Matrimonio nell’anno del covid: i 7 scogli di Antonello Piroso. Ma una legge assurda nega al figlio il cognome della madre

di Antonello Piroso *
Pubblicato il 3 Gennaio 2021 9:12 | Ultimo aggiornamento: 2 Gennaio 2021 21:48
Matrimonio nell'anno del covid: i 7 scogli di Antonello Piroso. Ma una legge assurda nega al figlio il cognome della madre

Matrimonio nell’anno del covid: i 7 scogli di Antonello Piroso. Ma una legge assurda nega al figlio il cognome della madre

Matrimonio al tempo del Covid. Un’impresa quasi titanica, grazie al combinato disposto di virus e burocrazia, una pandemia doppia: sanitaria e normativa. Antonello Piroso lo ha raccontato su La Verità.

Primo scoglio: l’intervallo imposto dalla legge, in sede di rito civile, dopo la presentazione della richiesta.

È il cosiddetto tempo di affissione delle pubblicazioni, otto giorni più altri tre “per eventuali opposizioni”. E solo dopo si può scegliere sala e data della cerimonia.

Secondo scoglio. Non è che uno si può sposare nel giorno in cui vorrebbe. Siccome in famiglia siamo legati al numero 7, la scelta era caduta su lunedì 7 dicembre (tendo a concentrare le ricorrenze. In un colpo solo, avremmo celebrato i miei 60 anni e il matrimonio). Ma alla fine abbiamo dovuto ripiegare, per rispettare la cabala, su giovedì 17.

A Roma solo due sale per i matrimoni

Come mai? Perché a Roma ci sono solo due sale destinate allo scopo, ma entrambe il lunedì sono chiuse, come i barbieri. Una delle due, poi, è operativa solo nei weekend.

Terzo scoglio: l’indicazione del celebrante. Che se è persona diversa dal sindaco, nel nostro caso Virginia Raggi, deve essere da lei delegata. Quindi, in sostanza, risultare soggetto irreprensibile e senza carichi pendenti.

Noi abbiamo pensato di vincere facile, designando Adriano Panatta, romano “de Roma”, il che -ritenevamo- avrebbe agevolato la pratica.

Macché: avendo infatti lui nel frattempo trasferito la residenza a Treviso, città della sua neomoglie Anna Bonamigo, la circostanza ha fatto partire un ping-pong tra i Comuni. Che si è risolto giusto in tempo, grazie alla tempestività di funzionari solerti. Che tali sarebbero stati, ne sono certo, anche se la richiesta non avesse riguardato il nostro più grande campione di tennis (dell’altro secolo).

Ho chiesto a Panatta di svolgere il delicato ruolo non solo perché il 10 ottobre scorso si è sposato per la seconda volta, testimoniando il desiderio di vedere prevalere la speranza sull’esperienza. Ma soprattutto per fargli smentire platealmente quanto dettomi 25 anni fa. Quando, in una serata che non doveva essere per lui particolarmente allegra mi spaventò: “Il giorno in cui mi inviterai al tuo matrimonio, vengo e ti sparo prima che tu possa pronunciare il fatidico sì”.

Le foto del matrimonio 

Quarto scoglio. I presenti potevano essere al massimo in numero di 14 (date le misure dello sala), ovvero otto invitati, al netto dei due nubendi con un testimone a testa, il celebrante e il fotografo, il mitico Umberto Pizzi. Anche lui pronto a onorare un vecchio impegno, espresso in vernacolo.

“Il giorno che tte sposi, te faccio er servizio” (e anche qui non ho mai capito se fosse una promessa o una minaccia). In sostanza, solo i parenti stretti.

In realtà, neppur quelli, e siamo al quinto scoglio: perché essendo mia sorella, mio cognato e mia nipote residenti in Toscana, regione arancione, causa divieti agli spostamenti fuori confine non hanno potuto raggiungere Roma. Sicché mi sono sposato senza nessuno della mia famiglia presente.

Triste situazione speculare a quella che ho vissuto tra aprile e maggio, quando sono morti i miei genitori a distanza di tre settimane uno dall’altra. Ma non ho potuto far loro neppure il funerale, sempre a causa del Covid).

Il matrimonio si conclude in mezz’ora

A fronte degli impicci durati settimane, la cerimonia si è poi svolta in 30 minuti scarsi. Tutti con la mascherina e rigorosamente a distanza. In un clima vagamente surreale, data la presenza di una funzionaria che scandiva con cipiglio teutonico quando e come avvicinarci, togliendoci e rimettendoci il bavaglio. Disposizione draconiana ma giustificata dal successivo matrimonio in programma lo stesso giorno. Che imponeva una necessaria attenzione alla sanificazione dell’ambiente.

A seguire non c’è stato alcun banchetto, sesto scoglio. Sono proibiti, com’è noto, gli assembramenti. E pazienza se la circostanza ti ha fatto bollare come un tirchio dal braccino corto, “con la scusa del contagio, hai risparmiato sulle spese”.

Ma in ogni caso, settimo scoglio: a tutti gli intervenuti al matrimonio è stato chiesto preventivamente di fare il tampone.

A portare gli anelli è stato nostro figlio, protagonista suo malgrado di uno scoglio nello scoglio. Avremmo voluto arrivasse all’appuntamento forte del doppio cognome, anche grazie a una sentenza della Corte Costituzionale del 2016 che ha semplificato la materia.

In Italia la legge non è uguale per tutti

Purtroppo, solo sulla carta, come sempre succede in questo sgangherato Paese.
Cosa ha stabilito la Suprema Corte? Che è illegittima la norma che impone l’attribuzione automatica ed esclusiva del cognome paterno al figlio.

Ergo: i due genitori possono di comune accordo attribuire il doppio cognome.
Lucia ed io abbiamo così concluso che bastasse presentarsi all’ufficio Anagrafe per far annotare la modifica (unico modo di non fa estinguere il cognome di mia moglie).
Sbagliato!

Come si legge nella “circolare del Dipartimento per gli affari interni e territoriali ai prefetti”, peraltro diramata 6 mesi dopo, “le novità in esame trovano applicazione per gli atti di nascita che si formano dal giorno successivo alla pubblicazione della citata sentenza, avvenuta il 28 dicembre 2016”.

E per quelli che si formano anche solo pochi giorni prima?
La procedura rimane la precedente in vigore, ovvero deve essere presentata domanda motivata, con tanto di marca da bollo, al Prefetto, che può accoglierla oppure no.
Ma come?

E l’uguaglianza di fronte alla legge (articolo 3 della Costituzione)?
Perché mio figlio, nato il 30 maggio 2016 per avere anche il cognome della mamma deve attendere l’imprimatur prefettizio, e un bimbo nato il 30 dicembre 2016 invece no?

Pazienza: ci siamo messi l’anima in pace, abbiamo fatto come sancito e ora speriamo in un responso favorevole.

La vicenda tuttavia cementa in me una radicata convinzione: l’Italia è una Repubblica democratica fondata, per l’appunto, su figli e figliastri.

Col che, il 2020 è terminato esattamente com’era iniziato.
Ma alla fine non abbiamo voluto dargliela vinta, anche perché stanchi della litania sull'”annata maledetta”.

E nonostante l’abbondanza di scogli in cui ci siamo imbattuti, siamo riusciti ad arrivare non scoglio…ti all’inizio del 2021.
Che auguriamo sia di salute, serenità e prosperità per tutti voi.

  • da La Verità