Dimissioni, i politici non ne vogliono sapere. Accountability? Nemmeno

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 16 gennaio 2014 12:23 | Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2014 12:24
Dimissioni, i politici non ne vogliono sapere. Accountability? Nemmeno

Nunzia De Girolamo non vuol dimettersi da ministro. Angelino Alfano la difende (foto Lapresse)

ROMA – Devo confessare la mia confusione di fronte al modo in cui il ceto politico italiano sembra ormai abituato a interpretare il termine ‘dimissioni’.

“Le dimissioni non si danno ma si minacciano”.

“ Sono pronto/a a dare le dimissioni, se mi verrà chiesto”.

“Dimissioni? No, piuttosto’messa a disposizione dell’incarico’!”

Nel senso comune – che sempre più si distacca dal senso ‘politico’ – le dimissioni si collegano a una responsabilità pubblica cui si è venuti meno in forma diretta o indiretta ( quella che i giuristi chiamano ‘culpa in vigilando’).

Per quanto sufficientemente chiaro, il concetto si presta , nella nostra bella lingua,a un equivoco, quella tra responsabilità morale e accountability, che nella più ruvida lingua inglese sta a indicare la disponibilità a lasciare che le proprie azioni od omissioni vengano giudicate dal pubblico e ad accettare di risponderne nei modi appropriati in caso di errori , negligenze o altri comportamenti di particolare gravità ,anche se non penalmente rilevanti.

A questa misteriosa ma incombente accountability sembra far riferimento chi sommessamente ( e rischiando il taglio del dito ) additi alla politica i soggetti che potrebbero incorrere nelle sue conseguenze , difficilmente evitabili di fronte al vero e proprio marasma contabile e morale che sembra investire il funzionamento – tra le altre – della nostra regione.

Marasma contabile, certamente, ma anche morale nel senso di quell’etica pubblica di cui il personale politico di quell’Ente sembra dare ai cittadini il peggiore esempio possibile.

Non basta , per chi di quel personale fa parte, unirsi al coro della generale riprovazione, o trarre vanto ( ?) dal fatto di non essere tra quanti sono stati già raggiunti dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria o –peggio ( ma più candidamente) – avanzare dubbi sulla opportunità e legittimità delle misure cautelari .

Purtroppo – e a questo punto le due dimensioni della responsabilità tornano a congiungersi – il senso comune della moralità non sembra corrispondere alla pratica comune della moralità , della ‘nostra’ di ordinari cittadini e della ‘loro’, i felici appartenenti alla ormai , anche se ingiustamente, famigerata ‘casta’ dei politici.

Se ‘loro’ non si sentono colpevoli –e non traggono da questo sentimento le dovute conseguenze – è perché ( ‘anche perché’, per dirla con l’ineffabile Razzi-Crozza) troppi tra’noi’ non si sentirebbero tali, trovandosi nelle stesse condizioni , e troppi di ‘noi ‘ non hanno esitato a trarre piccoli o grandi vantaggi da quella condivisa insensibilità all’ accountability, l’astruso termine inglese che non a caso non trova equivalente nella nostra bella lingua.

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