A Genova i dolori del Pd, storia antica e nome nuovo: Mario Monti

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 14 Febbraio 2012 14:43 | Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio 2012 14:43

ROMA – I dolori del Pd, ultimo quello di Genova, hanno una storia antica e un nome nuovo: Mario Monti. Storia antica è quella di un partito che non si “incolla” mai a se stesso, le molte “anime”, le troppe “famiglie”, l’obbligata retorica del “rinnovamento” spalmata posticcia sui nomi e sui volti di sempre. Storia ancora più antica e profonda è quella di un partito da molti anni, da molte carte e impegni congressuali, assolutamente “riformista” ma che subisce l’egemonia culturale non dei Vendola, dei Di Pietro e tanto meno dei Beppe Grillo che sono fuori del Pd, quanto quella dei “vendola, di pietro e grillo” con la minuscola che sono dentro il Pd, nella sua base elettorale. Dentro il Pd c’è almeno un elettore su quattro che pensa come Vendola, Di Pietro e Grillo anche se vota Bersani. E’ così da anche prima del Pd: in Italia c’è una robusta fascia di elettorato che “riformista” non è, più o meno tra il 15 e il 25 per cento del totale degli elettori a seconda delle stagioni politiche. In parte stava dentro e in parte stava fuori, dal Pci, dai Ds, dal Pd… E dentro questi partiti ha sempre costituito una sorta di “sindacato di blocco”. Cosa vuol dire oggi l’astratta definizione di “non riformista”? Vuol dire oggi a sinistra quelli che sopportano magari il governo Monti ma sono lontani e contrari a quel che il governo Monti fa. Pensioni, mercato del lavoro, tagli e controllo sulla spesa pubblica dei governi locali…

Ad ogni settimana di vita del governo Monti il “sindacato di blocco” ingrossa e prende voce. Nei sondaggi, l’ultimo quello del Tg de La7, dove il Pd cala di quasi un punto percentuale. Nella trattativa tra sindacati e governo sui nuovi contratti di lavoro. Più in generale nella critica montante e nell’insofferenza latente verso “l’Europa che c’è”. Lo si vede nella solidarietà “istintiva” da parte di molta sinistra, anche quella dell’informazione, verso la piazza greca. Lo si percepisce nel quasi slogan: “Sì a Monti ma non alla sua politica di destra”. Slogan di chi? Della Camusso segretario della Cgil, di Stefano Fassina, responsabile economico del Pd… Lo si tocca con mano anche nella vicenda delle primarie per il candidato sindaco di Genova: il vincitore Doria in campagna elettorale è rimasto quanto più lontano possibile da Monti e dal suo governo. Ed anche per questo ha vinto. Certo, non solo per questo.

Le primarie sono un meccanismo e una scelta che ovunque nel mondo favoriscono il candidato più vicino all’area più radicale, se non estrema, dello schieramento interessato dalle primarie. Succede negli Usa dove il candidato presidente ha sempre il doppio problema di soddisfare le sue “estreme” per vincere le primarie ma soddisfarle non troppo altrimenti perde la corsa alla Casa Bianca, difficile equilibrio. Succede dovunque si facciano primarie e chiunque le faccia perché l’elettorato più militante e mobilitato coincide appunto con l’area più radicale che è poi quella che corre in maggior percentuale a votare per le primarie. Nulla di drammatico: tra i loro infiniti pregi le primarie hanno anche questa caratteristica che va tenuta in conto. In Italia si aggiunge la singolarità di “primarie di coalizione”. Bene, ma chi ha deciso quale sia la “coalizione”? Se la coalizione è quasi obbligatoriamente Pd più Sel più Idv quale spazio e motivazione ha nelle primarie quel non teorico elettore potenziale del Pd che con Vendola e Di Pietro non vorrebbe allearsi? Problemi grossi, non insormontabili. Se il Pd…

Se il Pd non avesse la pessima abitudine a dividersi al suo interno, a Genova ma non solo a Genova con due candidati. Se il Pd non fosse il partito che offre il maggior sostegno a Monti negli stessi giorni in cui il suo leader Bersani assicura piena unità di intenti con il francese Hollande candidato socialista all’Eliseo. Unità di quale intento? Di smontare il “fiscal compact”, il patto di bilancio europeo sotto scritto non solo da Sarkozy e Merkel ma anche da Monti e da Draghi. Se, se… Ma stiamo ai numeri, numeri che dicono chiaro cosa succede a Genova ma non solo a Genova. Se oggi fai un sondaggio e chiedi all’elettorato di schierarsi per un sì al governo Monti e ai partiti che lo sostengono ottieni un cinquanta per cento di favorevoli e un venti per cento abbondante di no targati sinistra. Venti per cento, avvertoni i sondaggisti, suscettibile di crescere perché nella quota Pd di sì a Monti ci sono molti che quel sì se lo rimangerebbero all’ultimo minuto in presenza di una sinistra anti Monti da votare. Che c’entra Genova con le sue primarie  a sinistra? C’entra, perfettamente c’entra: 20 per cento circa di sinistra anti Monti, rinforzata dai voti persi dalle due candidate Pd l’un contro l’altra, rinforzata dalla possibilità, anzi opportunità di portate quei voti in libera uscita verso sinistra. Fa 25, quasi trenta per cento. Che diventa il 46 per cento raccolto da Doria alle primarie perché se alle primarie mancano diecimila votanti rispetto alle precedenti analoghe consultazioni la percentuale cresce di conseguenza.

E’ successo a Genova e non è proprio la stessa cosa successa a Milano con Pisapia, a Napoli con De Magistris, a Cagliari con Zedda. A Napoli e a Cagliari il candidato della destra era invotabile e buona parte dell’elettorato di destra ha lasciato perdere, non ce l’ha fatta. A Milano invotabile era il vecchio Pd. A Genova è continuata una storia antica, quella del Pd e dei suoi antenati che vivono di una teoria congressuale e di una pratica politica riformiste e governative innestate però su una narrazione interna antitetica: prima “rivoluzionaria” ai tempio del Pci, quando il Pci tutto faceva tranne che la rivoluzione ma la rivoluzione sempre si cantava in sezione. Poi la narrazione alternativa del “un altro mondo è possibile” mentre Pds, Ds e Pd cercavano e cercano di non far naufragare il mondo che c’è. Quindi il sostegno a Monti mentre la narrazione interna vuole che Monti sia allergico niente meno che all’equità. Storia antica di antichi dolori, con un nome nuovo che non è quello della Vincenzi perdente o di Doria vincente, ma quello di Monti governante.