Costituzione da cambiare? Lo sono lo spirito consociativo e la società italiana

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 12 settembre 2014 14:20 | Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2014 14:20
Costituzione da cambiare? Lo sono lo spirito consociativo e la società italianaCostituzione da cambiare? Lo sono lo spirito consociativo e la società italiana

I giudici della Corte costituzionale decidono se una legge viola la Costituzione o risponde ai suoi criteri

La ‘questione costituzionale’ si è ridotta, nel nostro Paese, al conflitto – forse reale, più probabilmente solo di facciata – tra chi la Costituzione la vorrebbe intoccabile nella sua ‘bellezza’ assoluta, e chi si propone invece di riformarla (in realtà di modificarla radicalmente in senso materiale).

Il conflitto parrebbe riecheggiare quello instauratosi negli Stati Uniti, a parti invertite, tra gli ‘originalisti’ conservatori (che leggono alla lettera  il documento fondativo della Repubblica) e i ‘ rinnovatori’ (che vorrebbero leggervi anche quello che i Padri costituenti, a Filadelfia, non potevano avervi scritto).

Ma il paragone è solo apparente. Il contrasto americano si fonda, quale che sia l’asprezza del conflitto, su un comune ‘patriottiottismo costituzionale’ da noi affatto ignoto. Soprattutto si fonda sul riconoscimento – condiviso – del fatto che un potere costituente deve per sua natura considerarsi esaurito nel momento in cui si traduce in una ‘Carta’ solenne e fondativa. Non si dà un potere costituente ulteriore, generato – per così dire – da quello originario.

Una Costituzione è pensata per restare immutata anche nel rinnovamento (della società, della cultura, dei costumi). Questo paradosso è necessario e immanente. La Costituzione, per durare oltre se stessa, per oltrepassarsi, deve avere un carattere intrinsecamente innovativo e progressivo (non ‘progressista’) che la metta al riparo da interventi manipolativi diretti.

Per questa ragione deve essere animata da un dinamismo che la renda continuamente polemica e addirittura scandalosa: polemica nei confronti del passato ( il fascismo, il vecchio regime  liberal-piemontese), nei confronti del presente ( la società italiana traghettata nel dopoguerra ) e anche nei confronti del futuro, come lo immaginavano le forze politiche che si misuravano sulla scena costituente.

Loro, i Costituenti, non ci hanno lasciato in eredità soltanto un documento bellissimo, ma statico: ci hanno lasciato la loro passione per la discussione polemica intorno all’esistente e a una società che ancora attende – da allora – di venire attuata. Non è la Costituzione a doverlo essere, ma la società italiana.

La discussione pubblica è la linfa della democrazia. Non c’è mai fine al discorso costituzionale: questo processo non è affidato solo all’interpretazione dei giuristi, ma anche – soprattutto – al formarsi di una cultura politica diffusa  della Costituzione, aperta alla discussione, alla polemica, allo scandalo.

Una Costituzione, in questo senso, è un documento politico che assume forma giuridica.

Ma, per rendersi finalmente pubblico, ogni discorso sulla Costituzione deve ripercorrerne la storia nel senso di provare a raccontarla ex novo, da capo, e non ripetere il mantra dei vecchi miti e delle vecchie narrazioni o recitazioni rituali.La forma storica di quel discorso dev’essere tutta problematica ed ex post.

Ogni generazione deve costruire il proprio racconto costituzionale, la propria ‘retorica’ della Carta fondamentale, che occorre interrogare sempre da capo, senza avere la rpetesa di conoscerne in anticipo le risposte. In questo senso la Costituzione può essere paragonata a una sfinge benevola – a volte ironica – che ci dice chi siamo e dove andiamo, ma – anche – chi non siamo e non vogliamo essere.

Cosa mostra questa storia ‘mobile’? Essenzialmente il carattere fallace e ideologico delle storie precedenti. Queste storie  hanno preteso di ‘rifondare’ il Paese attraverso una serie di ‘rotture epocali’ col passato

Così, la Costituzione repubblicana sarebbe stata la prima a garantire ai cittadini la partecipazione politica, la prima a instaurare un autentico regime parlamentare, la prima costituzione garantista  in senso moderno.

Nessuna di queste affermazioni è del tutto falsa: falso ne è il postulato, e cioè che quel documento abbia di per sé segnato una rottura istituzionale col passato. Quale  è oggi il livello di partecipazione pubblica alla vita politica? Quale la forza del Parlamento? Quale il livello di legalità non solo formale?

I documenti giuridici non sono di per se stessi innovatori: quella della funzione innovatrice del diritto è in fondo una illusione.

Il diritto viene sempre ‘dopo’ e nemmeno la Costituzione ha un potere taumaturgico di fronte a rappresentazioni consolatorie il cui scopo è quello di legittimare il permanere al potere di un ceto politico sostanzialmente avulso dal Paese.

Queste rappresentazioni hanno il solo scopo di mascherare la realtà materiale che i nuovo riformatori avrebbero semplicemente l’intenzione di trasfondere  nel documento formale senza passare attraverso il lavoro di una nuova Costituente.

Sono due gli aspetti principali che dovrebbero essere investiti da una salutare opera di smascheramento: quello relativo al rapporto tra Parlamento e Governo e quello relativo al rapporto tra cittadini e partiti.

È proprio su questi due aspetti che si incentra oggi la pretesa ‘riforma’ della Costituzione, con l’obiettivo – tuttavia –  di perpetuare,  formalizzandoli, l’inganno o il travisamento della Costituzione.

Al centro di questa operazione sono la trasformazione del capo del Governo da leader a mediatore (di questa trasformazione il  Renzi rottamatore  non è la negazione ma solo una nuova versione ) e il venire meno del ruolo del Parlamento come centro di formazione e propulsione di una cultura politica democratica.

Il Parlamento, ereditato dopo la ‘parentesi’ fascista, si forma sotto la tutela di un comitato di partiti e la Costituzione è un ‘miracolo’ prodotto dalla coltura politica dei costituenti, animati, si direbbe, da un comune  ‘patriottismo ’ in cerca della sua Costituzione.

Essa nasce, quindi, all’insegna di un paradosso: si trattava infatti di disinnescare i suoi contenuti più scandalosi, i rischi connessi a una applicazione rigorosa della ‘rule of law’ e del principio della separazione dei poteri, che avrebbero reso impossibile la gestione ‘partitica’ della nuova democrazia della concertazione.

Con questo paradosso si spiega la difficoltà ‘genetica’ di governo e opposizione nello svolgere i propri ruoli rispettivi: una opposizione spesso conservatrice e una maggioranza  che manifesta la tendenza a fare  opposizione dall’interno della macchina governativa.

Così si spiega anche la drammatica ostilità –  che si ripropone oggi con la cosiddetta ‘riforma della giustizia’ – nei confronti di un controllo di legalità da parte della magistratura, che si vorrebbe ricondurre alla vecchia dimensione ‘funzionariale’.

Così si spiega l’utilizzazione del mito della sovranità popolare letto come un tentativo di delegittimare il parlamento a favore di una chiara, se non esplicita , deriva populista.

È la vecchia malattia dello Stato liberale, la mancanza di responsabilità politica, che ha fatto il suo ingresso nel ‘nuovo’ sistema costituzionale italiano, ad onta della Carta Costituzionale e della sua matrice progressiva e dinamica.

Lo stesso carattere fondativo del lavoro si perde in questa dimensione che, ideologica e insieme materiale, si ostina a escludere i cittadini-lavoratori dalla partecipazione  democratica alla gestione della cosa pubblica. Il solidarismo dossettiano non si è saldato effettivamente alla natura ‘lavoristica’ della nostra Costituzione.

Il problema della disoccupazione – a ben vedere – non è solo di natura economica, ma investe la sottrazione di larghe fasce di cittadini alla partecipazione allo sviluppo costituzionale del Paese (oltre che al proprio sviluppo come ‘persone’), quale solo il fatto di lavorare è in grado di garantire.

Da questo derivano l’opacità del rapporto tra cittadini  e potere politico-istituzionale, il prevalere delle questioni ‘ideali’ su quelle organizzative, l’esoterismo della politica mascherato da professionalità.

Il Parlamento non è più il ‘grande educatore politico’ ma l’interpretazione che i partiti (e le rispettive oligarchie) danno della ‘volontà popolare’ mitizzata in funzione delle vecchie e mai sopite esigenze consociative.

La storia negativa del permanere del passato nel presente costituisce la vera questione costituzionale, oggi, e spiega il perché del mancato formarsi di un vero patriottismo costituzionale che – altro necessario paradosso – garantirebbe allo stesso tempo l’unità politica del Paese e la realizzazione di un autentico federalismo.