Un dubbio: a Berlusconi torna utile la sconfitta del Pdl?

di Marco Benedetto
Pubblicato il 6 Aprile 2010 0:16 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 18:41

Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani

Passata la buriana delle elezioni amministrative e la stasi forzata delle vacanze pasquali, la vita politica, economica, scolastica riprende a pulsare.

La politica dovrebbe portarci delle novità: alcune delle riforme che fino ad oggi, da tempo annunciate, finora non si sono viste.

“Riforme” è diventata negli ultimi tempi una parola d’ordine, anche se a volte vien da dubitare del fatto che tutti intendano le stesse cose.

Berlusconi sembra deciso questa volta a andare davvero avanti, vedremo cosa saprà fare.

Se, dopo mesi, anni, di promesse e minacce, questa volta sembra deciso, vuole dire che qualche cosa è cambiato nel quadro politico in misura tale da fargli superare ogni remora.

Una risposta forse la si può trovare facendo un banale esercizio di aritmetica, mettendo in fila i voti ottenuti dai partiti nelle ultime elezioni regionali e non solo. Queste operazioni sono sempre un po’ complicate, perché le grandezze non sono omogenee e sui risultati influisce anche il tipo di elezione, se politica maziomale, europea, amministrativa. Però nelle grandi linee, i cambiamenti da un anno all’altro forniscono utili segnali.

I segnali sono preoccupanti per entrambi i grandi partiti che guidano gli schieramenti di destra e di sinistra, il Pdl e il Pd, con una differenza: che Berlusconi, da quel grande imbonitore che è, gira la frittata e si autoproclama vincitore, ma sa benissimo che non è vero e si appresta a metter mano al partito e a prendere altre misure per arginare la crisi; mentre a sinistra sembra che prevalgano la meraviglia di essere ancora vivi (ma come fa un segretario di partito a dire: siamo in piedi, ora acceleriamo?, pare la reincarnazione di Martinazzoli)mentre tutt’intorno la disciplina di partito e iò conformismo impediscono anche ai giornali amici di sollevare il tema di quel che sarà tra due anni se si va avanti con questa leadership.

Partiamo dai voti complessivi dei due schieramenti: la destra ha retto le posizioni, la sinistra tutta assieme, inclusi Di Pietro, Grillo e i resti dei Verdi, ha perso e tanto. Per conto suo, il più grande partito della sinistra, e fino a ieri il maggiore partito italiano, il Pd, ha perso la bellezza di 2 milioni di voti se misuriamo il 2010 sul 2005 e solo uno, un solo milione, se il confronto è sul 2009. Non bastano le crescite degli estremisti anti sistema Di Pietro e Grillo a spiegare la batosta, perché è più verosimile che i due abbiano offerto sbocco agli elettori delusi della sinistra radicale e dei Verdi che non ai benpensanti ex comunisti o democristiani di Ds e Margherita.

Qui viene spontanea una prima riflessione: Pier Luigi Bersani, architetto con Massimo D’Alema, di una sconfitta elettorale che fa impallidire Veltroni, invece di ripetere il vuoto e inutile slogan di volere “mandare a casa Berlusconi”, che sembra essere diventato il perno del suo pensiero politico, forse farebbe bene a andarci lui a casa. Forse, camminando tra i dolci pendii dell’Appennino che incorona la natia Piacenza, gli verrebbe qualche idea migliore di quelle partorite fino ad oggi per definire strategie e obiettivi di una sinistra moderna.

A Berlusconi un avversario così va a pennello, soprattutto se si tiene presente, e questo a uno del suo calibro non sfugge di certo, che il secondo grande sconfitto è proprio lui, che comincia a raccogliere i risultati dell’insoddisfazione dei suoi elettori, delusi per le tante promesse non mantenute, e che, con l’improvvida fusione imperiale di Forza Italia e An, ha dato vita a un ibrido, il Pdl, che nemmeno può chiamarsi partito perché il brand è stato depositato da un altro e che ha perso, rispetto alla somma dei due preesistenti partiti, la bellezza di un milione  di  voti nel confronto col 2005 ma ben 2 milioni e mezzo se so guarda alle europee del 2009.

Le elezioni regionali sono state un referendum, anzi un plebiscito contro la linea politica del principale partito della sinistra, in pari misura ammaliato dalla sirena massimalista e dal totale disinteresse per i problemi della gente comune; e ancor più contro Berlusconi, cui non sono bastati i giochi di prestigio come l’invenzione della tv solo audio per rimediare alla delusione di moltissimi suoi fan per il mancato mantenimento di tante promesse.

Guardiamo i numeri delle elezioni e i nomi dei vincitori balzano agli occhi: Umberto Bossi e Antonio di Pietro. Loro hanno guadagnato voti, ma due differenze importanti li dividono.

La Lega è un partito radicato nel territorio, che nell’insieme ha ottenuto una buona pagella dai suoi amministrati, ha un’immagine giovane, positiva, operativa che gli fa perdonare le buffonate tipo il mito dei celti (popolo prevalentemente finito sotto il tacco, e che tacco, dei romani e degli anglosassoni) e del dio Po.

C’è stata, è vero, qualche sconfitta. Queste però suonano a smentita della massima di Andreotti che il potere logora chi non ce l’ha e anche un po’ per ricordare che gli elettori non fanno sconti nemmeno all’amata Lega quando il politico pecca di arroganza, come nel caso di Roberto Castelli che voleva continuare a fare il ministro anche se eletto sindaco (arroganza egualmente punita anche nel caso del non leghista e certo non paragonabile a un leghista Renato Brunetta).

L’Idv di Di Pietro è un partito di emozioni, di urla, di strafalcioni. In tutti i paesi ci sono partiti simili e ce n’è bisogno perché danno sbocco politico a cittadini esacerbati e Italia e Germania hanno pagato caro quando, per ragioni diverse, questo non era possibile, nel primo dopoguerra.

Ma se il megafono di Di Piero può fare da contraltare al dio Po, il confronto si ferma lì e altro è meglio non dire.

C’è poi una ancor più importante differenza tra Lega e Idv: che la lega è nel Governo e dopo queste elezioni è diventata l’indispensabile puntello di Berlusconi. Senza la Lega, Berlusconi non va da nessuna parte.

Perché allora sembra rinfrancato dai risultati, anzi, tanto rinforzato da decidere di andare avanti tutta?

Oltre alla risposta più ovvia e banale, per la quale si potrebbero usare i versi dei Pagliacci (“Vesti la giubba, la faccia infarina…”), azzardiamo una spiegazione più politica. Un Pdl indebolito vuole dire una sconfitta non solo di Berlusconi, ma dei vari gerarchi che lo circondano e ai quali ha messo in mano la macchina. Anzi è verosimile che il risultato elettorale giustificherà una purga tra i vertici, per fortuna loro non di ispirazione staliniana, nemmeno putiniana, ma una purga si impone se Berlusconi vuole fare qualcosa di buono nel Governo nei prossimi tre anni.

Inoltre un Pdl indebolito vuol dire che nessuno dentro il partito lo può ostacolare: sono tutti a leccarsi le ferite.

Con Bossi, invece, l’accordo dovrebbe essere facile, non solo perché comunque la Lega ha la metà dei voti del Pdl, ma perché quel che vuole Bossi non appassiona più di tanto Berlusconi, anzi è probabile che il suo cervello brianzolo giri più in sintonia con le aspirazioni federaliste di Bossi e dei suoi che con gli schemi prefettizi degli ex fascisti, per i quali la parola federale evoca probabilmente altre emozioni che non nei leghisti.