Epstein, Gardini, Sindona…i suicidi eccellenti sono anche una sconfitta della giustizia

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 14 Agosto 2019 12:39 | Ultimo aggiornamento: 14 Agosto 2019 12:39
Epstein, Gardini, Sindona...perché i suicidi eccellenti sono anche una sconfitta della giustizia

Jeffrey Epstein in una foto Ansa

ROMA – La morte di Jeffrey Epstein nel carcere federale di Manhattan richiama alla mente altri suicidi commessi in carcere da personaggi ‘eccellenti’. Gli esempi italiani , purtroppo, non mancano: da Gabriele Cagliari a Raul Gardini a Sergio Moroni, a Michele Sindona.

Quella che si avvia a essere una tragica casistica ( tale per le vittime, i loro cari, la stessa macchina della giustizia ) ci costringe a porre la domanda: quando, e perché , un – presunto – colpevole si uccide in carcere o nella prospettiva del carcere? Quali sono le ragioni, le paure, i sentimenti che inducono a uccidersi persone che hanno raggiunto – per strade diverse – l’apice della ricchezza, del potere, del successo?

Se, da un lato, è necessario rispettare il percorso che ogni protagonista ha seguito nel giungere alla disperata decisione, è altrettanto necessario per noi interrogarci sulle motivazioni di quei gesti estremi: protesta di chi si considera innocente ( e, ricordiamo, tutti sono non colpevoli per la legge, sino alla condanna definitiva); confessione della propria responsabilità e orgogliosa anticipazione della pena, sottratta alla giustizia degli uomini; vergogna per la caduta subitanea da una posizione di potere a una condizione che, innocente o meno, umilia un uomo esponendolo al disprezzo di chi prima lo ammirava e adulava; orrore e paura per la prospettiva della condizione carceraria; gesto drammatico e teatrale di una preda che – attraverso la morte – vuol beffare il suo cacciatore; esasperazione e stanchezza, infine, per una lotta di cui non si riesce a vedere la fine né a intuire gli esiti.

Quale che sia la risposta possibile, un significato è certo: quella decisione rappresenta la sconfitta – se non la responsabilità – della giustizia e dei suoi apparati inquisitori. L’uomo ( il presunto colpevole, perché tale diventa spesso il ‘presunto non colpevole’ della nostra Costituzione) è stato lasciato solo, abbandonato da quanti prima ne cercavano i favori, , da un pubblico che si è affrettato a gettarlo giù dal piedistallo su cui lo aveva collocato, da molti tra gli amici e quanti gli dovevano affetto, riconoscenza, benevolenza.

Al presunto colpevole , paradossale figura della nostra giustizia – resta solo l’assistenza – non la compagnia – dei suoi legali. Il presunto colpevole non è più così sicuro della propria innocenza. Ci rimugina sopra, cerca di convincersene, crea capri espiatori che lo sollevino dal peso insostenibile di una colpa che sta impossessandosi di lui. Poco a poco si trasforma – intimamente – nel primo accusatore e giudice di se stesso. Ecco: è forse questa la ragione principale e comune dei tragici gesti di chi sceglie di uccidersi in carcere e nella prospettiva del carcere: l’insostenibilità della colpa che – lo si voglia oppure no – si fa strada lenta, inesorabile, nella nostra coscienza.

La consapevolezza di essere comunque colpevoli, indipendentemente da quanto burocraticamente enunciato dal capo di imputazione. Nessun difensore, nessun consigliere , nessuno psicologo può aiutarlo a far fronte al senso di colpa. E’ un paradosso che il solo a poter mitigare l’assalto della colpa è colui che è chiamato a farla valere: l’accusatore. Solo la pietà dell’accusatore, forse la sua capacità di provare simpatia e compassione per l’accusato,può alleggerire quel peso insostenibile che lo spinge alla violenza estrema.