Masinga, idolo antieroe del calcio. Il gol all’Inter mandò il Bari operaio in paradiso

di Alberto Francavilla
Pubblicato il 14 Gennaio 2019 11:15 | Ultimo aggiornamento: 15 Gennaio 2019 9:47
Phil Masinga, idolo antieroe del calcio. Il gol all'Inter mandò il Bari operaio in paradiso

Masinga, idolo antieroe del calcio. Il gol all’Inter mandò il Bari operaio in paradiso

ROMA – Philemon Masinga, detto Phil, è stato il centravanti del Bari di Fascetti a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila. Non è stato l’unico attaccante biancorosso in quegli anni, ma è stato quello che più di tutti ha incarnato il simbolo di una squadra piccola che dava fastidio alle grandi. Era il centravanti della classe operaia che bastonava le regine del campionato, una su tutte l’Inter. Non un Inter qualsiasi, ma l’Inter di Ronaldo il Fenomeno.

Tra il gennaio 1998 e il dicembre 1999 quel Bari ha battuto l’Inter 5 volte su 5. Due vittorie su due nell’anno dello scudetto perso dall’Inter dopo l’ormai celeberrimo fallo su Ronaldo non fischiato a Iuliano. Masinga segnò il gol partita nell’andata a San Siro e il gol vittoria (in rimonta) nel ritorno al San Nicola. Per non parlare della doppietta l’anno dopo, sempre a San Siro.

Masinga era il centravanti sgraziato, quello che non rubava l’occhio con doppi passi e tiri a giro. Quello che ti puniva se ti distraevi un secondo. Quello che si faceva un mazzo così, perché fare il centravanti con Fascetti era un ruolo ingrato, ti costringeva a fare reparto da solo, a sportellare con i difensori avversari tutte le sante domeniche. Ed è anche per questo che Masinga è entrato nel cuore dei tifosi baresi.

Masinga, il sudafricano sorridente, era un idolo dei tifosi perché era un antieroe. Arrivato a Bari, più d’uno ironizzò sulle sue doti tecniche dopo averlo visto in allenamento e nelle prime amichevoli: lento, macchinoso, non aveva né lo spunto di un Beppe Signori né la potenza di un Batistuta, né l’abilità aerea di un Bierhoff. La sentenza (come spesso accade a Bari) arrivò immediata: questo non gioca mai. Anche perché in rampa di lancio c’era un certo Ventola, giovane autoctono esploso qualche mese prima (serie B e Under 21). Poi Ventola si infortunò a Empoli, nella stessa partita Masinga segnò una doppietta: è la svolta della stagione, perché per due anni sarà Phil il centravanti titolare.

Nemmeno l’assenza per la Coppa d’Africa (già, perché Masinga era una specie di semidio per il Sudafrica pallonaro, trascinatore dei Bafana Bafana fino alla fase finale dei Mondiali 1998) lo fermò: al rientro ci fu il gol che lo consegnò alla storia biancorossa. Inter-Bari si gioca in una fredda domenica di gennaio a San Siro.

L’Inter di Ronaldo (ma anche di Djorkaeff e Zamorano) è capolista, il Bari naviga nei bassifondi della classifica. La partita è un tiro al bersaglio a una porta sola: Franco Mancini (anche lui prematuramente scomparso anni fa) para tutto il parabile, il gol nerazzurro sembra nell’aria. Invece all’improvviso, dal nulla, Masinga colpisce di testa, Pagliuca para sulla linea, Masinga ribadisce in rete (le immagini non chiariscono se abbia colpito il pallone o il braccio del portiere). Quel gol sporco è una liberazione: per la squadra, per i tifosi, per i tanti emigrati al Nord che a San Siro sono abituati a vedere sconfitte. Non per lui, perché Masinga ha sempre messo il bene della squadra davanti alla gloria personale. Non per niente era “il gigante buono” anche tra i compagni. Quel gol era per il popolo biancorosso, per mister Fascetti che aveva creduto in lui tra lo scetticismo generale.

Da allora Masinga diventa il simbolo della classe operaia del calcio, che qualche volta può andare in paradiso. Il Bari degli “eroi normali”, degli “idoli silenziosi” che purtroppo non ci sono più: il capitano Klas Ingesson, la saracinesca Franco Mancini. Accomunati dalle salvezze miracolose in serie (quando la Serie A era il campionato più bello e difficile del mondo) e purtroppo anche da un triste e beffardo destino.