Sallusti nel paese delle “palle”

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 28 settembre 2012 19:21 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2012 19:21

Nell’accomiatarsi dai lettori del ‘Giornale’ prima di avviarsi, novello Pellico, sull’improbabile via delle patrie galere, Alessandro Sallusti ha affermato che “…in Italia, più che gli euro, mancano le palle” ( nel senso di attributi), con riferimento, presumo, a chi avrebbe dovuto togliergli le castagne dal fuoco e non lo ha fatto.

Sallusti ha torto: nel nostro paese abbondano le palle ( nel senso di bugie): proprio il giornale da lui diretto si è segnalato nel produrne e propalarne tra le più grosse.Una palla colossale era quella costruita da Dreyfus-Farina (ogni paese ha i Dreyfus che si merita: noi, ahimè, abbiamo i Farina) con l’articolo che ha suscitato il giusto risentimento del magistrato, accusato nientemeno che di avere spinto una ragazzina ad abortire e per questo giudicato meritevole della pena di morte.

Ma, quello che più colpisce, è che nel nostro paese le palle (nel senso di bugie) generano altre palle, con un curioso, inarrestabile effetto ‘valanga’.

È una palla che Sallusti sia stato condannato, innocente, in base a una forma di responsabilità ‘oggettiva’. Dal 1958 ( legge 127, che modificò il reato originario, introducendo l’attuale art.57 del Codice Penale) è pacifico che la responsabilità del direttore del giornale sia una rresponsabilità ‘per fatto proprio’ di natura omissiva, per non avere cioè vigilato sulla pubblicazione di notizie e articoli suscettibili di costituire reato. Sallusti non è stato condannato per il puro e semplice fatto di rivestire il ruolo di direttore, ma per una colpa propria, consistita nell’aver consentito la pubblicazione di un articolo diffamatorio e per di più in forma anonima. Delle due l’una: o Sallusti non è riuscito a dimostrare di aver fatto il possibile per evitare la pubblicazione dell’articolo, o i giudici hanno ritenuto provato che egli abbia positivamente consentito e resa possibile quella pubblicazione.

È una palla, inoltre, che la previsione della pena detentiva costituisca un unicum tra i sistemi penali del mondo occidentale. E’ vero, al contrario, che sono più di cinquanta i paesi al mondo che considerano la diffamazione come un reato, né sembra che la condizione di giornalista valga di per sé a giustificare questo reato. Solo recentemente e con riferimento a un caso specifico è stato ritenuto che la previsione della pena detentiva possa violare i diritti civili e politici .

Vero è, piuttosto, che non è indispensabile prevedere la carcerazione come unico rimedio alla diffamazione a mezzo della stampa, proprio per un giusto contemperamento tra interessi: quello alla tutela della propria immagine e quello al libero esercizio del diritto di informare ed esprimere la propria opinione. Nel caso di Dreyfus-Farina c’è tuttavia da chiedersi da quale parte debba pendere la bilancia e se meriti tutela il fatto di diffondere intenzionalmente attraverso la stampa notizie grossolanamente false e diffamatorie.

Un’altra palla è quella di chi cerca oggi di utilizzare il ‘caso’, costruito in modo artificioso, sollecitando la grazia presidenziale per Sallusti e introducendo per l’occasione il tema ricorrente, ma impopolare, della grazia e dell’indulto come mezzo improprio per svuotare (temporaneamente) le carceri. Non è la prima volta che ciò accade, sotto diversi governi e diverse coalizioni.

Nell’incapacità di porre mano a un’autentica riforma del sistema carcerario (che a sua volta imporrebbe di ripensare da capo la stessa funzione della pena detentiva), chi ci governa non sa fare altro che ricorrere al periodico svuotamento delle carceri, consapevole del fatto che il problema tornerà a presentarsi, identico se non più grave, dopo un paio di anni, o meno.

Farina, infine, è la personalizzazione stessa della palla auto-svelantesi. Non sono d’accordo con Mentana. Farina non è un ‘infame’ (termine che uso malvolentieri per la sua manifesta derivazione mafiosa) ma un impudente e soprattutto uno sprovveduto. La sua tardiva ‘confessione’ e le goffe ‘umili scuse’ rivolte dalla sede istituzionale della Camera al giudice diffamato, solo dopo che la condanna di Sallusti è diventata definitiva non ottiene il risultato di ‘liberare’ Sallusti ( l’art 57 del Codice Penale ‘fa salva’ infatti la responsabilità dell’autore, che non assorbe quella del direttore, per le ragioni che si sono dette). Né Farina può pensare di farsi ‘coprire’ – nella sede penale e in quella civile – dalla condanna di Sallusti. La sua responsabilità, civile e penale, ‘concorre’ infatti con quella del direttore che ha consentito la commissione del reato. Da domani, il giudice offeso – non accontentandosi delle ‘umili scuse’ di Farina – potrà rivolgersi al Dreyfus auto-smascheratosi e confesso, per chiedergli il risarcimento del danno subito in conseguenza dell’articolo.

Che dire, infine, di un ministro della giustizia e di un governo che, sollecitati da fatti così grotteschi, si affrettano ad annunciare una ‘riforma’ della legislazione penale in tema di responsabilità dei direttori di giornale, della quale sino a ieri nessuno aveva sentito la necessità.

Resta da dire che al cittadino medio pare eccessiva la pena inflitta al povero Sallusti, anche se – ne siamo certi – il direttore del ‘Giornale’ non sconterà neppure un giorno di carcere effettivo, a meno che da questo avvenimento l’interessato e i suoi sodali non immaginino di poter trarre qualche non improbabile vantaggio mediatico e – di conseguenza – politico. Anche noi siamo tra i sostenitori di quel ‘diritto penale minimo’ che considera il carcere solo come l’ultima ratio cui fare ricorso solo quanto altri mezzi, più civili e insieme più incisivi, non esercitano una concreta funzione dissuasiva .

 

 

 

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