Genova “isola felice”: non per assenza di corruzione ma impunità dei corrotti

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 10 Maggio 2014 - 13:04 OLTRE 6 MESI FA
Corruzione. Genova "isola felice": il potere fa schermo alle inchieste

Genova. Un’isola felice non per assenza di corruzione ma difesa dei corrotti

Ancora una volta Genova viene presa in contropiede nella lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per la ‘ndrangheta facente capo a Genova si procede ad Alessandria e Torino , mentre a Genova viene messa in discussione l’esistenza stessa di una organizzazione locale.

Il Procuratore nazionale antimafia deve venire di persona a Genova, dove “ è inutile negarlo, – dice il magistrato Franco Roberti – esiste una realtà di criminalità organizzata di origine calabrese”.

Sono però le procure di Reggio Calabria e di Milano a indagare sui rapporti intrattenuti dal Presidente del consiglio regionale Rosario Monteleone (dimessosi solo in seguito all’inchiesta ‘spese pazze’) con elementi vicini alle organizzazioni criminali calabresi.

È la Procura di Savona a indagare l’ex presidente di CARIGE, Giovanni Berneschi, per concorso in bancarotta fraudolenta, e sono le procure di Milano e Roma a indagare lo stesso Berneschi per la vicenda della ‘scalata’ alla BNL.

La Procura di Pistoia scopre l’interessamento di Marylin Fusco, vice-presidente della Regione Liguria, per fare ottenere a un imprenditore toscano l’appalto per la ricostruzione di un ponte sul fiume Magra.

E c’è voluta ancora una volta la Procura di Milano per arrestare l’ineffabile Francesco Belsito, genovese, già sottosegretario di Stato con delega alla semplificazione normativa nel governo Berlusconi IV, tesoriere della Lega Nord e vice presidente di Fincantieri, sotto le imputazioni di appropriazione indebita, riciclaggio, truffa e false fatturazioni.

Anche i recentissimi arresti di Claudio Scajola e Luigi ‘Gigi’ Grillo sono avvenuti, infine, nell’ambito di inchieste svolte – rispettivamente – dalle procure di Reggio Calabria e Milano.

Che considerazioni trarre da questa rapida rassegna? Non che magistrati e polizia genovesi siano rimasti inattivi: tutt’altro. La cronaca locale sta a dimostrarlo. Sembra tuttavia – a un osservatore disincantato – che sia la città stessa a opporre una specie di opaca inerzia rispetto a operazioni chirurgiche capaci di incidere a fondo sul corpo malato dei poteri locali, sulle loro complicità, sul fitto scambio di favori che, al di là delle contrapposizioni di facciata, si svolge sotto la ‘cupola’ genovese.

Si diceva anni fa ( i procuratori generali lo ripetevano con malcelata soddisfazione nell’ inaugurare l’anno giudiziario ) che la Liguria e Genova in particolare costituivano ‘isole felici’ in un mare di malgoverno, corruzione, criminalità imperante.

Nessuno aveva voluto imparare dalla vicenda di Alberto Teardo (che pure aanticipava le inchieste milanesi di ‘Mani Pulite’).

Era molto più facile e ‘pagante’ attenersi alla vulgata che vedeva Genova come luogo dove le BR erano nate ed erano state messe a tacere nella notte di via Fracchia. I fatti hanno dimostrato ampiamente che così non era. Che tra poteri locali , criminalità mafiosa e criminalità dei ‘colletti bianchi’ le collusioni, gli scambi di favori, l’assegnazione di posizioni di vertice ad ogni livello erano ben radicati.

Genova isola felice? Certo, ma non nel senso in cui la definivano tale i procuratori generali nei loro discorsi inaugurali. Non perché i fenomeni criminali non vi allignassero e prosperassero. Isola felice perché vi si godeva di una vasta impunità, protetti non dall’inerzia di magistrati e polizia, ma dalla rassegnazione, dall’indifferenza, dalla passiva accettazione di una realtà che si è sempre creduta invincibile, della quale molti hanno finito, più o meno consapevolmente, per farsi complici.

Il potere – anche quello illegale – si fonda sulla disponibilità della gente comune a riconoscerlo e a sottostarvi, eventualmente traendone vantaggio. Questo è tanto più vero per i piccoli o grandi ‘potenti locali’, almeno sino a quando riescano a ‘vendere’ ai loro clienti un’immagine credibile della loro capacità di procurare favori, benefici economici, posizioni prestigiose e ben retribuite. Ma il potere è sostanza essenzialmente volatile, altamente infiammabile. Basta accendere un fiammifero per rivelarne – allo stesso tempo – la pericolosità e l’inconsistenza. Ma chi, alla fine, vuole accendere quel fiammifero?