Meno tasse e più lavoro. Magari, spese dello Stato aumentano. E le imposte pure

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 9 Aprile 2015 11:34 | Ultimo aggiornamento: 9 Aprile 2015 11:35
Meno tasse e più lavoro. Magari, spese dello Stato aumentano. E le imposte pure

Meno tasse e più lavoro. Magari, spese dello Stato aumentano. E le imposte pure (foto Lapresse)

ROMA – Giuseppe Turani ha pubblicato su Uomini & Business un articolo intitolato “Meno tasse e più lavoro. Magari“. La teoria di Turani è che gli slogan del governo Renzi difficilmente si potranno conciliare con la realtà economica del Paese. Specie perché, sottolinea Turani, le spese dello Stato stanno aumentando. BlitzQuotidiano vi propone l’articolo integrale:

Meno tasse e più lavoro. Questo lo slogan del governo per il 2015. E va detto che mai programma è stato riassunto così bene e con così poche parole. Che poi sia credibile è un’altra questione. Molto più complicata. Se si vuole si può partire dalle meno tasse. Come tutti sanno, si tratta di una promessa costante, immancabile nei programmi di ogni governo. Ma si tratta anche della promessa meno mantenuta degli ultimi decenni.

E non a caso. La spiegazione, purtroppo, è molto semplice. Le spese dello Stato aumentano, come quelle di ogni famiglia, in modo “naturale”: costa di più pagare gli stipendi, riscaldare gli uffici, pulirli, ecc. Solo che a casa propria ognuno cerca di inventarsi qualcosa per tenere insieme i conti. Nella pubblica amministrazione, invece, non accade la stessa cosa e le spese corrono libere (tanto paga lo Stato). Inoltre, la pubblica amministrazione ha la tendenza naturale a espandere le proprie attività e le proprie competenze. Nei momenti di crisi, poi, un po’ tutti i vari soggetti (dai sindaci ai governatori delle Regioni) ritengono loro dovere aumentare le spese per interventi di tipo sociale.

Il risultato di tutto ciò è che, se non esiste un controllo ferreo, le spese dilagano. Anche perché l’Italia è costruita in un modo abbastanza strano. Le imposte sono raccolte, principalmente, da un soggetto centrale (lo Stato) mentre le spese sono realizzate da centinaia di soggetti periferici (comuni, province, regioni). In sostanza, mentre in qualsiasi famiglia chi procura il reddito è anche colui (o colei) che decide le spese (in base a quello che ha nel portafoglio), nella pubblica amministrazione chi spende non ha l’onere di procurarsi i fondi necessari. E anche questo contribuisce a far salire le spese (nonostante il patto di stabilità che vieterebbe agli enti locali di spendere troppo, vedi disastro siciliano).

E se le spese salgono, alla fine devono salire anche le imposte. Questa è la storia degli ultimi decenni in Italia. Decenni nei quali le imposte sono solo salite, mai scese. Renzi promette di fare il contrario, bisogna augurargli di riuscirci, anche se l’impresa appare quasi impossibile.

Più lavorio è l’altra metà dello slogan di questa stagione politica. Ma ormai tutti hanno capito una cosa elementare: se vuoi più lavoro per i tuoi cittadini, devi avere più crescita complessiva (solo qualche sprovveduto parla di “decrescita felice”, senza capire che siamo in decrescita da sette anni e che in giro di felice non c’è proprio nessuno).

Per tornare al lavoro sono le stesse previsioni ufficiali che indicano, per il 2015, una crescita del Pil dello 0,7 per cento. E con questa crescita l’occupazione rimane com’è, con addirittura qualche probabilità di diminuire. Alle imprese non serve assumere gente per fare solo meno dell’1 per cento di “cose” che hanno fatto nel 2014: a loro bastano un po’ di straordinari da parte delle maestranze che hanno già sotto i capannoni. E infatti sono gli stessi ambienti governativi a dire che anche nel 2015 avremo una disoccupazione superiore al 12 per cento.

Va detto, per non essere troppo imparziali, che questo della bassa crescita (grosso modo poco sopra lo 0 per cento), è il dramma storico dell’Italia. Il paese non cresce perché è ingessato e soffocato da migliaia di regolamenti e da una burocrazia elefantiaca e assurda. In una battuta, si potrebbe dire che l’Italia avrà qualche speranza in più di crescere, quando si vedrà meno gente negli uffici pubblici e quando molti regolamenti saranno mandati al macero e sostituiti da poche regole, ma chiare.

Fino a allora la crescita sarà modesta e la disoccupazione rimarrà inchiodata sopra il 12 per cento. La più alta in Europa.