo Terenzi, padre di Paese Sera e gran patron della stampa del Pci. Terenzi gli disse: Lenzi è bravissimo, ma ha un carattere infernale.

Caracciolo, principe, amava i suoi Sancho Panza. Era come gli Agnelli, i difetti dei loro scudieri li divertivano, se potevano usarli finalizzati ai loro disegni. Molto diversi da grandi uomini ma piccoli gauleiter come Romiti e De Benedetti. Fu la mia fortuna, con gli Agnelli e Montezemolo prima, con Caracciolo dopo, Per Caracciolo Lenzi fece anche la sua fortuna.

Della evoluzione della legge dell’editoria, da legge punitiva per gli editori a salvezza per i giornali italiani sono stato testimone oculare. Giovannini ha battuto a tappeto tutti i marciapiedi di Roma. Sfruttando il nome, i rapporti costruiti in trent’anni di giornalismo, l’alone della Stampa, all’epoca non solo giornale della Fiat ma anche secondo quotidiano d’Italia, Giovannini se li è visti tutti, ministri e peones, uno a uno, a pranzo e cena, sempre accompagnato da quel personaggio straordinario e irripetibile che è Sebastiano Sortino, da lui scelto, su suggerimento di Enrico Mattei, direttore generale di confindustria, come direttore della Fieg. Ex Eni, ex Confindustria, anche lui carattere ribelle e caparbio, Sortino fu un triplo salto di qualità rispetto al passato. Brava gente, ma come il generale con i baffi, il futuro Lord Alanbrooke, che, rassegnato alla catastrofe, dava per perso in mano ai tedeschi un esercito di 300 mila uomini, così Gianni Granzotto e il suo direttore, assistevano come al cinema al tracollo dei giornali. Notate che la crisi era quella dei quotidiani. In quegli anni i settimanali prosperavano tanto che la legge inizialmente comprendeva previsioni di prepensionamento solo per i giornalisti e i poligrafici dei quotidiani. Oggi. ridotte a sogliolette dalla crisi della pubblicità, le riviste se la cavano ancor peggio dei quotidiani. Giovannini diceva sempre: la vita è una ruota.

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