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Unità d’Italia. Celebrare con orgoglio pensando grazie Europa

di Marco Benedetto
Pubblicato il 16 Marzo 2011 2:20 | Ultimo aggiornamento: 16 Marzo 2011 23:18

Dobbiamo essere felici e orgogliosi della nostra Italia, dei progressi fatti in questi 150 anni: quasi dappertutto eravamo poco oltre il medio evo, in molte zone eravamo colonia, nel centro della penisola sotto una gerarchia ecclesiastica ancor più miope di oggi, dappertutto arretrati economicamente e culturalmente. Oggi siamo un grande paese, ricco e libero, profondamente democratico e dobbiamo esserne orgogliosi.

Dobbiamo dire grazie alle generazioni che ci hanno preceduto, al loro ormai dimenticato sacrificio anche di sangue, spesso inutilmente versato: pensiamo a quei ragazzi morti in guerra, morti senza sapere perché, pensiamo al loro sacrificio, sprecato da una classe politica il cui denominatore comune sembra essere stato, in questo secolo e mezzo, l’inettitudine. Il culmine furono i settecentomila morti per qualche pietraia del Carso e per l’ingratitudine postuma di qualche postero del nord est. Al tavolo della pace, i nostri alleati ci trattarono come dei pezzenti, anche per l’incompetenza dei politici dell’epoca, incapaci di comunicare in altre lingue e a districarsi nei labirinti sofisticati della diplomazia internazionale. Purtroppo, da allora, tranne alcune luminose eccezioni, non è cambiato molto se non in peggio. Oggi, il meglio che diamo sul piano internazionale sono le corna e le gaffes di Berlusconi e le sue imbarazzanti amicizie.

L’eccezione è costituita da quei politici del secondo dopoguerra,  oggi invece da molti dileggiati nella sguaiata e quasi scurrile ricerca di compiacere i più irrazionali istinti delle periferie geografiche e morali. Ci diedero la Costituzione che in questi sessant’anni ha retto l’Italia nel percorso, quasi acrobatico, da proletaria e fascista a ricca e cosmopolita. Credettero nell’Europa e misero le premesse alla nostra prosperità di oggi. Non va trascurato che l’asse dell’Europa fu costruito da italiani e tedeschi, De Gasperi e Adenauer ne furono gli alfieri: forse avevano capito che solo in una nazione più grande, in un mercato più grande, fascismo e nazismo non sarebbero potuti tornare al potere.

Devono dire grazie soprattutto quegli italiani delle regioni periferiche che a vario titolo hanno sputato o sputano sul resto degli italiani che in parte li hanno mantenuti e li mantengono: i siciliani, quelli ancora ammalati di separatismo, i veneti e i friulani, quelli attardati di un secolo col rimpianto di essere la miserabile periferia di un impero che non c’è più, gli alto atesini che storcono la bocca e arricciano il naso al suono dell’inno nazionale italiano e che meriterebbero di essere passati all’Austria, quell’Austria con cui non vollero andare,  consentendoci un miglioramento di qualche punto della nostra pressione fiscale. Basterebbe eliminare la specialità delle Regioni a statuto speciale e subito pagheremmo meno tasse. Solo l’ipocrisia impedisce ai politici, anche i più arditi come i leghisti, di affermarlo. Cercate risparmi? Cominciate da lì. Se ne vanno? Ma dove?