Cercare i soldi dello Stato conviene più che lavorare

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 6 settembre 2012 13:54 | Ultimo aggiornamento: 6 settembre 2012 13:54

ROMA – “E’ noto che l’uomo non ama conoscere la verità, soprattutto se lo riguarda da vicino…”. Leggo questa frase che il biologo e genetista Edoardo Boncinelli riferisce all’idea che gli uomini, la gran parte degli uomini hanno dell’anima e cioè “nozione confuse, inverificabili che conducono al fiorire delle mitologie, passate e presenti”. Sempre meglio comunque che conoscere la verità e restare orfani inconsolabili della consolante idea che ci sia qualcosa di “altro” dentro di noi, che a noi sopravvive, che di noi è migliore perché appunto fatta di natura “altra” da noi stessi.

“Cercare i soldi dello Stato conviene più che lavorare…”. Ascolto questa altra frase alla radio è non è quella di un ascoltatore in assetto da protesta moralistica e telefonica, è invece il calcolo ponderato e indiscutibile di un economista. Sta dicendo a chi vuole ascoltare: “La spesa pubblica italiana supera il 50 per cento del Pil, cioè più della metà della ricchezza prodotta in un anno. Ciò vuol dire che più della metà del reddito circolante proviene dalla messa in giro di soldi dello Stato. Il che vuol dire, statisticamente, che in Italia hai più probabilità di avere reddito cercando di farti pagare, finanziare, sussidiare dallo Stato che con ogni altra forma di attività imprenditoriale, commerciale o professionale”. Non fa una piega, proprio così, matematica pura e anche matematica sociale. Però per capire, sapere davvero dove viviamo le due frasi vanno sommate: cercare i soldi dello Stato conviene più che lavorare e l’uomo non ama conoscere la verità, soprattutto se lo riguarda da vicino. Infatti la prima frase ci riguarda molto da vicino e non amiamo per niente conoscere che è la verità.

Al contrario, questo è un paese dove abbondano, ogni giorno spuntano e parlano pure in televisione gli “abbandonati”, i “lasciati soli” dallo Stato. Uno Stato che direttamente paga e finanzia più della metà del reddito nazionale come fa a “lasciar solo” qualcuno? E infatti di abbandonati dalla spesa pubblica in Italia non ce ne sono, ci sono figli e figliastri, chi è più assistito e chi meno, chi è addirittura coccolato e viziato, ma “lasciati soli” non ce n’è. Lo Stato paga direttamente circa tre milioni di suoi dipendenti che con quello che una volta si chiamava il “parastato” fanno circa quattro di milioni. Lavoratori che assolvono a pubblici ed essenziali servizi e quindi giustamente sono retribuiti per questo. Ma lo Stato paga loro anche il sovra costo dell’inefficienza, inamovibilità e resistenza ad ogni ristrutturazione dell’azienda Pubblica Amministrazione.

Lo Stato da decenni paga agli operatori del commercio ampi margini di evasione fiscale tollerata e comunque finanzia, molto e male, imprese artigiani e l’imprenditoria.  Lo Stato tiene in piedi aziende in perdita strutturale, quasi tutte quelle in house delle Regioni e Comuni. Ma anche privatissime aziende e stabilimenti sono sovvenzionati da lunga data. Lo Stato distribuisce incentivi ai nuovi businnes, l’ultima greppia è stata quella del fotovoltaico. Lo Stato, quando si tratta di soldi, è infinito e in ogni dove, ben lo sanno tutti quelli che prima di “intraprendere” qualunque cosa, da un corso di cucito ad un’autostrada, un primigenio compito si assegnano: trovare le relative risorse e contributi pubblici.

Lo Stato italiano tutto questo è stato. E fortemente si vuole che lo sia ancora. E’ genuino lo sgomento delle “parti sociali”, dei sindacati e di Confindustria, quando faccia a faccia con il governo, seduti allo stesso “tavolo”, questo non mette soldi appunto sul tavolo. A parlare con il governo si è sempre andati per sapere, trattare, combattere sul quanto e sul dove il governo metteva i soldi. Se il governo non mette soldi, che governo è, che ci sta a fare? Non sono solo le “parti sociali” a pensare che questa e non altra sia la funzione, la missione prima, la natura, la ragion d’essere di un governo e in fondo di tutta la politica. E’ la gente che pensa così, le categorie, i cittadini. E questo pensare non viene dal nulla, non è illusione o pretesa in aria campata. E’ consolidata esperienza, abitudine fondata, è quel che succede da decenni. Infatti e appunto la spesa pubblica paga il 50 e passa per cento del reddito prodotto da tutti gli italiani in un anno.

Spesa però che a un certo punto è diventata in buona parte spesa a debito, finanziata facendo debito, i famosi duemila miliardi di euro. Ed ora un intero paese abituato, allevato, educato ad andare dalla politica, dai suoi partiti e dai suoi governi a dire “Questo lo metti in conto, in conto alla spesa pubblica…”, ora si trova di fronte non tanto un governo quanto un mondo che risponde come mai rispondeva: “In conto, in conto a chi?”. Grandi sono lo stupore del paese, l’indignazione, la rabbia e la protesta per questa risposta insolente. Che convenga cercar soldi dello Stato più che lavorare non dura più, ma l’uomo non ama conoscere la verità, soprattutto se lo riguarda da vicino.