Ilva, giudici e politici: senza dialogo, un vicolo cieco

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 13 agosto 2012 15:21 | Ultimo aggiornamento: 13 agosto 2012 16:27

L’impasse in cui si trovano Governo, forze politiche e la stessa magistratura a proposito delle acciaierie ILVA di Taranto, ha una causa non secondaria nella mancanza – ormai storica – di un vero dialogo tra potere esecutivo ( la politica in genere) e potere giudiziario (i giudici in genere). Il conflitto senza quartiere scatenatosi tra Berlusconi e i giudici ha solo acuito e drammatizzato questo vuoto, fornendo – se mai – un alibi a una realtà istituzionale ben più risalente . La stessa sinistra, quando si è trovata a dover governare, non ha resistito al riflesso condizionato che induce chi esercita il potere a vedere nei giudici e nella loro indipendenza un avversario, a volte un complice, piuttosto che un alleato.

La separazione dei poteri è stata interpretata, nel nostro Paese, come divisione netta, terra di nessuno nella quale prevalgono la sopraffazione o la complicità. I giudici sono accusati di voler prevaricare o di porre ostacoli formali alla realizzazione delle linee guida politiche adottate dal Governo. Il Parlamento a sua volta esorta i giudici a non volersi trasformare, loro i non eletti dal popolo, negli autentici legislatori.

L’incapacità della politica e della giustizia di instaurare tra loro un dialogo che non si traduca – all’esterno – in uno scontro senza possibilità di mediazioni, e – all’interno – in inammissibili scambi di favori, ha una causa precisa. Sin dalla nascita della Repubblica, non si è voluto mai riconoscere il ruolo specificamente ‘politico’ assunto dal potere giudiziario, non solo in Italia, ma nella maggior parte dei paesi occidentali. Questo fenomeno è una delle caratteristiche delle moderne democrazie. Da noi, per molteplici ragioni, si ha paura di riconoscere ai giudici questo ruolo e si preferirebbe relegarli nella vecchia configurazione burocratica e gerarchica che nei faceva dei funzionari, sottoposti alle direttive del Governo.

I giudici, da parte loro, nel cercare di opporsi a questa operazione ‘restauratrice’ , scelgono troppo spesso di opporsi al potere, con le armi temibili che sono loro proprie, ma pur sempre nella logica di quel potere, che non appartiene loro e che essi non possono attribuirsi senza una delega popolare.

Alexis de Toqueville, nel suo ‘La Democrazia in America’ osservava come non vi fosse in quel paese una questione politica che non passasse prima o poi attraverso una decisione della Corte Suprema. Eppure, nel loro ruolo ‘politico’ (limitato pur sempre alla decisione di un singolo caso), i giudici americani hanno sempre saputo mantenersi sulla strada indicata loro dalla Costituzione, ‘resistendo’ al Governo (con Roosevelt, ai tempi del New Deal) ma sapendo anche cedere nell’interesse generale. Anche recentemente, una Corte il cui presidente era stato nominato da Bush , ha saputo votare – presidente compreso – in favore della legge di Obama che estendeva il servizio sanitario a milioni di americani che non ne godevano in precedenza.

Cosa significa tutto questo, riferito alla realtà italiana ? Significa che sarebbe necessario riconoscere, rovesciando il celebre detto di Toqueville, che da noi non c’è oggi decisione giudiziaria, anche la più banale, che non implichi una scelta ‘politica’. Prendere atto di questa realtà significa – da un lato – consentire ai giudici di esercitare le loro funzioni non tanto nell’astratto e formale rispetto della legge, quanto in quello – sostanziale – del dettato Costituzionale e del rapporto fisiologico con gli altri poteri dello Stato. Questo ‘nuovo’ potere implica, in cambio, una disposizione alla responsabilità, che non sembra essere troppo popolare tra i nostri giudici.

Che questa strada sia praticabile è dimostrato dal fatto, giustamente segnalato da qualche editorialista, che una situazione analoga, quella dell‘ILVA di Cornigliano, a Genova, si è potuta risolvere senza spargimenti di sangue né perdite di posti di lavoro grazie all’ accordo di programma, tuttora in vigore, intervenuto tra Comune,Provincia, Regione, Sindacati, Autorità portuale e azienda. Quell’accordo ha permesso di ottenere a Genova un buon equilibrio tra la tutela della salute di lavoratori e cittadini e il soddisfacimento delle esigenze dell’occupazione. La magistratura genovese non ha evidentemente (né poteva farlo) preso parte a quell’accordo, ma lo ha reso possibile, pur tenendosi, responsabilmente, nei limiti della propria funzione.E’ stata quella magistratura, infatti, a imporre allo stabilimento un fermo davvero ‘chirurgico’, per le modalità e per i tempi, che non solo non ha impedito ma ha addirittura favorito l’incontro e l’accordo tra le forze e i soggetti direttamente coinvolti, tradottosi nell’accordo di programma.

Ci si chiede perchè questo esempio non trovi seguito. La risposta è nell’incapacità della magistratura di rinnovarsi in senso politico-istituzionale e nell’incapacità che le corrisponde da parte della politica ‘politicante’ di riconoscere la necessità di quel rinnovamento, da cui teme di essere limitata o messa sotto tutela.

 

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