Magistratura e politica, la lezione del caso Palamara-Lotti

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 15 Giugno 2019 14:30 | Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2019 14:34
Magistratura e politica, la lezione del caso Palamara-Lotti

Magistratura e politica, la lezione del caso Palamara-Lotti

ROMA – Bisogna pur dirlo: il discredito creato intorno alla magistratura dal caso Palamara e dai suoi foschi contorni non corrisponde se non in misura minima (anche se importante) all’effettivo funzionamento “sul campo” dell’istituzione giudiziaria, sia dal punto di vista etico che da quello strettamente professionale. Bisogna dire che il 99% per cento dei magistrati compie ogni giorno il proprio dovere, fedele al giuramento prestato alla Repubblica e alla Costituzione.

Proprio quel 99% è la principale vittima della crisi che investe l’organo di autogoverno. Questa crisi – ormai risalente e lasciata svilupparsi in modo irresponsabile, sino a mettere in pericolo lo stesso impianto costituzionale della nostra magistratura – non tocca, o si limita a sfiorare, i livelli “bassi” o “medi” di una carriera in gran parte basata su criteri di automaticità. Giudici o sostituti procuratori, si diventa magistrati di Cassazione anche senza muoversi per tutta la vita dalla propria sede di provincia o dai suoi immediati dintorni. Quasi mai il lavoro quotidiano dei giudici è intralciato da interessi o preoccupazioni “di carriera”. Dove il rapporto tra potere politico e magistratura raggiunge un punto critico e spesso incontrollato è – come mostra il caso Palamara – nelle nomine agli incarichi cosiddetti “direttivi”, a quelli di procura in particolar modo, non a caso al centro delle attuali inchieste giudiziarie e disciplinari.

Fenomeno non necessariamente negativo, quello del rapporto politica-magistratura, anche se esposto a pericolose degenerazioni. Non solo in Italia ma nel mondo intero è andato crescendo il peso “politico” delle decisioni giudiziarie e, di conseguenza, il potere di quegli organi di vertice che ne governano gli orientamenti. Tutti, cittadini compresi, ne siamo consapevoli, si tratti di decidere sulla condizione dei migranti, sulla possibilità di interrompere una gravidanza, di porre fine a un’esistenza divenuta insopportabile, di risolvere una controversia di lavoro.

L’idea della separazione dei poteri, centrale in ogni autentica democrazia, rimane pienamente valida, purché non la si interpreti come limite invalicabile e assoluto: un ennesimo muro tra i molti che si costruiscono nel mondo. E’ sempre più necessario che politica e magistratura imparino a dialogare e comunicare, senza cercare di prevaricarsi, come troppo spesso è accaduto e rischia di accadere ancora. Se per anni la politica si è sentita “messa sotto schiaffo” da una magistratura ritenuta onnipotente, non per questo deve oggi predicarsi una occupazione da parte della politica dell’area riservata a una funzione la cui indipendenza e autonomia deve continuare a considerarsi inviolabile e, detto laicamente, sacra. Mai come in passato sembra oggi necessario instaurare, tra potere politico e ordine giudiziario un dialogo che forse non c’è mai stato, o si è svolto in funzione di tentativi reciproci di controllo, condizionamento, complicità.

E’ questa, forse, la sola prospettiva positiva della vicenda Palamara: quella di un leale e responsabile recupero dei valori costituzionali, per una vera e propria “grammatica costituzionale” che col tempo sembra essersi corrotta nel brutale gergo degli interessi personali.