Concorsi scuola, Equitalia, spending, elezioni: poker di bugie con fiches finte

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 27 agosto 2012 15:34 | Ultimo aggiornamento: 27 agosto 2012 15:34

ROMA – Prima o poi qualcuno dovrà pur mettere in colonna i numeri e collegare i fatti: dunque, se dei circa quattrocento decreti delegati e/o atti amministrativi che servono ad applicare davvero le leggi varate dal governo Monti ne sono stati effettivamente scritti una cinquantina e se in particolare della famosa spending review, insomma dello spendere qua e là meno soldi pubblici, neanche una riga è stata trasformata in atto concreto e in disposizione con timbro e firma, che cosa se ne deduce?

Primo che c’è un’Italia che resiste, resiste e resiste alle leggi ed è abilissima, motivata ed esperta nel farlo.  Una resistenza che appoggia su una rete originaria di garanzie, verifiche e contrappesi intessuta con il filo dell’interesse generale. Ma poi, coi decenni, la rete di sicurezza è diventata ragnatela, con due “ragni” sovrani che tessono: la burocrazia e le lobby. Entrambe hanno un’ideologia, quella del “si è sempre fatto così…”. Entrambe difendono, anzi custodiscono interessi primari: quello di milioni di dipendenti della Pubblica Amministrazione a non esser sottoposti a valutazione professionale e a torsione della routine lavorativa, insomma la resistenza umana della “macchina ” ad aggiornarsi. E quello dei milioni di cittadini di ogni categoria e ceto abituati, assuefatti e programmati a ricevere in un certa misura, alla ora tale e nel modo tale una quota, minima, massima o modica che sia di denaro pubblico.

Su questa ragnatela che sa essere dura come legno stagionato hanno sbattuto il muso Bettino Craxi, Silvio Berlusconi, Romano Prodi e ora tocca a Mario Monti. La ragnatela dello Stato e della società che le leggi di cambiamento le ingoia, le assorbe, le squaglia, le tritura rimandando, non applicando, il tutto ” a norma di regolamento” per carità. E la seconda cosa che si deduce, solo mettendo in colonna i fatti, è  che di vero e concreto sulla spending review per ora c’è solo il pianto preventivo, teatrale e organizzato. Non un solo provvedimento attuativo di spending, cioè di taglio o di revisione della spesa è stato finora attuato, come fanno tutti i centri di spesa pubblica a piangere già miseria? Materialmente non un euro è stato loro sottratto e dirottato, come fanno a dirsi già “rapinati” e stremati? OH,  lo fanno, eccome se lo fanno. Ed è teatro, anzi commedia.

Qualcuno un giorno dovrà pur metterle in fila e in ordine le parole dette e gridate. Associazioni di precari della scuola, con robusta e sollecita raccolta di firme, già inoltrano al governo “diffida” ad organizzare il concorso nazionale per docenti nella scuola. E qualche sindacato, primo fra tutti la Cgil scuola, con il suo esplicito Mimmo Pantaleo, si fa interprete dello sgomento, anzi del dispetto, che si sta impadronendo di quelli che sono “dentro le graduatorie”. Si favoleggia siano 260mila quelli che aspettano di essere assunti come insegnanti, aspettano stando in fila, ciascuno con il suo numeretto in mano, con la sua anzianità di precario, supplente, chiamato a giornata, settimana o mese. Sgomento e dispetto perché quale altra ragione ci può essere al mondo per essere mandati ad insegnare se non quella di essere da più tempo in fila ad aspettare? Non sono 260mila ma circa 150mila e comunque sempre tantissimi. Ora ne saranno assunti un po’ più di 11mila ma circa altrettanti posti il governo li vuol riservare non a chi aspetta da più tempo ma a chi vince un concorso. Cioè ai più bravi e non ai più anziani. Una specie di bestemmia nella scuola, nella Pubblica Amministrazione e in fondo nel paese tutto. Per cui governo diffidato e avvertito: la scuola è servizio pubblico, non nel senso di organizzazione dedita a dare all’utenza, al pubblico il miglior servizio possibile con i migliori docenti possibili (cosa per la quale vale la pena di pagar tasse anche alte). La scuola è servizio pubblico nel senso che chi sta dentro o è accampato da tempo appena fuori è il vero “pubblico” cui bisogna garantire il servizio di uno stipendio. La contro prova che questa e non altra è la cultura?

All’ipotesi di una valutazione della qualità di ogni singola scuola ed istituto, la docenza italiana organizzata in sindacati e piccola lobby replica: va bene, ma mai la valutazione sia individuale, sia il meno possibile esterna e comunque, Pantaleo dixit, va bene solo se è pagata.

Qualcuno un giorno dovrà pure mettere in ordine i fatti. Il divorzio tra i Comuni ed Equitalia è fissato al primo gennaio 2013 da una legge, voluta tra l’altro anche ad Equitalia. Quindi se un sindaco si fa bello dicendo ai cittadini: sto cacciando Equitalia, è un sindaco gradasso che mente, un bullo di cartone. Dal 2013 i sindaci e i Comuni possono decidere a chi far riscuotere le loro imposte e gabelle. Equitalia non ci tiene tanto a farlo perché i Comuni fanno risultare Equitalia più feroce e nociva di quel che è. Mandano una multa ad Equitalia e le dicono: recupera i soldi. Equitalia manda ingiunzione di pagamento a te che hai già pagato ma il Comune, prima di muovere Equitalia, non ha registrato che hai già pagato…Dal 2013 sindaci e Comuni possono fare da soli, anzi con altre società di riscossione che non siano Equitalia. Società che non lavoreranno gratis, vorranno dei soldi. E siccome sindaci e Comuni promettono che saranno più “buoni e umani”, il gettito diminuirà mentre aumenteranno le spese. Infatti fino al 2006, fino ad Equitalia, chi le pagava le multe? Nessuno o comunque se non le pagavi nessuno le riscuoteva. Quindi più spese, meno gettito e come si fa? Come si è fatto finora per mao di sindaci Comuni, aumentando le tasse locali. Qualcuno che le paghi si troverà.

Qualcuno che abbia messo in fila le parole si è già trovato, Stefano Lepri su La Stampa: ” La prossima campagna elettorale sarà da parte dei partiti affermati una gara di promesse di denaro inesistente e da parte dei partiti nuova una ripetizione che i partiti vecchi fanno schifo”. Nulla di più, niente di meglio. E infatti già si può scegliere tra il Pdl che promette meno tasse, il Pd che promette più pensioni e Grillo che grida “Falliti” e Di Pietro che stragrida “Imbroglioni”. Sono fiches finte gettate sul tavolo in un gioco di bluff reciproci fatti e lanciati quando le carte di tutti sono tanto trasparenti quanto bassine. Ma è un gioco che ancora si gioca in Italia perché poco si allineano e mettono in colonna fatti e numeri, infatti nel pokerissimo delle bugie narrate c’è il taglio, anzi l’azzeramento della spesa pubblica mai invece così rigogliosa, l’interesse legittimo dei precari raccontato come diritto naturale e superiore, la demagogia anti tasse travestita da politica locale e, dulcis in fundo, una campagna di oscuramento della realtà chiamata elettorale.