“Travisamento”, corteo in casco: Minority Report perde, vince la repressione

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 4 Giugno 2013 6:41 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2013 8:36
Milano, manifestazione contro sgombero centri sociali

Un manifestazione contro sgombero centri sociali (LaPresse)

GENOVA – I giornali annunciano che la magistratura genovese ha impresso una ‘stretta’ giudiziaria nei confronti di quanti ( ‘anarchici’ , studenti, appartenenti ai ‘collettivi’ e ai ‘centri sociali’ ) partecipino o abbiano partecipato o abbiano intenzione di partecipare a manifestazioni o disordini di piazza . Il reato contestato più frequentemente è quello di ‘travisamento’ ( articolo 5 legge 152/75), in cui incorre chi , nelle manifestazioni pubbliche, usa caschi protettivi o mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona.

E’ curioso osservare, a questo proposito, che – mentre si vorrebbero i partecipanti privi di caschi protettivi e immediatamente riconoscibili – a essere protetti da caschi e impressionanti bardature protettive, e soprattutto a non essere identificabili ( tanto da lasciare senza esito i rari procedimenti a carico di agenti resisi responsabili di aggressioni o violenze ingiustificate ) sono i poliziotti e i carabinieri preposti all’ordine pubblico in occasione delle manifestazioni di piazza.

La nuova ‘politica’ giudiziaria scelta della Procura e del Tribunale genovesi – pur essendo fondata su motivi che appaiono lodevoli e istituzionalmente ineccepibili – suscita tuttavia non poche preoccupazioni.

In primo luogo per l’estrema severità delle pene che presso quel tribunale si è cominciato a infliggere ai responsabili, pene che variano tra i 9 e i 14 mesi e che sembrano manifestamente sproporzionate sia rispetto alla modesta rilevanza dei fatti cui si riferiscono sia con riferimento ai soggetti coinvolti: studenti e appartenenti ai centri sociali, oltre ai soliti sospetti per antonomasia, gli anarchici.

Ma, soprattutto, inquieta la prospettiva del moltiplicarsi di questi processi e di queste condanne. Pare siano in corso a Genova almeno una decina di indagini e relativi procedimenti, destinati a sfociare nella condanna al carcere di soggetti responsabili, principalmente, di aver preso parte a cortei o manifestazioni di protesta col casco o col viso in tutto o in parte coperto.

E’ appena il caso di sottolineare come questa prospettiva valga a rendere in sé pericolosa (non solo per l’incolumità fisica ma anche in termini giudiziari) la partecipazione a forme di protesta ‘pubblica’ del tutto legittime sino a quando non trascendano in forme organizzate e premeditate di violenza.

Né ci si può nascondere l’effetto dissuasivo di una gestione meramente giudiziaria degli eccessi che si verificano in quelle occasioni ( da una parte come dall’altra ) . Chi volesse prendere parte a un corteo o a una manifestazione , dovrà sempre mettere in conto di trovarsi nell’alternativa: o offrirsi inerme e indifeso alle ‘cariche’ improvvise delle forze dell’ordine, o – munendosi di casco e altri ‘travisamenti’ ( peraltro non bene precisati: in cosa consiste un travisamento? Un berrettino, una sciarpa, una maschera di carnevale?) – esporsi alla puntuale e severa condanna da parte di un tribunale.

La nostra giustizia, spesso così distratta, sembra essere diventata a Genova particolarmente attenta e solerte nei confronti del minaccioso reato di ‘travisamento’. Grazie a una ‘corsia preferenziale’, i tempi dei processi, fatto più unico che raro nel nostro Paese, si sono in questo caso più che dimezzati.

Non solo: facendo propri i mezzi offerti dalla tecnologia informatica e incrociando i dati raccolti dalle forze dell’ordine nel corso delle varie manifestazioni , è ora possibile disporre di ‘profili’ (una volta si chiamava ‘schedatura’) puntuali e aggiornati di quanti con maggior frequenza prendono parte a manifestazioni suscettibili di turbare l’ordine pubblico. Come nel film di Spieberg ‘Minority Report’, sarà possibile individuare i soggetti nei cui confronti sia prevedibile la commissione di reati connessi alle manifestazioni di piazza , in qualche modo ‘anticipandone’ la segnalazione e la probabile denunzia alla autorità giudiziaria.

Un’ultima notazione: il ricorso a una linea giudiziaria ‘dura’ per reprimere il fenomeno della partecipazione a cortei e iniziative pubbliche di protesta, sta a indicare una scelta di politica dell’ordine pubblico che, rinunciando alla prevenzione e alla gestione anticipata delle potenziali situazioni di disordine, sembra essersi ripiegata direttamente sul momento repressivo- punitivo e sugli spazzi di larghissima discrezionalità che esso consente agli organi di polizia.