Caso Stefano Cucchi. Il dilemma del giudice: può voler piacere al pubblico?

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 7 novembre 2014 14:04 | Ultimo aggiornamento: 7 novembre 2014 14:05
Caso Cucchi. Il dilemma del giudice: può voler piacere al pubblico?

Caso Cucchi. Il dilemma del giudice: può voler piacere al pubblico?

ROMA – Caso Cucchi. Il dilemma del giudice: può voler piacere al pubblico? Da quando sono giudice “emerito” ( dal latino “emerere”, terminare senza infamia il proprio servizio ), mi capita spesso di chiedermi – sull’onda di casi come quello del povero Stefano Cucchi – se i giudici debbano piacere al pubblico e, soprattutto, se possano voler piacere al pubblico.

Quando ero ‘in servizio’ non mi ponevo la duplice domanda: non ne avevo il tempo e soprattutto mi pareva oziosa. Oggi, relativamente fuori dell’ordine giudiziario, posso provare a rispondere. E – come per ogni domanda fondamentale – la risposta non può che essere a due facce.

Piacere al pubblico? Certamente no, se questo ‘piacere’ deve risolversi in un ‘compiacere’, o anche solo in un generico essere benvoluti. Il giudice, mi viene da dire, ha da essere sempre un po’ scorbutico. Però, penso subito dopo, deve pur esserci una corrispondenza – se non di ‘amorosi sensi’ – almeno di rispetto, prudente ammirazione, simpatia, compassione. Ogni ‘piacersi’ è fatto di questi sentimenti.

Eppure, sempre più di frequente, essi sembrano assenti da quello che si chiama l’immaginario collettivo , dominato piuttosto dalla diffidenza, da un senso crescente di timore e da quella che una volta si chiamava ‘incomunicabilità’. Lo stesso dibattito sulla responsabilità dei giudici testimonia di questo vuoto di comunicazione e simpatia che si è creato negli anni tra la gente e i giudici.

E loro, i giudici, devono o possono ‘voler piacere’ al pubblico? Certamente no, anche in questo caso, se per ‘piacere’ si intende il voler ‘compiacere’. Ma, ecco anche qua il dilemma inevitabile: sforzandosi di non ‘compiacere’ la pubblica opinione ( come ogni giudice coscienzioso deve saper fare ), si corrono dei rischi non trascurabili. Il primo rischio, o la prima tentazione, è quella di eludere il dilemma stesso.

E poiché nel nostro sistema il giudice ha l’obbligo di decidere i casi che gli vengono sottoposti, egli può preferire soluzioni in qualche modo intermedie o interlocutorie, non così nette come il termine stesso ( ancora il latino.’de-caedere’, tagliare il nodo gordiano della lite).

L’insufficienza di prove, sopravvissuta di fatto alla riforma del processo penale, è un indizio quasi sempre sicuro di una scelta di questo tipo. Ma c’è l’altro rischio, forse più grave, consistente nel rifugiarsi nella tecnica giuridica, nel farsene per così dire scudo, infischiandosene di quello che dirà la gente.

Al tepore così confortevole della simpatia pubblica, il giudice preferisce allora l’aria condizionata del proprio sapere specialistico, per così dire ‘si anestetizza’ rispetto al comune sentire, giustificando in questo modo, e avvalorando ancora di più, la scarsa simpatia e la diffidenza che il pubblico nutre nei confronti di quella che viene avvertita come l’ennesima ‘casta’.

Il passo successivo, pressoché inevitabile, consiste nel finire per concepirsi, anche dai parte dei giudici, come una casta o una corporazione perennemente sotto assedio. Non c’è dibattito, talk-show, inchiesta giornalistica capace di dare una soluzione al duplice dilemma, e alla questione centrale: come e in quali termini si possa provare a ricucire il rapporto tra i giudici e quel popolo, nel cui nome essi amministrano la giustizia .