Elezioni subito per accorciare…l’agonia, di Monti o dell’Italia?

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 23 luglio 2012 12:49 | Ultimo aggiornamento: 23 luglio 2012 12:50

ROMA – Ma sì, a novembre sarà un anno e un anno intero può bastare, anche troppo per un paese fondato sul nero, sul debito e sulla grande coalizione, davvero grande della spesa pubblica a piè di lista. Ma sì, a novembre si può votare, andare ad elezioni e farla finita con questa strana e anomala “cosa” di Monti e del suo governo. Tanto più che dal 10 agosto in poi entrambi saranno “cotti” e immobili come lo zampone nel piatto dopo essere stato bollito. Dal 10 agosto, da quando le Camere chiuderanno, approvati, se saranno approvati, il “Decreto Sviluppo” e la “Spending Review”, nessuno presterà più a Monti i voti in Parlamento per fare né danno né vantaggio al paese. Dal 10 agosto in poi Monti e il suo governo possono solo aspettare che il loro tempo scada. Fino a marzo di fatto un’agonia lunga nove mesi. Perché non accorciarla a novanta giorni e fare invece le elezioni a novembre? Ci si risparmiano sei mesi di agonia. Meglio darci un taglio, a che serve continuare? Neanche più a tamponare lo spread, oramai è sopra i 500 punti e se ne sbatte lo spread di Monti premier o no.

Un problemino però ci sarebbe ancora: non appena a settembre, e chissà come ci arriviamo a settembre, l’Italia annuncia al mondo che il governo cambia, che si vota a novembre…Non appena lo fa, lo spread che a 570 punti diede un calcio a Berlusconi premier e che a 520 segnala “l’esaurimento della forza propulsiva” di Monti premier, se ne va e vola a 600 e forse più. E segnala lui maledetto spread non l’incertezza su quel che farà il nuovo governo italiano democraticamente eletto, ma la quasi certezza, diciamo il fondato sospetto di sapere bene quel che farà quel governo che va nascere. Se governo “berlusconiano” o comunque di destra abbatterà l’Imu e mollerà la presa sull’evasione fiscale. Se governo “bersaniano” o comunque di centro sinistra, ammorbidirà la riforma delle pensioni, riscriverà quella sul lavoro, sfornerà una patrimoniale per rifornire gli Enti locali di soldi. Due ricette diverse ma che portano entrambe per differenti vie alla medesima piazza: alla fine del 2013 l’Italia non  rispetta il pareggio di bilancio e nessuno nel mondo ci presta un euro, pardon una lira. Per non dire di cosa farebbe un governo “grillino” e di come verrebbe accolto da chi i soldi in Italia dovrebbe metterceli. E allora come ovviare a questo “problemino” che si presenta se si vota a novembre e si pone fine all’agonia Monti?

Bill Emmott ha posto la questione su La Stampa: “Ognuno si faccia e risponda alla semplice domanda: Ma io presterei i miei soldi all’Italia? Rischierei i miei risparmi, i miei capitali e la mia pensione?”. Mario Calabresi che de La Stampa è direttore cerca quindi la soluzione al “problemino”: “Se ci fosse una unità di intenti da parte delle forze politiche…se i partiti dicessero chiaramente che si impegnano nella prossima legislatura a continuare nella direzione del rigore e del risanamento. Di fronte ad avventurismi, nostalgie per la lira, piani fantascientifici per il rilancio dell’economia basati su un aumento di spesa, ogni mossa sarebbe suicida. Ma se ci fosse una competizione leale aperta da un preambolo comune, una sorta di documento di impegno a tenere l’Italia nell’euro ed onorare gli impegni presi, allora questa strada…”. Calabresi parla delle elezioni a novembre: “suicidio”, ma “non se ci fosse…”. Cosa, il “preambolo” in cui Berlusconi e Bersani si impegnano per i prossimi cinque anni a rispettare il pareggio di bilancio, la progressiva spending rewiew, le liberalizzazioni non ancora fatte, la tassazione in una forma o nell’altra del patrimonio immobiliare, la fine della licenza di spesa per Regioni e Comuni? Questo “preambolo” Berlusconi e Bersani non lo firmeranno mai. Lo facessero, verrebbero elettoralmente sbranati dai Grillo, Di Pietro, Vendola e perfino Maroni. Lo facessero, sarebbero abbandonati da parte consistente del loro elettorato: tre su quattro dei votanti Pdl ha disertato perché non ha retto l’Imu, almeno un terzo degli elettori del Pd presidiano stipendi e piante organiche della Pubblica Amministrazione.

“Se ci fosse un documento di impegno…maturità politica, vista lunga” scrive giustamente Calabresi ci si potrebbe risparmiare “nove mesi di battaglia elettorale sulla pelle d’Italia” e quindi votare a novembre dopo aver sottoscritto il “preambolo di impegno” chiunque vinca da mostrare al mondo. Se…se mio nonno avesse le ruote sarebbe un tram! I partiti, i politici non faranno nulla di simile e non daranno alcuna garanzia al resto del mondo. Il perché, l’inconfutabile perché lo spiega Luca Ricolfi sempre su La Stampa: “La maggior parte dei cittadini non ha ancora capito. Per non parlare di politici, sindacalisti, rappresentanti di associazioni e di gruppi…Nessuno sa quanto è probabile che l’euro crolli o che lo Stato italiano fallisca…Può succedere, questa settimana, tra un mese, tra un anno…Erosione di risparmi, crollo del valore degli immobili, taglio dell’importo delle pensioni, difficoltà di conservare il posto di lavoro, difficoltà di tenere aperta bottega e studio e impresa per imprenditori, commercianti, artigiani, riduzione della quantità e qualità delle cure per i malati, problemi di approvvigionamento energetico, benzina, riscaldamento e luce elettrica scarsi e costosi…”. No, la maggior parte dei cittadini non ha ancora capito e non sembra proprio voler capire. Ricolfi lamenta che i partiti si sottraggono alla realtà, ma questo e proprio questo è quel che viene loro richiesto dalla “maggior parte dei cittadini”.

Che si voti a novembre o a marzo, la gran parte degli elettori andrà a votare per farla finita con l’Imu, con la pensione a 66 anni, con i tagli alle consulenze e agli sprechi, con i blitz fiscali, con le liberalizzazioni dei servizi, con la limitazione dei monopoli pubblici. Si andrà a votare “contro” le condizioni che ci tengono non tanto in Europa quanto nel mercato finanziario. E i partiti faranno campagne omogenee con queste aspettative della loro gente in un rapporto dove è difficile dire se sia l’uovo della irresponsabilità dei partiti politici o la gallina delle corporazione sociali incoscienti. I partiti: ce ne saranno almeno quattro o cinque che si faranno parte diligente e dirigente nel tagliare gli ormeggi dell’Italia con il mercato finanziario e cioè 5Stelle, l’Idv di Di Pietro, i neo  e sempre comunisti di Paolo Ferrero, l’estremissima destra di Francesco Storace, la Lega di Maroni e quel che resta della Lega di Bossi. Ma, anche se non va confusa la lana con la seta, il Pd ha già fatto sapere che rimetterà mano alle funi di ormeggio e il Pdl di chiunque sia appena prova a impugnarle quelle funi si ustiona. Che si voti a novembre o a marzo, chi ci deve prestare i soldi non si fiderà prima che l’Italia voti e troverà ampia conferma in campagna elettorale e quindi dopo il voto della sua diffidenza.

Diffidenza che lo porterà non a speculare contro l’Italia ma semplicemente a non metterci in Italia i suoi soldi. Infatti nonostante le pietose bugie dei telegiornali non è la “speculazione” che ci sta assalendo, è il “risparmio”  che ci ha mollato. E non tornerà perché l’Italia indice elezioni. Di certo non prima, quasi sicuramente neanche dopo il voto. Quindi, siccome di soldi il paese avrà bisogno anche nel 2013, anche a nuove Camere elette e nuovo governo formato, di soldi per pagare stipendi, pensioni e servizi, e poiché il risparmio internazionale quei soldi all’Italia non si fiderà di prestarli, allora dovrà essere il reddito e il risparmio privato degli italiani a prestarli, magari forzosamente, allo Stato. Percorso davvero di guerra, una sorta di agonia nazionale e sociale. Ma sì, accorciamola questa agonia ma è di Monti  che ha “finito” e si sta anche un po’ montando la testa quando recita la parte del salvatore della patria, o dell’Italia tutta che “non ha capito” e l’agonia se la sceglie e se la cerca?