Genova: la tormentata collina di Erzelli, fra “hi-tech” e falsa modernità

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 26 luglio 2012 13:49 | Ultimo aggiornamento: 26 luglio 2012 20:05
La collina di Erzelli

La collina di Erzelli

GENOVA – Chi arrivava a Genova proveniente dal Ponente veniva accolto, sino a qualche anno fa, dall’allegra e colorata geometria dei container di Aldo Spinelli, impilati sulla collina di Erzelli, in magnifica posizione sul mar Ligure. Ma Genova non sembra amare troppo il colore e oggi chi percorre l’autostrada si trova davanti le sagome grigie di un paio di edifici anonimi, del tipo usa e getta.

Cosa è successo nel frattempo? La questione della collina di Erzelli e della sua trasformazione in quello che è stato definiti di volta in volta “polo tecnologico”,”campus”,”villaggio hi tech” è stata, più che proposta, inflitta alla città come una questione fondamentale per la sua ripresa e il recupero di una identità smarrita. Sino a oggi l’unico ad aver tratto vantaggi non irrilevanti dall’operazione è stato il terminalista Aldo Spinelli, lautamente compensato per avere abbandonato la collina. Che poi così prestigiosa al momento non appare a chi cerca di arrampicarsi sui tornanti – ora dipinti a colori vivaci – che faticosamente ne raggiungono la cima, dove fervono i lavori per la realizzazione del nuovo complesso edilizio. Un progetto ambizioso, che all’origine si fregiava del prestigioso nome di Renzo Piano, il quale peraltro si indusse a sfilarsene quando i volumi destinati a insediamenti residenziali vennero inaspettatamente aumentati a scapito di quelli destinati a insediamenti “hi-tech” e universitari.

Proprio l’Università – e la facoltà di ingegneria, il cui trasferimento sulla collina di Erzelli costituiva un punto “forte” del progetto – sono ora al centro di una infuocata polemica che, come spesso accade in Italia, minaccia di sfociare in una lite giudiziaria dall’esito incerto e dalla durata più che certa. Il genovese ignaro, cui il tema viene proposto da anni come una questione di vita o di morte della città, non ne conosce evidentemente i termini effettivi, ma solo le ricadute sui “media” locali. Quel genovese, pensoso dei destini della sua città, è chiamato oggi a valutare il significato della decisione – assunta all’unanimità dal Senato Accademico e dal c.d.a. dell’Università – di togliere la propria adesione e di fatto la propria partecipazione a un progetto che l’aveva annoverata tra i protagonisti.

Quello stesso cittadino non può evitare di sentirsi imbarazzato di fronte al coro di condanne pronunziate nei confronti dell’Università , provenienti non solo dai principali promotori del “villaggio hi-tech” (comprensibilmente irritati, a dir poco, per il venir meno di un partner così prestigioso sotto il profilo scientifico), ma anche da esponenti di spicco degli industriali genovesi, della politica, delle istituzioni, delle rappresentanze sindacali, della stessa stampa locale che ha assunto nell’occasione inusuali toni di critica.

L’ateneo genovese viene tacciato di insensibilità, paura di affrontare scelte coraggiose, egoismo proprio della “casta” accademica. Quasi nessuno sembra voler prendere in considerazione le ragioni – serie e gravi – poste a fondamento della decisione di ritirarsi. Da un lato, non si sfugge al sospetto che si voglia fare dell’Università il capro espiatorio per una situazione di crisi riconducibile a ragioni e motivi ben diversi: si tratti di insufficienze originarie del progetto (economiche, finanziarie, tecniche, logistiche), o di ricadute su di esso della ben più vasta e devastante crisi che sta attraversando l’economia mondiale.

Proprio a fronte di queste ultime vicende, non pare irragionevole la prudenza di cui – sia pure, in ipotesi, tardivamente – stanno dando prova le autorità accademiche genovesi. Se alcuni anni fa la prospettiva del trasferimento appariva, oltre che ambiziosa, anche possibile, oggi non può negarsi che l’ambizione rischi di accecare chi deve assumersi la responsabilità di oneri finanziari particolarmente pesanti e impegnativi a lungo termine. Il rischio non è solo quello di non potervi far fronte con le risorse pubbliche, ma anche – soprattutto – quello di dover tagliare strutture, servizi, istituti indispensabili al mantenimento di livelli accettabili per una istituzione universitaria “di eccellenza”.

Se si riflette poi sul ruolo avuto dall’Università nel tormentato iter del progetto Erzelli, è difficile negare – nella prospettiva dei promotori e protagonisti – che la sua partnership dovesse assolvere a due funzioni. La prima funzione era di natura squisitamente promozionale. È evidente che un progetto dai connotati marcatamente scientifici e “hi-tech” non poteva fare a meno della presenza di un soggetto prestigioso quale una facoltà di ingegneria. Si può dire senza tema di smentita che l’Università di Genova, con la sua sola adesione, ha dato un decisivo contributo al procedere del piano “Erzelli”.

La seconda funzione – non è irragionevole sospettare – era quella di precostituire, sul piano economico, una via di accesso privilegiato a fondi pubblici e, comunque, una sperimentata via di uscita rispetto a non imprevedibili situazioni di difficoltà del progetto. Il nostro Paese, si sa, è maestro nell’applicare il principio per cui si tende a privatizzare i profitti e a “nazionalizzare” le perdite. Visto in questa duplice prospettiva, lo “sfilamento” dell’Università non appare irragionevole né arbitrario. Il progetto risale ad almeno una decina d’anni fa e i suoi mutamenti (anche nella compagine dei promotori–partecipanti) devono essere raffrontati al naturale, spesso precipitoso evolvere di molteplici elementi, oggettivi come soggettivi.

Quella che a una certa amministrazione accademica poteva apparire una scelta ambiziosa ma praticabile, oggi – mutati gli amministratori e soprattutto mutato verso il peggio il quadro dell’economia nazionale e internazionale – non può non giustificare perplessità e raccomandare estrema prudenza nell’esporre finanziariamente l’università. Stupisce che all’attenta considerazione di questi persuasivi argomenti si sia preferita l’adozione “umorale” di una linea di contrapposizione e addirittura di minaccia nei confronti di una istituzione di cui tutti siamo chiamati a rispettare e salvaguardare l’autonomia. Non è con le azioni giudiziarie di risarcimento danni che si riuscirà ad aprire uno spiraglio di ragionevolezza capace di riportare una relativa serenità sulla tormentata collina di Erzelli, che si spera possa presto tornare a salutare chi arriva a Genova con un’immagine di operosa e non fittizia modernità.