Mario Draghi smentisce che uno vale uno: il peso dei cervelli supera il numero delle teste

di Giorgio Oldoini
Pubblicato il 20 Febbraio 2022 - 08:21
Mario Draghi smentisce che uno vale uno: il peso dei cervelli supera il numero delle teste

Mario Draghi smentisce che uno vale uno: il peso dei cervelli supera il numero delle teste

Mario Draghi è, per la maggioranza degli italiani, l’unico statista in grado di resistere ai continui assalti alla “diligenza” di partiti, sindacati, movimenti, lobby permanenti.

Il ruolo principale del Governo è quello di varare decreti considerando le ricadute sulle generazioni successive e sul debito pubblico. All’opposto, i gruppi politici guardano ai benefici di breve periodo per catturare il consenso con la tecnica della “bandierina”.

Su questi presupposti, qualunque imbecille può guidare un partito, solo uno statista fuori dal gioco della “bandierina” è in grado di dare stabilità al Paese.

In passato, questo gioco al massacro era tipico degli stessi governi, come le vecchie leggi finanziarie stavano a dimostrare.

Ecco le “bandierine” degli ultimi anni: il superbonus, il reddito di cittadinanza, le pensioni anticipate, la riforma della giustizia a casaccio, la politica green senza sacrifici e lo stupore per il rialzo delle bollette in assenza di una strategia energetica.

Quando i governi concedono aiuti speciali ad alcuni gruppi sociali, si determinano le richieste di analoghi privilegi per tutti gli altri. In tal modo siamo giunti alla contradditoria politica dei privilegi speciali per tutti.

Ogni cittadino dice la sua all’insegna dell’”uno vale uno” e pensa di partecipare al “gioco della politica” come il tifoso di una squadra di calcio che pretende i migliori giocatori al mondo senza preoccuparsi di chi li paga.

Ammettiamo che si realizzi un sistema mediatico che consenta agli italiani di esprimere in tempo reale il proprio voto su ogni questione importante per il Paese. In grado cioè di racchiudere in una sola “piazza” tutti i cittadini: l’Agora della polis.

Diamo per scontato che esista un miracoloso software in grado di evitare brogli o voti di scambio e che non sia ammessa neppure la manipolazione mediatica degli opinion men di ogni ordine e grado.

E che dunque l’espressione del voto sia genuina. Potremmo forse concludere di avere realizzato una democrazia compiuta perché l’intero popolo è messo nelle condizioni di cliccare il proprio voto?

In una situazione di questo tipo non vi sarebbe bisogno di un governo ma solo di tecnici che eseguano in modo automatico le decisioni della piazza mediatica. Una simile civiltà non può superare la dimensione del villaggio. Perché le decisioni sarebbero assunte al livello di conoscenza e preparazione più bassa dei votanti.

L’espressione di voto non avrebbe alcun valore perché il “cliccante” ignora la materia trattata. E sempre il numero degli sciocchi, dei malvagi o degli ignoranti è mille volte maggiore del numero degli uomini competenti e responsabili. Ciò che salva la democrazia è il fatto che, dietro una finzione di uguaglianza, governa soltanto una piccola minoranza ed il peso dei cervelli supera il numero delle teste.

Assistiamo in questo periodo ad un processo di deresponsabilizzazione della classe politica, che chiama il popolo per decidere su questioni che non sono alla portata delle masse.

Su questo piano si pone il referendum sulla riforma della Giustizia.

Un referendum sulla Giustizia c’è già stato nel 1987, senza alcuna conseguenza pratica. Si trattava di un “referendum tradito” come la maggior parte delle consultazioni popolari. Non a caso, padri costituenti come Einaudi, Nenni o Togliatti erano contrari al referendum perché il popolo deve essere rappresentato solo dal Parlamento.

Il fatto è che per risolvere problemi come quello della giustizia, occorrono parlamentari in grado di capire i problemi reali e di licenziare il testo di una legge adeguata. Una volta c’erano gli uffici studi dei partiti, oggi gli uffici parlamentari devono far fronte alle richieste di naif, che rallentano l’iter legislativo.

Si racconta che Giuliano Amato, quando discuteva con i leader delle formazioni politiche che chiedevano leggi di favore, rispondeva: benissimo, scrivetemi il testo della legge. In genere questi leader si eclissavano e l’assalto alla diligenza finiva lì.

Un esempio di incompetenza della classe politica si è avuto con la proposta di referendum sulla responsabilità diretta dei magistrati, giustamente respinto dalla Corte. Ciò perché la responsabilità dei magistrati già esiste ed è di tipo indiretto. Deve essere prima condannato lo Stato, che solo allora potrà rivalersi sul magistrato.

L’introduzione del principio di una responsabilità diretta dovrebbe semmai essere prevista per i burocrati pubblici. Ogni italiano ben conosce l’incompetenza e la supponenza dei burocrati. Se fosse introdotta la responsabilità diretta, cioè il diritto del cittadino a citare in giudizio il burocrate inetto, crollerebbe il nostro sistema pubblico.

Certamente esiste una massa enorme di burocrati che provocano danni a catena. Ma quale innovatore alla ricerca del consenso sarebbe in grado di introdurre la responsabilità diretta dei funzionari pubblici centrali e territoriali. Che rappresentano più della metà del corpo elettorale?

Il problema dell’inefficienza di magistrati e burocrati può essere risolto solo con l’introduzione della responsabilità “automatica”. Ad esempio, se un Pm ha nel proprio curriculum una quantità esagerata di assoluzioni rispetto ad arresti preventivi. Oppure di prescrizioni dell’azione penale per le ipotesi di reato dimostratesi inconsistenti, dovrebbe essere rimosso in automatico, in quanto “oggettivamente” inidoneo a svolgere il ruolo ricoperto.

Una norma di questo tipo non intaccherebbe certo il principio dell’autonomia della Magistratura, perché nessuno può pretendere una tutela rispetto all’inefficienza, al protagonismo e all’impreparazione. Non c’è bisogno di referendum per approvare una simile disposizione e certamente il “popolo” applaudirebbe.

Il funzionario del Mibact che tiene sospesa una domanda di contributo per vent’anni, non ha alcun riguardo per gli interessi del cittadino ma si preoccupa del danno erariale. Esso esiste solo se la Corte dei Conti registra una mancata entrata nel bilancio pubblico o una spesa irrituale.

Per questo motivo il burocrate si fa venire la “sindrome della penna” e si rifiuta di accordare qualsiasi tipo di diritto al cittadino nonostante le norme sulla giusta durata dell’iter amministrativo. Per risolvere questo problema basterebbe prevedere che il funzionario risponde anche del danno sofferto dal contribuente.

Tornando ai deputati e senatori inefficienti, che sono eletti dal popolo, propongo l’introduzione dell’obbligo di “assenza retribuita”. Si dovrebbe prevedere che queste persone siano pagate venti milioni al mese, con penale di un milione al giorno se si permettono di entrare nell’aula parlamentare. Certamente l’Italia ne ricaverebbe vantaggi inestimabili.