Né soldi né forza di Stato, spada privata regna. Bobbio: “Pessimismo, un dovere”

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 31 luglio 2012 14:24 | Ultimo aggiornamento: 31 luglio 2012 14:24

ROMA – Alla fine non è successo nulla di tragico e, come sempre, nulla di drammatico succederà, ad eterno scorno e smentita di tutte le moraliste Cassandre. Oppure è già tutto successo e alla tragedia sociale e al dramma storico siamo già assuefatti, anzi adattati, come suini nella fanghiglia. Qual è la verità, effettuale ed empirica, e qual è la percezione del contemporaneo riguardo ai tempi che vive e le due entità, verità e percezione, fino a che punto possono coincidere o altrimenti divergere? C’è un limite, un punto, un segnale che possa sciogliere il dubbio. E, se esiste questo segnale-punto-limite a chi è visibile e a chi è ascoso? La questione, ben più grande di ogni personale vissuto, mi viene casalingamente riproposta da una coincidenza alquanto patetica alla narrazione ma assolutamente genuina nel divenire: il mio nipotino di quattro anni, giocando con i libri in libreria, fingendo, mimando una lettura lascia cadere dalle pagine aperte di un anonimo libro un foglio ingiallito. Sta lì quel foglio da 35 anni, devo avercelo messo io 35 anni fa. E’ una pagina ritagliata del quotidiano La Stampa del 15 maggio 1977, una domenica. Ritaglio di un testo che ha questo titolo: “Il dovere di essere pessimisti”. E questa firma: Norberto Bobbio.

“Parlando con la gente mi accade spesso di sentir formulare due giudizi o previsioni sul nostro immediato futuro diametralmente opposti…” E Bobbio enumera il primo: “Impossibile che la società italiana possa continuare in questa…disgregazione senza che giunga alla fine l’attuale ordine democratico e il paese precipiti o in uno stato endemico di guerra civile o in una nuova forma di despotismo”. Il secondo: “Impossibile che una società così progredita economicamente e civilmente possa degenerare sino al punto…”. E’ il dilemma del contemporaneo che sta, vive la storia ma quasi mai è in grado di riconoscerla, per il contemporaneo di veramente grave e definitivo non succede mai nulla, anche quando gli succede intorno lui è “dentro” e non “fuori” a guardarlo succedere. Quindi corre sempre il rischio della suggestione della omologia storica e quello simmetrico della sottovalutazione degli accadimenti nella sua quotidianeità.

Prosegue Bobbio: “Paradossalmente questi giudizi pur opposti non si escludono a vicenda. Ciascuno di noi pronuncia or l’uno ora l’altro secondo gli umori, le notizie di giornata, le persone che incontra…”.  Però, “interrogando la storia, mi pare impossibile che la fine della prima Repubblica italiana possa essere evitata”. Bobbio scriveva nel 1977, la prima Repubblica italiana morirà in una lunga agonia tra il 1992 e il 1994, quindici anni prima ragione e storia, se interrogate, dicevano a Bobbio quale sarebbe stato l’esito. E la seconda Repubblica italiana e i conati di terza Repubblica, insomma noi, che fine farà? Che ci dicono ragione e storia?

Continuiamo con i, testo di Bobbio: “Chiunque abbia una certa familiarità con la storia della formazione dello Stato moderno…”. Nel 1977 voleva dire chiunque si occupi della cosa pubblica, nel 2012 la stessa frase coincide con praticamente nessuno lo sa. Comunque Bobbio ripropone il noto e l’ovvio: lo Stato è tale se ha “potere coattivo e monopolio della forza fisica”, se ha “potere giurisdizionale, cioè non tanto di fare le leggi quanto quello di applicarle”, se ha “potere di imporre tributi”. Se non c’è questo, non c’è Stato. “Tutte le altre funzioni che lo Stato moderno si è venuto attribuendo, da quella scolastica a quella assistenziale, caratterizzano non lo Stato in quanto tale, ma certi tipi di Stato…potrebbero venir meno senza che venga meno lo Stato”. E viceversa: se lo Stato non ha denari, se non risolve “conflitti là dove sorgono nuovi diritti e doveri”, se “non può valersi della forza per risolverli, sia pure in ultima istanza”, allora lo Stato decade, rovina, cessa.

“Le tre funzioni minime dello Stato moderno…il nostro apparato statale le svolge male, malissimo, tutte e tre. I politologi americani chiamano il potere di imporre tributi bizzarramente capacità estrattiva, se si deve giudicare dalla sua capacità estrattiva il nostro Stato dovrebbe essere classificato tra i peggiori. Il potere coattivo: crescono ogni giorno intorno a noi l’intensità, la spietatezza e l’efficacia della forza illegittima, la spada privata…Quanto al potere giurisdizionale…”. E qui Bobbio che scrive nel 1977 cita il blocco riuscito di un processo da parte dei terroristi che hanno minacciato avvocati e testimoni. La conclusione di Bobbio è: “Il pessimismo oggi è un dovere civile, anche a  costo di essere urtante dico che l’uomo di ragione nella drammatica situazione in cui versa il nostro paese ha il dovere di essere pessimista”.

Era il 1977, la pagina è ingiallita. E ora, come sta lo Stato italiano quanto a potere di applicare le leggi, potere di usare la forza, potere di avere denaro? Soldi lo Stato non ne ha, ha finito quelli con cui da decenni compra il consenso elettorale e sociale e questo la società italiana tutta non glielo perdona, la situazione è rovesciata: non uno Stato che detiene al forza del denaro ma una società che sventola in faccia allo Stato cambiali emesse e scaduto, cambiali che la società ritiene siano un diritto naturale, o almeno acquisito, o almeno a vita. Potere di applicare le leggi? Non c’è una sola decisione dello Stato che non sia “impugnata” e bloccata: da una Regione, da un Comune, da una Provincia, da un sindacato, da un comitato, da un privato…Le leggi si emanano ma non si applicano. La forza, l’uso della forza? Ad Ostia, mare di Roma, è stato deciso il parcheggio a pagamento. E quelli che vanno al mare con l’auto hanno deciso che non vale, non pagano. Un gestore di stabilimento ha anche divelto il cartello che annuncia il dovere di pagare. Non succederà nulla a lui come nulla succede a chi sfida, per ogni nobile e ignobile motivo la ormai teorica forza dello Stato. Lo Stato non la esercita più, ne ha perso da tempo il monopolio. Oppure quel monopolio glielo abbiamo tolto, scegliete voi. Sta di fatto che la seconda Repubblica italiana e il conato di terza Repubblica che cova non hanno un soldo, non sanno come “estrarlo” dopo aver patteggiato con la società che la miniera era chiusa per sempre a priva di tanto in tanto per scena. Non sono in grado di applicare le leggi perché tutte le istituzioni e i corpi intermedi interpretano il loro ruolo non come “contrappeso” per far procedere equilibrata la ruota, ma come “ganascia” perché nulla si muova e nulla del conquistato si tocchi. E senza monopolio dell’uso della forza, forza che anzi è esercitata sempre più e per ogni dove dalla “spada privata”.

2012 e seguenti: uno Stato senza soldi che non usa la forza e non applica le sue leggi. In fondo non è successo niente e niente alla fine succederà o è già tutto successo?