Pdl s’inventa il 28,6%. Ma il buco a destra sarà riempito alle politiche

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 9 Maggio 2012 12:44 | Ultimo aggiornamento: 9 Maggio 2012 12:44

ROMA – A via dell’Umiltà danno i numeri, il Pdl si attribuisce il 28,6 per cento dei voti nelle elezioni del 6 e 7 maggio. Lunedì sera Angelino Alfano aveva ammesso la sconfitta, martedì sera ci hanno ripensato e hanno proclamato, con scarsa umiltà, una invisibile mezza vittoria: il 28,6 per cento addirittura. Poiché questa percentuale non c’è, non si trova e neanche si intravede sotto le liste elettorali firmate Pdl cosa ha fatto il partito di Alfano, Berlusconi, Cicchitto, Gasparri? Si è annesso i voti di un bel po’ di liste civiche orientate più o meno a destra e i voti di liste di partiti piccolissimi, tipo Pionati,  che dalle parti della destra orbitano. A via dell’Umiltà danno i numeri, per fervida immaginazione e palpabile disperazione.

Però quel buco, quel vuoto di voti a destra non resterà tale, sarà riempito in qualche modo alle prossime elezioni politiche. Per le ragioni, anzi le abitudini elettorali, che giustamente ricorda Luca Ricolfi su La Stampa. Scrive di “Sberleffo e Castigo”, anzi più l’uo che l’altro come sono soliti fare gli elettori. Ricorda che alle amministrative le liste di protesta vanno sempre meglio, che alle politiche molti dei convinti dell’astensione poi vanno comunque a votare per “non far vincere gli altri”. Conclude: il più abbandonato dagli elettori è il Pdl, il campo più deserto e disertato è quello dell’elettorato di destra: “alle prossime elezioni potrà anche esserci un terremoto ma se ci sarà difficilmente sarà la continuazione delle scosse di questi giorni”. Insomma il vuoto a destra verrà riempito, da cosa non si sa.

Ricolfi si ferma a ricordare ciò che è sempre successo, ciò che sempre succede. Antonio Polito sul Corriere della Sera va più a fondo. “Si è aperto un enorme cratere al centro del sistema politico italiano…”. Era già successo, succede ogni volta che il sistema politico va in crisi. Polito ricorda la Destra Nazionale di Almirante che nel 1972 raggiunse l’8,7 % dei voti, il boom della Lega venti anni dopo: 8,6 per cento, la lista Bonino all’8,5 dopo il crollo dell’Ulivo nel ’99. E ora il quasi 10 per cento di Cinque Stelle. Aggiunge però Polito che stavolta non è solo crisi del sistema politico e di rappresentanza, stavolta è la peggior crisi storica del capitalismo e dell’economia dopo il 1929. Quindi “ci vorrebbe un De Gaulle, per fondare una Terza Repubblica; o un De Gasperi, per riunire i moderati; o un Clinton, per federare i riformisti. Beppe Grillo, lungi dall’esserne al soluzione, è anche l’ultimo dei nostri problemi”.

Ci vorrebbe…qualcosa o qualcuno di destra, forte e rispettabile. Magari non proprio De Gaulle ma tra lui e la Santanché…Ci vorrebbe…qualcosa o qualcuno di centro, moderato e riformatore. Magari non proprio De Gasperi, ma tra lui e…non viene in mente neanche il nome. Ci vorrebbe…qualcosa o qualcuno di riformista e di sinistra. Magari non proprio Clinton, ma tra lui e i Leoluca Orlando…Ci vorrebbe quel che non c’è e finora l’elettorato neanche chiede per tenere insieme le redini della italiana crisi del sistema politico e della occidentale crisi dell’economia, del debito, dell’occupazione, del welfare. Qualcosa di nuovo l’elettorato ha chiesto, nella forma del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, come ha detto qualcuno che non ricordo più, la migliore sentita sui grillini: ” la faccia pulita di quel che in altri paesi è estrema destra anti democratica o estrema sinistra anti sistema”. La faccia pulita e qua e là anche raziocinante, leader a parte. Eppure i Cinque Stelle già sono sulla sponda della “non politica schiava del debito”. Fino ad uscire dall’euro, salutare l’Europa, tornare alla lira? Sì, se necessario si spingono fin lì. Fino a dare i numeri quanto a guadagni e perdite per ogni singolo italiano se così dovesse andare a finire.

I numeri però non li danno solo al Pdl o in qualche intervista grillina. I numeri li danno alla Lega dove la lista, anzi le liste Tosi hanno preso il 40 e passa per cento e la lista della Lega il 10 circa. Tosi che Umberto Bossi aveva gentilmente e pubblicamente definito prima uno “stronzo” e poi un “raccoglitore di fascisti”. I numeri li danno i giornali, li diamo noi che parliamo di “Palermo, duello a sinistra”. Sinistra Leoluca Orlando prima democristiano, poi con Di Pietro e soprattutto sempre con se stesso, di sinistra Fabrizio Ferrandelli prima non si sa poi Idv, poi dall’Idv profugo oppure espulso?

I numeri li dà Mario Monti che dice “nessuna conseguenza” dal voto sul governo. Nessuna conseguenza? Un’ora dopo i risultati il Pdl gli ha chiesto di abbassare le tasse, il Pd di rinviare la firma  italiana al fiscal compact e di riaprire la spesa pubblica. I numeri li danni i sindacati, sentite questa, sentite Raffaele Bonanni, leader Cisl: “Il lavoro manca perché ci sono politiche sbagliate”. Bonanni è sicuro, certo, convinto di vivere in un mondo dove le “politiche giuste” creano posti di lavoro. Dipende insomma dalle leggi e dai finanziamenti pubblici se c’è lavoro o no. Con Boanni ne sono convinti decine di milioni di italiani. Peccato sia falso, drammaticamente falso, falso come Babbo Natale ma decine di milioni di bambini quando sono bambini a Babbo Natale ci credono. I numeri li danno Nichi Vendola ed Antonio Di Pietro quando li senti in tv parlare rispettivamente di “Godot” e di “Asino di Buridano”, così, tanto per spiegarsi con chiarezza e con chiarezza far capire sostanza i immagine della nuova auspicabile alleanza di governo con il Pd.

Ce n’è uno che non dà i numeri, è Pierferdinando Casini quando dice che ” i moderati sono in un cumulo di macerie”. Parla anche ovviamente di se stesso e della sua Udc e del Terzo Polo. E’ l’unico a non dare i numeri nel formicaio impazzito del dopo voto. La sua è una constatazione mesta, forse così mesta perché Casini una qualche idea ce l’ha su cosa potrà riempire quel vuoto elettorale, quel “cratere” che si è aperto a destra. Qualcosa che a Casini non piace e, anche se non s cosa sia, ne sente l’odore. Qualcosa che Bersani forse intuisce ma che la Bindi, Vendola, Di Pietro e i “non perdenti” delle elezioni di maggio neanche i immaginano.