Sardegna, lezione per la Lega. M5s abbraccio mortale, gli italiani chiedono solo una cosa

di Marco Benedetto
Pubblicato il 26 Febbraio 2019 6:10 | Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio 2019 21:46
Sardegna, lezione per la Lega. M5s abbraccio mortale, gli italiani chiedono solo una cosa. Nella foto Salvini con Conte e DI Maio: un abbraccio mortale

Sardegna, lezione per la Lega. M5s abbraccio mortale, gli italiani chiedono solo una cosa. Nella foto Salvini con Conte e DI Maio: un abbraccio mortale

Il voto in Sardegna conferma che gli italiani vogliono una semplice impossibile cosa. Essere amministrati bene. Tutto il resto, scusatemi se sono brutale, sono chiacchiere. Da salotto, da bar, da scemi. Voi siete tutti grandi esperti, siete cresciuti a pane e politica. Ma mi sono convinto che capite molto poco della gente comune, categoria alla quale mi onoro di appartenere dalla nascita e di non avere mai abbandonato, almeno nello spirito. 

Finito il comunismo, finite le ideologie e le scelte pro o anti e i voti dati turandosi il naso, siamo tornati all’essenza della politica. Che è: io ti voto se mi fai stare bene, ti do fiducia se amministri bene l’apparato pubblico, meglio se non rubi o non rubi troppo, ma non è l’essenziale, finché io sto comunque bene e meglio. E non mi massacri con le tasse.

Non è vero per tutti tutti. Il partito dell’odio e dell’invidia è vivo e attivo, alimentato dalle iniziali condizioni effettive di partenza (in mezzo secolo siamo passati dal medio evo alla Luna) e dalla propaganda della Guerra fredda, poi dagli anni della guerra a Berlusconi e dalla propaganda grillina favorita dal disastro del Governo Monti. C’è un terzo di voti che lo rappresenta. Se seguite un po’ quello che succede nel resto dei Paesi occidentali con cui amiamo confrontarci, più o meno anche là ci sono gli odiatori, quelli che sognano di portarti via la casa e di ridurti in miseria. Oggi votano per il Movimento 5 stelle. Una volta c’era Masaniello.

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Ma non sono più di un terzo degli elettori. Se andate indietro nel tempo, dal primo suffragio universale maschile, è una costante.

Il resto degli italiani condivide una speranza. Che lo Stato funzioni. Una parte di costoro paga le tasse, che possono arrivare a metà della retribuzione, una parte non le paga o paga meno di quanto dovrebbe: non per scelta ma per concessioni politiche, esenzioni di legge. I veri ricchi, che vivono di dividendi, pagano solo il 20%, la metà dei loro dirigenti se hanno una impresa. Lo stesso vale per chi impresta soldi allo Stato, comprando titoli del Tesoro. Nessuno ha il coraggio di cambiare, ci sarebbe un crollo di Borsa, nessuno comprerebbe più buoni del Tesoro, i capitali esteri fuggirebbero. Allora forse è il caso di smetterla con certe litanie autolesionistiche che ci fanno apparire peggio di quel che siamo agli occhi del mondo.

Sui numeri degli evasori si deve andare cauti. Le imposte sul reddito sono sempre più difficili da evadere, la Guardia di Finanza vigila e ha gli strumenti. Se leggete bene le statistiche, il grosso dell’evasione riguarda l’Iva e i contributi. Quanti italiani non sono stati almeno tentati (o costretti) di pagare l’idraulico in nero? Per i contributi evasi, l’indignazione è sacrosanta ma il fatto che sul costo del lavoro gravino anche impropriamente oneri dello Stato sociale qualche riflessione la meriterebbe.

Quella metà degli italiani che paga le tasse ha due desideri: di pagarne di meno e che i suoi soldi siano spesi meglio. Spesi meglio non solo evitando sprechi e spese sbagliate (reddito di cittadinanza, tanto per dire, o sponsorizzazione inutile di film mediocri in nome di una cultura ormai parassitaria) ma anche investendo in opere pubbliche che funzionino e rispondano alla ragione per cui sono state decise. In cima alla lista una radicale riforma della macchina statale, regionale, comunale, facendola funzionare meglio. Incluse le province? L’eliminazione delle province è stato il capolavoro di un personaggio di provata indubbia abilità politica ma di ancor più conclamata incapacità amministrativa. Come un prestigiatore le ha soppresse ma le ha fatte risorgere, inutili e superate ma anche indispensabili e insopprimibili. Di fronte a disastri del genere come non votare per i 5 stelle? Erano per molti l’ultima speranza.

Una volta si sarebbe detto che provare a far funzionare bene lo Stato è come raddrizzare le gambe ai cani. Si tratta di una impresa certamente ardua. Si tratta di intervenire su interessi costituiti nei secoli, di modificare procedure consolidate dal medio evo. Si tratta soprattutto di cambiare l’atteggiamento dello Stato verso di noi: per ciascuno dell’oltre milione di dipendenti pubblici di ogni ordine e grado noi non siamo cittadini ma sudditi.

Quando unificarono l’Italia, fusero il peggio dell’oppressione sabauda, di quella borbonica con il collante papalino. Agitare, versare freddo freddo ed ecco l’Italia. Nulla è cambiato da allora.

Che il Movimento 5 stelle crolli non solo era auspicabile ma anche inevitabile. Non dipende solo dalla mancata attuazione del reddito di cittadinanza. È una questione che riguarda il nocciolo duro dei loro descamisados. Il grande balzo in avanti dei 5 stelle è stato determinato da quella massa di cittadini moderati, moderati quanto disperati, delusi dall’inganno berlusconiano, delusi dalla inettitudine degli ex comunisti ed ex democristiani, che aveva portato Renzi al 40% e potrebbe ora portarci Salvini. Se l’abbraccio mortale dei grillini…

Renzi ha pensato che per ben governare bastasse un po’ di tweet. Non ha fatto niente se non inseguire scioccamente i grillini sulla loro stupida demagogia (pensioni) e la distribuzione di grano alla plebe (80 euro). La maggioranza di centro degli italiani aveva votato Renzi anche nella speranza che con lui il vecchio partito dell’odio, che il Pci per un periodo ha impersonato, realizzasse il sogno di una sinistra che forse non c’è più, la sinistra che ha fatto grandi gli Usa, che aveva nei suoi sogni quello di fare crescere, in una crescita complessiva, i meno abbienti e soprattutto i loro figli. Il Pd ha tradito la sinistra, ha capovolto il modello: non più l’impegno a spingere verso l’alto, dare ai figli dei poveri gli stessi (o quasi) strumenti e occasioni dei figli dei ricchi. Ma la spinta all’ingiù, diritti e non doveri, tre telefonini se no sei povero ma studiare è un optional. Così i figli dei ricchi vanno a studiare all’estero e i figli dei poveri non li vuole nessuno. 

Salvini ha qualche chanche. Le regioni amministrate dalla Lega sono tra le meglio amministrate in Italia. Sono anche la parte più ricca e meglio amministrata da sempre, fin dai tempi di Maria Teresa. Ma il voto in Sardegna dovrebbe insegnargli che non basta gridare al pericolo nero per tenere assieme un corpo elettorale. Ci vuole buona amministrazione, cosa che in questo quasi primo anno di Governo Salvini-Di Maio non s’è vista proprio, anzi, tutto va peggio, tutto va indietro, è la decrescita felice auspicata da Grillo. E ce la prendiamo sui denti.

Buona amministrazione vuol dire che non devi aspettare un mese che gli impiegati del Comune di Roma siano disposti a farti la carta di identità. Ma vuole anche dire che tuo figlio trova lavoro, che non ti tagliano la pensione per cui hai lavorato una vita, che il valore della tua casa non continua a scendere per effetto di leggi e leggine scriteriate, che se vuoi aprire una attività non devi essere sottoposto a procedure tali che nemmeno sarebbero richieste per una centrale nucleare.

Il voto in Sardegna dovrebbe suonare allarme per Salvini, dirgli che la paura del negro vale quanto il reddito di cittadinanza, se non seguono le altre cose che alla fine renderanno l’immigrato anche simpatico e soprattutto utile. In cima alla lista delle altre cose c’è una economia che tiri, con quel che consegue, la sicurezza del posto, l’aumento di stipendio o il premio, la possibilità di cambiare auto, un ritorno a quei magici anni di fine ‘900 in cui tutto era da bere e sembrava non dovesse finire mai.

L’abbraccio dei 5 stelle potrebbe rivelarsi mortale per la Lega. Salvini lunedì sera ha fatto lo spavaldo ma i numeri usciti dalla Sardegna non giustificano le sue sbruffonerie. Ha preso l’11,7% dei voti, nemmeno un punto in più rispetto al 10,8% delle politiche di un anno fa, poco meno di un terzo della percentuale (27,7%) raccolta in Abruzzo appena due settimane fa. Vero è che i sardi sono diffidenti e che il Pd dispone di un radicamento molto forte e che probabilmente quel 10% andato al Partito Sardo D’Azione potrebbe riversarsi, alle europee, sulla Lega.

Ma il risultato del Pd vuole anche dire che la gente non dà eccessivo peso alle beghe da pollaio del vertice e non sa più a che santo votarsi,

Siamo sicuri che la Lega proseguirà nella sua marcia trionfale? Se confrontiamo il voto sardo con quello abruzzese, la tenuta di Forza Italia è superiore al prevedibile. Vuol dire che fra i moderati, che cominciavano a guardare a Salvini come pochi anni fa guardavano a Renzi, cominciano a fidarsi un po’ meno.

Salvini è impegnato in un gioco difficile, fare uscire la Lega dal folklore delle valli del profondo Nord e diventare il partito dei ceti medi e produttivi, una sorta di nuova Dc. Così è nel Lombardo-Veneto, così sarà probabilmente in Emilia-Romagna. Ma sarà davvero così? Salvini ha il tempo che gioca a suo sfavore. Ha bisogno di tempo per lasciare che il M5s si sgretoli ancora un po’, per sedere al tavolo col Pd o con Berlusconi e Meloni in posizione sempre più di forza. Ma la sensazione, dopo il voto in Abruzzo e ancor più dopo il voto in Sardegna, è che Salvini sia impegnato in quel gioco al limite del suicidio noto come chicken: la corsa verso uno strapiombo, scommettendo di fermarsi un attimo prima.

Non sarà che il compagno di gioco Di Maio lo ha già spinto nel vuoto?