Mascherine placebo sociale. E l’idea medioevale della penitenza che purifica

di Lucio Fero
Pubblicato il 5 Aprile 2020 11:03 | Ultimo aggiornamento: 5 Aprile 2020 11:03
Mascherine placebo sociale. E l'idea medioevale della penitenza che purifica

Mascherine placebo sociale. E l’idea medioevale della penitenza che purifica (Foto Ansa)

ROMA- Mascherine placebo sociale. Alla fine, anzi molto presto, anzi già da adesso le mascherine avranno anche e soprattutto questa funzione, quella di placebo sociale. Con la mascherina le persone si sentiranno protette e quasi immuni al contagio. Il che non è vero, almeno non lo è nella assolutezza in cui la pubblica opinione ama credere o non credere. Soprattutto però con la mascherina le persone si sentiranno in regola con se stesse e con il prossimo. E sarà , già è questo appunto il placebo sociale: posso e potrò andare, posso e potrò lavorare, posso e potrò incontrare…Ho la mascherina, dunque posso.

Nella più clamorosa inutilità dell’impegno (ci hanno provato tutti ma nessuno ci è riuscito, neanche un po’) riassumiamo quel che la mascherina fa rispetto al contagio.

Punto uno, fondamentale e fondamentalmente rifiutato dalla psiche collettiva: la mascherina protegge gli altri da te eventualmente infetto e quindi contagioso. Puoi dirlo quanto vuoi, la testa della gente pensa, vuole pensare altro, vuole pensare che la mascherina sia protezione per se stessi, vuole un lasciapassare rilasciato a se stessi.

Punto due: la mascherina che protegge se stessi dagli altri esiste. Ma va usata (e quindi fornita) prima degli altri e soprattutto a medici, poliziotti, infermieri, carabinieri, autisti di ambulanze, lavoratori alle casse dei supermercati…e a quanti entrano in contatto multiplo e frequente con altri umani. Anzi, per essere più precisi e chiari , le mascherine di protezione, le mascherine schermo al virus altrui vanno date d’obbligo a medici di famiglia, medici in ospedale, infermieri, portantini…chiunque a contatto con malati.

Per gli altri, per la gran parte di noi, le mascherine professionali non servono e sono insostenibile pretesa, al limite del capriccio. Una mascherina con filtro da cambiare ogni 4 ore sul volto della signora che porta a spasso il cane o sul volto del signore che va a comprare pane e giornali è una mascherina tolta a chi serve.

E poi, dovendo cambiare filtro o mascherina ogni 4 ore o almeno una volta al giorno, al costo di almeno 15 euro a mascherina, quindi al giorno, chi davvero sostiene questa spesa? La mascherina professionale al volto di noi gente comune è quindi ostentazione e scongiuro, la si porta per far vedere che le si ha e si confida in lei con la stessa certezza scientifica che si ripone in un talismano.

Altra è la mascherina detta chirurgica (quella vera, non quella tarocca), la mascherina che diventa e sempre più diventerà il collettivo placebo sociale. Costa dai 3 ai 5 euro (se di più, allora stanno rubando, pardon speculando). Protegge gli altri da te ma, se tutti la portiamo ,ci diamo protezione reciproca. Protezione non totale che protezione totale e rischio zero non esiste letteralmente in natura.

Ma è meglio non dirlo, non sottolineare che qualunque organismo vivente non può sottrarsi in toto a contatti con virus, proprio perché è organismo vivente. Meglio non dirlo che protezione totale non esiste, meglio dire che mascherina protegge, omettendo di aggiungere un po’.

Mascherina ci protegge (un po’) e soprattutto ci autorizza e sempre più ci autorizzerà. Psicologicamente ci autorizzerà a sentirci protetti . Culturalmente a sentirci razionali e previdenti. Socialmente a sentirci in regola. Per tutto il tempo che conviveremo con coronavirus la mascherina sarà, già è, il nostro placebo sociale. Con la mascherina sul volto ci sentiremo, crederemo di sentirci…meglio.

Mascherina placebo sociale benevolo e benigno. Ne gira un altro di placebo, di natura culturale. Un placebo malevolo e maligno. Che però non veste panni infernali e protervi. Tutt’altro: appare dimesso e si mostra umile. E’ l’idea medioevale della colpa, quindi della penitenza che ci tocca in quanto coòpevoli. E quindi ancora della penitenza che ci purificherà.

E’ tutto un battersi il petto qua e là (di cantanti, giornalisti, attori, architetti, sociologi, calciatori, influencer, maschere della tv del dolore e del gossip, non mancano politici che mimano l’intellettuale che non sono e viceversa) per le nostre colpe di specie. Colpa suprema: la modernità. Colpa suprema: il consumo. 

Colpevoli di aver prodotto la società industriale. Colpevoli di aver prodotto condizioni materiale di vita più ricche, agiate e sicure di ogni altra epoca dell’umanità. Colpevoli di viaggiare (di avere?) gli aerei. E le vacanze. E il cibo abbondante. Colpevoli della tecnologia. Colpevoli della finanza. Colpevoli di aver sfidato una Natura immaginata come una divinità che si offende, si stufa e manda punizione agli uomini troppo presuntuosi.

Questa idea si presenta sotto le vesti del nuovo, della inevitabilità del nuovo, del mondo nuovo dopo la pandemia. In realtà è un’idea vecchia di millenni, radicata nei millenni. E’ l’idea per cui le calamità si spiegano (e si esorcizzano) trovando un colpevole, una colpa e quindi offrendo un sacrificio agli dei, poi a Dio, oggi alla Natura divinizzata, perché il Nume irato si plachi. Un’idea per nulla nuova, presente e documentata già nella cultura dei primi insediamenti umani che abbiano lasciato tracce da cui si possa far storia.

Un’idea, una umanissima idea che nei millenni e nei secoli ha portato ai sacrifici umani, ai sacrifici rituali, al divieto religioso dello studio e conoscenza della natura, alla messa al bando della scienza, alla persecuzione di gruppi umani ritenuti alleati del maligno, alle processioni per scacciare il morbo, processioni dove il morbo si diffondeva (ma ancora oggi c’è chi chiede per Pasqua di dare una mancetta a coronavirus riaprendo le chiese)….

Questa idea ora si ripresenta melliflua, addirittura in versione e con movenze compassionevoli. Eccolo il placebo: confessiamo la nostra colpa, la nostra colpa dell’aver voluto vivere senza stenti e non a capo chino quando scocca la folgore in cielo, magari promettiamo di rinunciare a qualche fabbrica(o centrale, o energia, o cibo, o abito, o laboratorio) e la Natura, placata dall’offerta, farà sparire il morbo che ha mandato per punirci.

Nessuno è in grado oggi di calcolare oggi quanto la pandemia ci spingerà indietro in termini di condizioni economiche, sociali, materiali di vita. Indietro forse di un decennio, o di una generazione, o chissà. Si può però già calcolare quanto indietro la pandemia ci spinge dal punto di vista culturale e ideologico: molto, molto indietro, fino al medioevo e oltre.

Anche perché, in fondo e al fondo, non ci eravamo spinti troppo in là: il pensiero magico ha sopportato malvolentieri la catena corta impostagli (solo per qualche decennio qua e là nei secoli) dal pensiero razionale ed ha sempre avuto dalla sua parte la maggioranza, netta maggioranza, degli umani.