Coronavirus, “prendere le distanze” ci isolerà anche quando la gabbia sarà aperta?

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 7 Aprile 2020 11:14 | Ultimo aggiornamento: 7 Aprile 2020 11:14
Coronavirus Italia, "prendere le distanze" ci isolerà anche quando la gabbia sarà aperta?

Coronavirus, “prendere le distanze” ci isolerà anche quando la gabbia sarà aperta? (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – Siamo invitati in modo ossessivo – di questi tempi – a ‘prendere le distanze’ dal nostro ‘prossimo’.

Evidente contraddizione: tener lontano chi ci è vicino , negando o rin-negando implicitamente il senso di quella vicinanza, oppure dando ad essa un significato affatto diverso. E spersonalizzante. Anche il prossimo, dunque, si tenga alla dovuta distanza da noi.

‘Separati ma uniti’ è uno slogan , o un ossimoro efficace che nasconde però la rinunzia a ogni rapporto propriamente umano, in senso fisico e spaziale, ma anche psicologico e sociale:  soprattutto quando questo inedito ‘stare uniti’ avviene , sempre più, tra persone ‘mascherate’, vale a dire tendenzialmente non riconoscibili, se non in base a circostanze esterne e formali ( il camice verde, l’uniforme militare, la pettorina della protezione civile ).

Soprattutto – si deve aggiungere – se questo inedito restare uniti è mediato e reso possibile dalla tecnologia informatica, che si incarica di tenerci ‘collegati’ ( stay connected ) imponendosi sempre più prepotentemente come il principale se non unico mezzo (medium,alla Mc Luhan ) di contatto  paradossalmente ‘impersonale’ tra le persone.

Ogni forma di comunicazione è condizionata  e determinata potentemente dal mezzo di cui si ci serve, o al quale si è asserviti, per fini comunicativi sempre meno personali, si tratti della parola detta, della stampa, delle immagini, della musica. Il contatto diretto  – soprattutto quello fisico , vis à vis – è stato sempre indispensabile per una comunicazione veramente ‘umana’.

Siamo dunque obbligati a tenere la distanza di ‘almeno un metro’ dalle persone che incontriamo per strada, nei pochi negozi ancora aperti, negli ospedali: amici  conoscenti o parenti, o anche solo ‘altri esseri umani’ con i quali avremmo scambiato un sia pur fuggevole segno di riconoscimento : verbale , gestuale o comportamentale . 

Persino l’innocuo, umile carrello della spesa diventa, nei supermercati, non un mezzo per trasportare senza fatica le merci che acquistiamo, ma uno strumento che ‘crea distanza’ fisicamente, proprio come l’automobile crea distanza e separazione tra gli automobilisti che – separati l’uno dall’altro –  sono uniti solo dalle esigenze e dalle regole del traffico, cioè da qualcosa di esterno a loro, più potente di loro, ciascuno isolato nella sua scatola di latta dai vetri  ben alzati, protetto dall’aria condizionata.

Non ‘raccontiamo’ più agli altri quello che ci succede o ci passa per la mente. Inviamo foto  o brevi filmati di quello che mangiamo, usiamo gli odiosi ‘emoticon’ , comunichiamo e lavoriamo via ‘skype’, ridotti a fantasmi deformati. Oggi per un’emergenza, la cui durata imprevedibile rischia di trasformarsi in abitudine; domani per una regola condivisa che non ci sarà nemmeno bisogno di imporre.

Diffido delle distinzioni tra materiale e immateriale, fisico e psichico, corpo e anima. Mi sembrano sempre più artifici convenzionali, retorici, utili ,certamente, ma a patto  di non credervi troppo.

L’ordine di tenere fisicamente  la distanza di almeno un metro dal mio prossimo non è diverso dall’ordine di tenerlo a distanza anche mentalmente, di diffidarne per principio, di respingere per timore del contagio la mano che mi viene  tesa, di rifiutarmi a qualsiasi  scambio comunicativo diretto tra umani, anche il più occasionale e casuale.

Lo stesso bacio è a rischio di estinzione. L’uomo solitario a passeggio diventa subito sospetto: lo si segnala alla polizia, o – peggio – alla Rete. Essere ‘vicini’ è solo un modo per dire che si è distanti ma si cerca di limitare le conseguenze di questa distanza, di questa nuova solitudine,o di fingere che non ci sia.

Si canta, ma da un balcone all’altro, ci si grida di lontano la propria solitudine.

Anche l’aiuto reciproco è aiuto a distanza; persino chi si cura di noi è tenuto a mantenere le distanze attraverso tute, maschere, guanti, che ne fanno entità tecniche, impersonali, la cui umanità fatica a raggiungerci, se non attraverso uno sguardo, uno sfiorarsi attraverso barriere impenetrabili, così simili a quelle che in  un carcere, si impongono al colloquio tra il detenuto e  i suoi cari.

Rinchiusi nella peggiore delle prigioni, quella che siamo indotti a costruirci da noi stessi, faticheremo a uscirne anche quando le porte della gabbia saranno finalmente spalancate.